Tra assemblea dei soci del Consorzio Industriale del Lazio del 13 marzo e incontro “sul futuro delle aree produttive del Lazio” – come recita testualmente la nota sul sito istituzionale – del 24 febbraio scorso, ultimi due eventi ufficiali, s’è parlato essenzialmente dell’ingresso tra i soci di 25 Comuni della provincia di Viterbo, 2 della provincia di Rieti, 4 della provincia di Roma e 2 della provincia di Frosinone. L’accento particolare è stato posto sul valore della new entry Civitavecchia, principale scalo marittimo del Lazio e nodo strategico per logistica e collegamenti nazionali e internazionali. In secondo luogo ci si è soffermati sulla comunità energetica, “ormai strumento normato e operativo, a un nuovo paradigma di comunità industriale, fondato sulla condivisione non solo dell’energia, ma anche di infrastrutture, servizi e soluzioni ai problemi comuni delle imprese”. Conclusioni?
Lo slogan? Mai limitarsi ad un ruolo meramente amministrativo
Innanzitutto che “il Consorzio ha scelto di non limitarsi a un ruolo amministrativo, ma di ridefinire la propria missione, ampliando i servizi e promuovendo progetti concreti”. E poi che “l’obiettivo è costruire un sistema sempre più integrato, capace di attrarre investimenti, sostenere la crescita delle imprese e generare nuove opportunità di lavoro”. Il fatto è che ci si può “sparaflesciare” la realtà virtuale che si desidera, oppure sfoggiare espressioni che sintetizzano concetti profondi ma è impossibile che chi discorre, analizza, studia e decide di politica industriale da mattina a sera, finisca per evitare anche un semplice accenno al cratere automotive che s’è aperto nel Lazio meridionale, con un intero territorio senza l’unico comparto manifatturiero di riferimento e licenziamenti collettivi annunciati.
Al di là dei compiti istituzionali, promozione di progetti concreti
Perché se davvero non ci si limita al ruolo amministrativo – come sostiene saggiamente il commissario Trequattrini – che sarebbe poi quello di accompagnare gli investitori che fossero interessati fino all’insediamento delle attività e pianificare l’urbanistica delle aree produttive, allora si deve spiegare come mai l’ente (che ha sostituito il Cosilam) sia del tutto assente in questa fase drammatica di Stellantis e dell’indotto, dove tutti i responsabili istituzionali sembrano scuotersi e organizzare la grande mobilitazione del 20 marzo (sperando che alla fine la protesta riesca davvero a livello di partecipazione e di echi nazionali).

Un lustro di torpore ingiustificato delle istituzioni territoriali
Vero che il territorio, i sindaci e le istituzioni, dovevano muoversi da cinque anni e più, da quando l’allora ad Carlos Tavares fece subito ben comprendere come la missione affidatagli dai francesi di Peugeot e dell’Eliseo sarebbe stata, prima di tutto, quella di strangolare l’indotto dell’automotive italiana, lasciandolo senza commesse, per poi chiudere stabilimenti, lasciati senza nuovi modelli e produzioni. Ma in assenza di rappresentanti locali capaci e competenti per organizzare proposte e farsi ascoltare da un governo che vive una realtà parallela, con il ministro del made in Italy Urso e la stessa premier Meloni che paiono credere alle promesse della multinazionale parigina, sarebbe toccato probabilmente alla Regione Lazio ed al suo braccio operativo, appunto il Consorzio Industriale, prendere la situazione in mano per andare dritti verso un progetto alternativo, pena il crollo definitivo del comparto auto.
Crollo in atto nell’indotto destinato a sparire entro l’anno
Cosa che nel Cassinate e nel Lazio meridionale è in atto (Trasnova, Logitech e Teknoservice sono solo esempi drammatici) e che già entro l’anno porterà alla distruzione completa di aziende e di posti di lavoro in mancanza di fatti concreti: vale a dire tempi rapidi di ripresa di produzione auto con nuovi modelli in quel di Piedimonte San Germano e di commesse sul territorio (e non alle solite aziende francesi amiche del giaguaro). Dove potrebbe intervenire il Consorzio industriale del Lazio in questa emergenza? Qualcosa la fa capire l’imprenditore Michele Merola: “Quando aziende dell’indotto entrano in difficoltà – spiega -, spesso, prese dall’urgenza di sopravvivere, si riversano dove possono: su altri mercati, altri clienti, altre commesse. E lo fanno, a volte, con condizioni economiche non sostenibili nel lungo periodo. Prezzi abbassati, marginalità azzerate, logiche di breve che sporcano anche mercati che fino a quel momento erano rimasti sani”.
Il rischio di scelte avventate di imprese che cercano di salvarsi
“E qui arriva il paradosso – evidenzia ancora l’ingegner Merola -: oltre al danno diretto della crisi, c’è il rischio della beffa per l’intero territorio. Perché una crisi mal gestita non resta confinata. Si allarga. Per questo credo che oggi serva sì attenzione sociale, responsabilità istituzionale e chiarezza industriale da parte del grande gruppo. Ma serva anche una riflessione seria sul modello imprenditoriale di una parte dell’indotto. La tenuta di un territorio non si costruisce solo quando arriva l’emergenza. Si costruisce prima, diversificando, investendo, allargando il perimetro commerciale e mettendosi nelle condizioni di non dipendere da una sola porta d’ingresso”.
Insomma quale ente più adatto a guidare processi del genere di un Consorzio industriale in cui istituzioni e parti sociali possono parlarsi, analizzare i problemi e definire strategie?
L’ex sindaco Riccardi: troppe balle sulla crisi, ora un gruppo di lavoro
“Crisi Stellantis, trattativa Trasnova, crisi centro commerciale, arrivo polo farmaceutico, trasformazione sito ex Fiat in fabbrica di carri armati: altro che balle da 30 chili, qua si producono rotoloni da 8 quintali”, ironizza l’ex primo cittadino di Piedimonte San Germano, Mario Riccardi, a proposito della confusione che regna sul destino della grande fabbrica. Alla fine dello scorso anno ha protocollato una nota diretta al sindaco Ferdinandi per proporre “l’attivazione di un gruppo di lavoro, tra tutti gli addetti alla materia, costantemente operativo, con lo specifico obiettivo di tutelare e garantire una stabilità economica ai lavoratori e loro famiglie”.
Azienda assente sui tavoli locali e regionali, a Napoli non è così
Di sicuro così non va, Stellantis è assente da ogni iniziativa e rifiuta ogni confronto a Cassino, Piedimonte o Roma: “Sindaco e amministratori di Pomigliano d’Arco hanno ricevuto una proficua visita, opportunamente nella sede comunale, di una delegazione di responsabili Stellantis – ricorda polemicamente Riccardi -. È stata definita una visita di cortesia ma, casualmente, è diventata un’occasione per affrontare i problemi impellenti sul futuro produttivo e occupazionale del territorio”. Insomma a Napoli ottengono almeno qualche risposta. A Cassino e nel Lazio, intanto, occorrerebbe mettere insieme almeno menti capaci di individuare una exit strategy. Magari un ente, come il “Consorzione”, che fungesse da cabina di regia capace di rallentare gli effetti dello shock indotto dolosamente dai francesi.
La speranza in una missione per soli sovranisti autentici
Se uno volesse poi sognare, potrebbe sperare che la governance regionale suggerisse al governo di togliere a Stellantis lo stabilimento costruito con i soldi degli italiani e affidarlo a chi può tornare a renderlo produttivo ed a restituire una prospettiva a lavoratori, giovani e famiglie. Ma sarebbe una missione per veri sovranisti.