Discarica di Cerreto, il ‘delitto perfetto’ non è altro che un’omissione di soccorso: il silenzio dei nostri politici

La classe politica parla di tutto tranne che di un fatto che riguarda chi l'ha votata, a proposito di rsu e salute pubblica. Non per pigrizia

C’è un uomo a terra, e nessuno si ferma. È l’immagine più spiacevole del disprezzo civile: il ferito sul ciglio della strada e la fila di automobili che rallenta appena, per curiosità, per poi ripartire. Il territorio del Lazio meridionale, ridotto a discarica di rifiuti romani dai governi di centrosinistra e di centrodestra, è proprio quel corpo a terra. Specie ora che un guizzo di efficienza burocratica agostana regionale ha spianato la strada alla riapertura della discarica di Cerreto. E la classe politica degli eletti in provincia di Frosinone — dal parlamentare al consigliere regionale, dall’assessore al sindaco (eccezion fatta per i diretti interessati Sacco, Fallone e pochi altri confinanti), fino all’ultimo amministratore di consorzio o partecipata — è la fila di automobili che tira dritto.

Basta fare la prova. E’ sufficiente aprire i profili social, i comunicati, le dichiarazioni degli eletti di ogni livello in una giornata qualsiasi. Troverete prese di posizione su tutto: siamo a lunedì 14 settembre. Massimo Ruspandini, coordinatore provinciale di FdI e deputato meloniano, si scaglia veemente contro il velo integrale nei luoghi pubblici e invoca: “pene più severe contro i matrimoni forzati o combinati e contrasto alle pratiche lesive della dignità e della libertà delle donne”. Paolo Pulciani, altro eletto di FdI a Montecitorio, preferisce lasciare sul profilo dal 4 settembre la propria immagine con lo sfondo dell’elettrizzante logo barese: “Il Governo più stabile, l’Italia più forte”.

C’è poi un altro meloniano, il frusinate Aldo Mattia, parlamentare eletto in Basilicata, che s’è fermato a Pontinia “per illustrare la legge 75 a tutela dell’agroalimentare italiano, particolarmente nel settore bufalino”. Ci sta. Il 9 settembre Nicola Ottaviani, deputato leghista e coordinatore provinciale del Carroccio, ci riporta sul suo cavallo di battaglia: “Le Zone Economiche speciali – avverte – rappresentano una opportunità per lo sviluppo dei territori italiani e in questo senso è sempre più forte l’esigenza di considerare all’interno di questa zonizzazione anche i territori del sud del Lazio”. Pasquale Ciacciarelli, assessore regionale, con le cronache politiche social è fermo al 22 giugno scorso. In quel frangente sottolineava come “con ‘Non c’è Protezione Civile senza di te’, la Regione Lazio punta a costruire un dialogo diretto con tutti i volontari”. Ottimo.

Ecco di cosa parlano i nostri eletti, dal velo islamico al settore bufalino

Alessia Savo, dal 30 marzo del 2023 presidente della commissione Sanità della Regione Lazio, e il consigliere regionale Daniele Maura, con sprezzo del “pericolo” politico, sono invece nelle ultime ore impegnati a salvare il presidente della Regione Francesco Rocca dalle bordate di Alessio D’Amato ed Emanuela Droghei sui fondi alla sanità privata e sulla carenza di medici ai pronto soccorso. La consigliera regionale dem Sara Battisti, ci riferisce della IX edizione della Notte Bianca dello Sport di Sora e ricorda: “I valori che lo sport riesce a trasmettere in modo autentico, unendo persone, generazioni e realtà diverse”.

Inutile trovare una parola sofferta e dettagliata su ciò che serve per sventare la trasformazione completa della provincia in immondezzaio della capitale. Il problema è che c’è stata continuità gestionale tra centrosinistra e centrodestra alla Regione Lazio su una serie di temi fondamentali per la comunità, a partire dal decentramento dei rifiuti solidi urbani nella periferia estrema compresa fra Colfelice e San Vittore del Lazio. Ma non c’è solo identica linea d’azione tra maggioranze e opposizioni di ieri e di oggi alla Pisana, c’è anche la tecnica della pressione sull’amministratore indipendente. Se tu chiedi fondi per il tuo Comune, insomma, sai come devi comportarti. O no?

La continuità gestionale fa rima con la spartizione. Che oltretutto non arriva con i clacson dei matrimoni, né con gli scandali che aprono le notizie dei tg. Arriva in punta di piedi, dentro una stanza dove si stringono mani, si assegnano poltrone, si tirano righe su un organigramma come si divide un foglio, col metodo armonioso delle forme geometriche. Con “pesi” di un colore e “contrappesi” di altri cromatismi. E quando esce da quella stanza, la spartizione ha già deciso il destino di un ente, di un servizio, di un pezzo di vita collettiva. Nessuno l’ha vista entrare. Tutti ne pagheranno il conto ma i noti, gli eletti, ne parleranno sempre bene perché ‘insieme si governa meglio’ e l’opposizione è ‘sempre e solo strumentale’.

La linea d’azione condivisa tra schieramenti “opposti” e il trasversalismo

La chiamano “gestione trasversale”, con quel pudore lessicale che la politica riserva alle cose di cui (almeno) si vergogna un poco. Significa che l’ente pubblico — la partecipata, il consorzio, l’azienda dei servizi, l’authority, la fondazione — non appartiene più a nessuno perché appartiene a tutti quelli che contano. Colori diversi che alla pubblicazione della nomina scoprono di parlare la stessa lingua. Il consiglio di amministrazione diventa un tavolo di equilibri, dove ogni sedia risponde a un capo e nessuna sedia risponde ai cittadini.

Il primo danno è il più invisibile: muoiono la trasparenza, il rispetto delle regole della democrazia. Perfino delibere e determine di argomenti “sensibili” come la volturazione dell’Aia di Cerreto, diventano introvabili sui siti istituzionali. Ma sta accadendo una trasformazione più profonda e basta leggere i cognomi degli assunti. Perché, generazione dopo generazione, nomina dopo nomina, l’ente si svuota di intelligenza e si riempie di fedeltà e di parentele.

E poi, quando in un consiglio ogni fazione ha il suo uomo, nessuno può muoversi davvero, perché ogni mossa disturba qualcuno degli equilibri. Così si sceglie l’unica cosa che non fa danno a nessuno degli spartitori: non fare niente. Le decisioni si rinviano, le gare si allungano, gli investimenti si congelano. L’ente galleggia. E mentre galleggia, la rete idrica continua a perdere, l’impianto continua a non essere messo in efficienza, la lista d’attesa continua a crescere. L’immobilismo travestito da prudenza è il capolavoro della gestione trasversale: tutti coperti, tutti garantiti, tutti comunque pagati a fine mese ma tutto fermo.

Tra spartizioni e trasformismi la nebbia perfetta sulle responsabilità

Ma il trasversalismo genera trasformismo, raggiungendo vette in grado di minare quel che resta della credibilità del sistema democratico. Perché il trasversalismo uccide qualcosa di più prezioso degli equilibri finanziari di un ente. Uccide la responsabilità. Dove comandano tutti, non risponde nessuno. Se un servizio crolla, di chi è la colpa? Della maggioranza? C’è dentro l’opposizione?

La spartizione costruisce una nebbia perfetta in cui ogni responsabilità si dissolve, e il cittadino che cerca un colpevole trova solo un muro di gomma. Lo sanno bene i comitati per l’acqua pubblica come quelli contro le bollette consortili, lo sanno alla perfezione gli ambientalisti della Valle del Sacco da 25 anni a caccia di bonifiche e quelli che nel Cassinate da lustri denunciano sversamenti, acque rosse e fuochi di riifuti.

Ecco perché, in fin dei conti, quello di Cerreto rappresenta il delitto perfetto dell’amministrazione pubblica: un danno enorme senza un mandante che si possa nominare. Anzi col rischio che a parlarne troppo arrivino ritorsioni politiche e cause civili. Sono i temi meno “spendibili” e proprio per questo i più rivelatori. Richiedono di litigare con chi conta davvero: i gestori, le partecipate, i grandi soggetti economici che sulle utility e sulle concessioni costruiscono profitti enormi e silenziosi. Per questo tanti eletti li evitano. Non per incapacità. Probabile che sia per convenienza.

Il silenzio sulla gestione dei rifiuti che danneggia i residenti è un’inadempienza

Ma quando l’assenza è così sistematica, così puntuale, così orientata a non disturbare gli stessi centri di potere, smette di essere semplice pigrizia e comincia a somigliare a qualcos’altro. Il silenzio sulla gestione dei rifiuti che danneggia i residenti mentre gli affari prosperano. Il silenzio sull’acqua mentre le concessioni si rinnovano e i dividendi volano. Il silenzio sull’energia mentre le bollette diventano una rendita. È un’omissione che ha una direzione precisa e la direzione dice molto su chi la pratica.

Non è sicuramente complicità nel senso giudiziario del termine. È qualcosa di più sottile e, in un certo senso, di più grave perché perfettamente legale: è la scelta di stare dalla parte di chi decide le traiettorie dello sfruttamento dei beni comuni, invece che dalla parte di chi quei beni comuni li possiede per diritto e li paga per intero. Cioè, tra gli altri, di chi scrive queste riflessioni e di voi che le state leggendo.

Le cose che non dovremmo perdonare di fronte a quel “corpo” a terra

Non tutti gli eletti sono così, e sarebbe ingiusto fare di ogni erba un fascio. Esistono amministratori che ogni giorno combattono con bilanci impossibili e normative soffocanti, che sui rifiuti e sull’acqua mettono la faccia e rischiano contributi pubblici e consensi elettorali. Vanno riconosciuti, e vanno difesi, perché sono la prova che si può fare diversamente. Sono l’eccezione che rende imperdonabile la regola.

Proviamo ora a tornare sul ciglio della strada. Il corpo a terra è ancora lì. E la fila di automobili continua a passare, i finestrini alzati, lo sguardo altrove, la radio sintonizzata sull’ennesimo dibattito inutile. Ogni auto ha un nome, un partito, una carica, uno stipendio pagato da quel corpo a terra. L’omissione di soccorso, nel codice penale, è un reato. In politica, per ora, è soltanto una carriera, una diaria, un privilegio. Ed è questo che dovremmo smettere di perdonare.

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Stefano Di Scanno
Stefano Di Scanno
Giornalista Professionista

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