Una giornata per fermarsi. Per respirare, camminare, fare sport, ascoltare e soprattutto ascoltarsi. Ma anche per affrontare senza paura una delle emergenze più difficili e dolorose del nostro tempo: quella legata alla salute mentale e ai suicidi.
È questo il senso dell’evento che si è svolto sabato 5 settembre al Centro sportivo Collemassaro di Alatri, una giornata promossa dall’Aps Kenaz – La speranza divampa, attraverso il lavoro congiunto dei giornalisti Daniele Dell’Orco e Roberta Di Pucchio, condirettore del nostro Gruppo editoriale, e costruita intorno a tre parole che ne hanno rappresentato il filo conduttore: sport, natura e benessere.
Un appuntamento pensato per allargare lo sguardo a tutto ciò che ruota intorno alla salute mentale, alla prevenzione, all’ascolto e alla capacità di riconoscere il dolore, proprio e di chi ci sta accanto. Un tema diventato ancora più urgente alla luce dei numeri e degli episodi registrati negli ultimi giorni in provincia di Frosinone: 5 suicidi in soli sei giorni nell’ultima settimana di agosto e 4 tentati suicidi da fine agosto a inizio settembre. 13 le vittime in Ciociaria da inizio 2026.
Alla giornata ha partecipato, come moderatrice, anche il nostro condirettore, Roberta Di Pucchio, che da anni segue con particolare attenzione l’emergenza legata alla salute mentale e al fenomeno dei suicidi sul territorio, raccogliendo, monitorando e documentando nel tempo dati e vicende che restituiscono la dimensione di un fenomeno che non può più essere ignorato. Presente per l’intera giornata il collega giornalista Daniele Dell’Orco che ha voluto che la riflessione comune partisse proprio da Alatri, centro della provincia che negli anni ha registrato il più alto tasso di suicidi.
Il coraggio di fermarsi, ascoltare e ascoltarsi
La mattina è iniziata presto, all’aperto, immersi nel verde del Centro Collemassaro. Una lezione di yoga curata dall’insegnante Eleonora Di Stefano ha riunito numerosi partecipanti, invitandoli a rallentare, respirare e ritrovare un contatto con se stessi e con l’ambiente circostante. Non una semplice attività sportiva, dunque, ma un primo momento di benessere e consapevolezza. Il corpo, la respirazione, la natura come strumenti per fermarsi e uscire, almeno per qualche ora, dalla frenesia della quotidianità.


Poi il trekking, lungo i percorsi nella natura circostante. Anche in questo caso numerose le persone che hanno scelto di partecipare, condividendo il cammino e il tempo insieme. Perché proprio il tempo, la condivisione e la possibilità di tornare a stare insieme sono stati alcuni dei temi centrali dell’intera giornata.

Nel pomeriggio il passo successivo: quello del confronto, delle domande e della riflessione. Il primo incontro è stato introdotto da Alessia Turriziani del Centro Insieme per la Vita, assessore ai Servizi sociali del Comune di Frosinone e tra le figure istituzionali più impegnate sul territorio sul fronte della salute mentale. Un impegno che si è concretizzato anche nella creazione del Centro Insieme per la Vita, nato con l’obiettivo di offrire ascolto, sostegno e aiuto a chi attraversa momenti di difficoltà.
Da oltre un anno e mezzo – come ha spiegato la Turriziani – il Distretto Sociale B e il Comune di Frosinone stanno lavorando ad un progetto che punta a costruire una vera rete territoriale di prevenzione. Al centro c’è il Protocollo d’Intesa “Insieme per la Vita”, promosso nel 2024 proprio da Alessia Turriziani, quando ricopriva il ruolo di presidente del Distretto Sociale B. Si tratta di uno dei primi strumenti strutturati adottati da un capoluogo per affrontare in maniera organica i temi del disagio giovanile, dell’autolesionismo e del rischio suicidario. Il documento è stato sottoscritto da tutti i sindaci dei 23 Comuni del Distretto Sociale B e coinvolge istituzioni, associazioni, professionisti e realtà del territorio con l’obiettivo di costruire una rete multidisciplinare capace di intercettare precocemente le fragilità. Tra le azioni previste figurano il coordinamento tra servizi, la mappatura delle risorse esistenti, la formazione degli operatori, il coinvolgimento delle famiglie, delle scuole e del mondo associativo, oltre alla realizzazione di iniziative pubbliche di sensibilizzazione.
Al centro del confronto la psicologa clinica Marzia Gabriele, che ha affrontato un tema particolarmente attuale: i rischi legati alla richiesta di supporto a ChatGPT e, più in generale, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei momenti di fragilità psicologica.
L’esperta ha parlato di rischi importanti, a partire da quella che ha definito una “falsa empatia”, legata alla possibilità di percepire dall’altra parte una presenza capace di ascoltare e comprendere, quando invece si tratta di un sistema algoritmico. Un vero e proprio “terapeuta algoritmico”, ha spiegato, che non può sostituire il percorso costruito da un professionista sulla storia e sulle necessità della singola persona. Un rischio che diventa ancora più delicato nelle fasi di crisi e di acuzie, quando affidarsi esclusivamente a uno strumento tecnologico può determinare un ritardo nell’accesso alle cure, accentuare l’isolamento sociale e contribuire alla banalizzazione di un problema che invece necessita di attenzione professionale. A questo si aggiungono le questioni legate alla privacy.
Un confronto che non è rimasto confinato agli esperti. Il pubblico ha partecipato, ha posto domande, ha raccontato dubbi e riflessioni. Tante le associazioni che hanno aderito alla giornata; tra gli altri erano presenti Federica Aceto, da Ceccano, per Serotonina APS e Lorenzo Sabellico per l’Albero di Thomas, insieme a professionisti, esperti e cittadini. Ed è stato proprio il dialogo con chi era presente a rendere il momento particolarmente significativo.

Il secondo incontro ha avuto come protagonista lo psicologo e psicoterapeuta analitico Giacomo Dell’Unto, che ha proposto una sorta di piccolo prontuario per stare vicino a chi soffre. A introdurlo Stefania Casavecchia dell’associazione AMA Ceprano, da anni impegnata sul tema della prevenzione del suicidio e dell’ascolto, nelle scuole e non solo, dopo aver vissuto personalmente il lutto per suicidio del figlio.
La sua esperienza ha rappresentato un passaggio importante del confronto, soprattutto quando si è parlato dei giovani e delle domande che spesso emergono quando vengono messi nelle condizioni di poter parlare e, soprattutto, di essere davvero ascoltati. Da qui una delle riflessioni più forti emerse nel corso del pomeriggio: forse abbiamo bisogno, prima di tutto, di tornare all’empatia. Di ascoltare. Di non voltarci dall’altra parte.
Giacomo Dell’Unto ha richiamato anche il pensiero di Freud e l’importanza di stare davanti al dolore, ascoltarlo e trasformarlo in qualcosa attraverso cui poter agire. Un concetto che si è intrecciato con il riferimento agli hikikomori, fenomeno sempre più conosciuto anche in Italia, che racconta di giovani che si ritirano progressivamente dalla vita sociale, chiudendosi nelle proprie stanze e dentro un isolamento che diventa sempre più profondo. E poi la differenza, sostanziale, tra cura e guarigione. In una società abituata a volere tutto e subito, anche stare bene sembra diventato qualcosa che deve accadere rapidamente. Ma la cura ha bisogno di tempo, di fatica, di un percorso. Il dolore non può essere semplicemente cancellato: deve essere attraversato, compreso, accolto, perché soltanto così può smettere di distruggere.
È stato questo uno dei messaggi più importanti emersi dal confronto. Tornare a guardarci. Tornare ad ascoltarci. Condividere tempo e spazio. Essere presenti. Perché eliminare il dolore significherebbe, in qualche modo, eliminare una parte di noi. Il dolore non si può cancellare, ma si può accogliere, condividere, accompagnare e indirizzare.
E allora la domanda non riguarda soltanto gli psicologi, gli psicoterapeuti o gli operatori sanitari. Riguarda tutti. Cosa possiamo fare noi per una persona che sta male? Per un familiare, un amico, un collega di lavoro, un compagno di scuola? A volte può fare la differenza esserci. Restare. Ascoltare.
Una ragazza tra il pubblico ha posto una domanda che, forse più di tutte, ha sintetizzato il senso dell’intera giornata: quando chiediamo a qualcuno “come stai?” siamo davvero pronti ad ascoltare la risposta? Perché molto spesso la risposta è “tutto bene”. Ma cosa accadrebbe se, quella volta, dall’altra parte arrivasse invece un dolore enorme? Uno sconforto profondo? La confessione di non riuscire più ad andare avanti? O persino il pensiero di compiere un gesto estremo? Saremmo pronti ad ascoltare? Saremmo pronti a restare? È questa la domanda rimasta ‘sospesa’ tra le persone che sabato hanno scelto di esserci.
Ognuno, probabilmente, è tornato a casa con qualcosa in più. Una consapevolezza, una domanda, uno strumento. Forse anche con una maggiore capacità di riconoscere il dolore di chi ha accanto e di non considerarlo un problema da evitare. Perché, come è stato ribadito più volte durante il confronto, siamo ancora indietro. C’è ancora moltissimo da fare. E, sul fronte della salute mentale, non abbiamo fatto ancora abbastanza.
Ma una rete può cominciare anche così. Da una lezione di yoga nel verde. Da una passeggiata insieme. Da una partita. Da una domanda fatta nel momento giusto. Da una persona che decide di fermarsi ad ascoltare un’altra persona. E soprattutto da una nuova narrazione. Una nuova cultura della salute mentale che non nasconda il dolore, che non lo banalizzi e che non consideri la richiesta di aiuto come una debolezza.
La giornata al Collemassaro è andata avanti anche in serata con i tornei di padel, calcetto e beach volley. Lo sport è tornato così al centro, come era stato fin dall’inizio, con un obiettivo concreto: raccogliere fondi per offrire percorsi di psicoterapia a prezzo calmierato a chi ne ha bisogno. Le donazioni raccolte sono state numerose e rappresentano un altro tassello importante di un’iniziativa che ha voluto trasformare la riflessione in qualcosa di concreto. Perché parlare di salute mentale significa anche creare possibilità di cura. E forse è proprio questo il senso più profondo della giornata di sabato: non limitarsi a contare le vite che si perdono, ma iniziare a costruire una rete capace di proteggere quelle che possono ancora essere salvate.



