E’ un attimo che ti squarcia la mente, fa sobbalzare il cuore e fa tremare le ossa. Un’esplosione in piena notte scuote il palazzo e mezzo centro storico. Al pian terreno la filiale di Esperia della BpC col bancomat ridotto a lamiera contorta tra fumi, vetri e calcinacci volati ovunque. Al primo piano due famiglie ucraine, scappate dalla trappola mortale delle bombe, dei missili e dei droni russi. In Italia da tre anni un nucleo e da meno di uno l’altro, cercano un futuro per se stessi, due coppie di giovani genitori, e per i loro figli. Sono finiti non si sa come in Piazza Consalvo, Centro Italia dall’inverno rigido. Certo niente a che vedere con le temperature di 2400 chilometri più a est. Qui ci sono gli Aurunci a proteggere i borghi, con le loro rocce antiche ed il verde intenso, con le orme dei dinosauri ancora impresse tra i sentieri infiniti che si perdono tra cerri e castagneti.

Lo shock e il disorientamento dell’esplosione… come a Kharkiv
Difficile immaginare che, proprio alle pendici del Monte Cecubo, possa accadere qualcosa di sinistramente simile a quel che stanno vivendo da quattro anni le famiglie che ancora sono rimaste al gelo immobile e terrorizzante di Kiev, dove la paura scandisce il trascorrere di tutte le notti. In metro o nei rifugi non si scende sempre. Ma in casa non si chiude occhio. Ma in questo pezzo d’Italia, al riparo di Roccaguglielma, si dorme eccome. Sembra che il mondo si sia dimenticato di quest’angolo scorticato della penisola che acceca e riscalda col suo sole senza fine. Eppure incredibilmente l’altra notte l’effetto dell’esplosione che sventra e oltraggia i luoghi, pare superare le distanze e si paventa con lo stesso terrore: a Kharkiv come ad Esperia. Shock immediato, paura paralizzante, disorientamento, insonnia e stress.
“Non hanno capito cosa fosse accaduto ma non hanno subito danni”
A quell’ora, col nodo alla gola, mamma, papà e due bambini in un appartamento e mamma, papà, figlia maggiorenne e due bambini nell’altro, si parlano e cercano di capire cosa sia successo. Arrivano i soccorsi e iniziano a sentire gli italiani che discutono a voce alta e loro, ormai, la nostra lingua la capiscono, grazie ai corsi del progetto Sai di accoglienza per richiedenti e beneficiari di protezione internazionale. Arriverà anche il responsabile della cooperativa che cura l’integrazione per conto del Comune. Spiega l’operatore sociale: “Si sono spaventati. Non hanno capito subito cosa fosse accaduto. Ma poi si sono tranquillizzati, nessun danno subito, solo spavento”. “Solo”. Probabilmente ne parleranno anche con l’assistenza psicologica che li segue.
Una delle due madri ha trovato lavoro e la famiglia esce dal programma
Una delle due famiglie, quella ad Esperia da 3 anni, è in fase di uscita dal progetto di accoglienza perché la madre ha trovato lavoro. Il Comune ha aiutato il nucleo a individuare un’abitazione in fitto e la donna, dopo un corso di panificazione, avrà un posto in un forno del Cassinate. L’altra famiglia, arrivata da poco, è ancora alle prese con l’individuazione dei corsi di formazione più idonei, mentre perfeziona l’italiano. Insomma siamo sul crinale silenzioso dell’accoglienza che funziona e dell’integrazione possibile.
“Ci sto mettendo l’anima per dare aiuto a persone scappate dalla guerra – sbotta il sindaco Giuseppe Villani, nella vita ragioniere commercialista ma che pare abbia molto a che fare con la compassione oltre che coi numeri -: la mia generazione è cresciuta nei racconti dei nostri genitori e delle tante storie di esperiani fuggiti in montagna o rifugiati in altre parti d’Italia specie al sud. E sono cose che non si dimenticano”.
I destini paralleli di due terre lontane, tra sangue e devastazioni
Alle due famiglie ucraine forse ci sarà qualcuno che spiegherà come la storia di questa terra che li ha ospitati col sorriso, purtroppo, non sia così differente dalla loro, abbandonata per necessità. Qui passava la Linea Gustav, qui vennero perpetrate devastazioni, condotti bombardamenti a tappeto e consentite violenze inaudite da parte delle truppe occupanti nel maggio 1944 nei confronti della popolazione civile. Il paese, quasi totalmente distrutto, fu teatro di episodi che annichilirono e segnarono per sempre le popolazioni. Restano monumenti, cippi e lapidi. Perché il sangue finisce sempre col trasformarsi nelle pietre del ricordo. E la memoria diventa l’unico argine per frenare l’odio e la violenza, fino alla successiva ondata di odio e di violenza. L’umanità è fatta così, uguale dappertutto. Protesa verso l’abisso. Ma capace di resistere, di ricominciare. In fin dei conti basta saper lavorare farina, acqua, sale e lievito. Non è poi così male un futuro fragrante di pane e pizza nella piana dei fantasmi del Cassinate.