Marginale e sempre più svuotata di funzioni: la china della provincia di Frosinone, al di là di quel che raccontano la politica ed i media allineati e servizievoli, pare sempre più chiara. Un declino assecondato dalla complicità di fatto della stessa classe dirigente locale. Eppure pensavamo di dover “donare sangue” alla provincia di Latina in quell’agosto 2017, quando venne firmato il decreto, in attuazione dalla cosiddetta riforma Madia dell’anno precedente, sul riordino delle Camere di Commercio che passavano definitivamente da 95 a 60, con fusione degli enti pontino e ciociaro e la scontata supremazia del primo per questioni demografiche ed economiche. A livello regionale è la stagione di Nicola Zingaretti ed il centrodestra, quindi, fa finta di dissentire, come del resto dissimulava alla grande sulla gestione dei Consorzi di bonifica (rimasta intatta pur prevalendo in quelle realtà la produzione di bollette e poltrone).
Eppure sembrava un’inevitabile fusione tra due province
La fusione degli enti camerali diventerà esecutiva col decreto del 16 febbraio 2018 anche se l’operatività piena ci sarà ad ottobre del 2020. Mentre le categorie imprenditoriali e sindacali erano impegnate a rassicurare che, tanto, per i ciociari non sarebbe cambiato nulla: sede e servizi assicurati anche qui, nell’entroterra stretto tra Ausoni, Aurunci da un lato, Ernici-Simbruini fino alle Mainarde dall’altro. Nelle stesse settimane un ulteriore segnale indicava la stessa direzione di una crescente compenetrazione delle due province del Lazio meridionale, sempre a favore del capoluogo e della provincia più popolati.
Il Dea di secondo livello rimasto dopo due lustri solo a Latina
Sempre nel 2017, l’allora presidente della Regione sempre Zingaretti, tramite decreto, pianificò l’istituzione del Dipartimento di Emergenza e Accettazione di II livello per l’ospedale Santa Maria Goretti di Latina. L’opinione pubblica frusinate fu tranquillizzata dall’idea che l’elevazione dello Spaziani sarebbe comunque seguita a breve. Ma, quasi due lustri dopo, l’ospedale di Frosinone resta Dea di primo livello ed è operativamente messo in connessione dipendente con i più attrezzati Santa Maria Goretti e Umberto I di Roma, dove trasportare ed elitrasportare i casi più gravi. Ma si capì presto che l’apparenza non corrispondeva alla sostanza: non si andava davvero verso una grande area Latina-Frosinone sempre più integrata, dove la legge che contava era solo quella del più forte a livello di dati Istat sui residenti, fermo restando che il manuale Cencelli avrebbe gestito la spartizione dei posti disponibili nelle realtà fuse, accorpate o comunque aggregate. I due sistemi di potere locali Latina-Frosinone avrebbero soddisfatto le ambizioni per quel che era possibile.
Cancellati consorzi industriali e governance economica locale
Il disegno complessivo dell’operazione di accentramento romanocentrica si chiarì qualche mese più tardi: nel dicembre del 2018 il ciociarissimo Francesco De Angelis (leader del Pd) venne nominato commissario regionale per i consorzi industriali. A lui, già presidente dell’Asi di Frosinone, andò la fase di fusione e commissariamento del nucleo iniziale di enti da accorpare: Asi di Frosinone, Roma-Latina, Sud Pontino, Cosilam e Rieti (si aggiungerà successivamente Viterbo). Il 2 dicembre 2021 l’allora assessore regionale allo Sviluppo Paolo Orneli dichiarava: “Nasce nel Lazio il Consorzio industriale più grande d’Italia, uno strumento fondamentale per rilanciare l’attrazione degli investimenti e per rafforzare le politiche industriali di sviluppo del nostro territorio”. Nel 2024 il ruolo di guida del consorzione passerà al professore Unicas Raffaele Trequattrini. Nel frattempo la gestione regionale aveva cambiato “colore” e toccò a Fratelli d’Italia scegliere il commissario/presidente che probabilmente – a fine mandato – cederà la poltrona a uomini designati direttamente da Roma.
Latina, Frosinone e il “sangue donato” al potere della capitale
Il risultato? Al di là dei momenti di gloria del dem ciociaro e della stagione del docente cassinate, le province di Frosinone e Latina hanno perso definitivamente la possibilità di avere propri centri decisionali per redigere piani regolatori territoriali delle aree produttive, acquisire ed espropriare terreni industriali, realizzare infrastrutture (come le indimenticabili… rotatorie), fornire servizi alle imprese e promuovere lo sviluppo sostenibile. La furbata del centrosinistra, sulla quale il centrodestra non tornerà di certo indietro, è che quindi i “donatori di sangue” al potere della capitale siano saliti a due: Frosinone e pure Latina.
Il depotenziamento delle Asl toglie la ‘cassa’ alle periferie
Ma non finisce di certo qui, perché il definanziamento e lo smantellamento della sanità pubblica è la vera frontiera che la politica furbamente non presidia, mentre i cittadini più esposti, malati o economicamente fragili, pagano sulle loro spalle l’intero biglietto dello spostamento di soldi pubblici e servizi salvavita verso i privati. Non è un caso se nessuno batta ciglio – al di là di qualche organizzazione sindacale dei medici – sull’indebolimento delle competenze delle Asl a favore dell’azienda sanitaria centralizzata Lazio 0. Cosa c’è di meglio che spostare la cassa dalle province a Roma e lasciare le rogne su cure e liste d’attesa alla periferia? Detto fatto.
Via Fabi, niente più controlli sull’assistenza erogata da strutture accreditate
Il presidente Rocca, appresa la lezione zingarettiana, la migliora e rende più sofisticata: Frosinone e Latina – come le altre Asl – non pagheranno più i fornitori del servizio sanitario regionale, non supporteranno più la gestione del personale degli enti del servizio sanitario, i loro sistemi contabili saranno coordinati a livello regionale e – ciliegina sulla torta – non si dovranno più occupare dei controlli sull’appropriatezza e qualità dell’assistenza erogata dalle strutture accreditate. Che meraviglia e che bel taglio di spese (di benzina per gli emissari delle imprese del settore). Le lobby della sanità privata non dovranno più girare per tutto il Lazio a parlare con direttori generali, commissari, direttori d’aziende ospedaliere, rischiando di incorrere pure in qualcuno che non ha conflitti d’interesse con cliniche, centri di analisi e laboratori. Basterà frequentare via Colombo e passerà la pena.
Ma l’anno appena iniziato ci toglierà pure la gestione dell’acqua
Ma il 2026 porterà un’altra ‘brillante’ novità, sempre a spese delle province Laziali e, marcatamente, delle province di Frosinone e Latina. Parliamo della rinuncia alla governance locale del servizio idrico integrato, connessa col varo dell’Ato unico regionale. A dieci anni dalla Conferenza dei sindaci dell’Ato5 Frosinone, che aveva comminato sanzioni per circa 11 milioni di euro al gestore Acea per violazioni contrattuali e dichiarato la risoluzione del contratto di gestione per gravi inadempienze, siamo al ribaltamento totale della storia. I cittadini si avviano a subire una gestione regionale fortissima del servizio idrico, destinato ad andare proprio nelle mani della multiutility romana. Operazione per di più supportata dalla politica locale che sostiene che le bollette saranno abbassate a Frosinone e Latina al livello di Roma. Una bella trovata per l’ultimo spot della centralizzazione che succhia l’ultimo sangue alle periferie sempre più spopolate, invecchiate e pure sfinite dal saccheggio sistematico delle risorse di tutti, dei beni comuni, dello smantellamento degli ultimi servizi universali e gratuiti che ci restano.
