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“Voglio farla finita”. “Ho bisogno d’aiuto”: quando la politica conta davvero. E quando scalda solo le poltrone

A Frosinone una storia di interventi rapidi e responsabilità. C'è chi va oltre la "poltrona" e chi invece si nega al telefono

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Siamo a Frosinone, capoluogo di provincia. Qualche mese fa, alla nostra Redazione arriva un messaggio shock. Lo scrive una ragazzina, una minore. Per ovvie ragioni di tutela non citeremo né il suo nome né il contenuto del messaggio, ma il senso era chiarissimo: voleva farla finita.

Non si perde tempo. Il profilo è un nickname sui social, ma qualche indizio c’è: foto, dettagli, frammenti di vita. Con l’aiuto delle forze dell’ordine proviamo a dare un nome a quel profilo. Si scopre che è una studentessa di un istituto del capoluogo. A quel punto attiviamo la “rete” che dovrebbe essere sempre pronta quando c’è di mezzo un minore: la scuola, i servizi sociali, le istituzioni, la famiglia.

Contattiamo l’assessore ai Servizi sociali di Frosinone, Alessia Turriziani. Lascia quello che sta facendo e si mette subito a disposizione. Non delega, non prende tempo, non si nasconde dietro uffici o procedure. Si muove in prima persona, insieme al personale del settore.

Era piena estate. Periodo di ferie, anche per la politica. Eppure qualcuno ha fatto semplicemente quello che dovrebbe essere normale per chi ricopre un ruolo pubblico così delicato. Ma che diventa straordinario in questo “paese dei balocchi” in cui tutto funziona al contrario. Anzi, spesso non funziona affatto.

Pochi mesi prima una segnalazione analoga ci era arrivata per un’altra minore, residente in un comune limitrofo. Stessa urgenza, stesso allarme. In quel caso, però, dai servizi sociali di quel Comune ci siamo sentiti rispondere che “in questi casi non c’è un protocollo”. “Non sappiamo cosa possiamo fare”. “C’è la privacy”.

Non c’è un protocollo? Davanti a una minore che lancia un segnale così disperato? E allora chi dovrebbe muoversi? La stampa? I cittadini?

In quel caso la politica è rimasta silente. Non si è attivata. Non ha fatto il suo lavoro. E i servizi sociali si sono adeguati. Non hanno fatto nulla. Ad attivarsi, in quel caso, ci ha pensato la scuola. Almeno qualcuno in questa sbandierata “rete” sbilenca il suo dovere l’ha fatto.

Quando l’impegno va oltre la “poltrona”

Pochi giorni fa, un’altra storia. Sempre a Frosinone. Un’altra ragazza. Una madre con due figli minori che chiede aiuto. Non per ragioni psicologiche, non per minacce di suicidio, ma per una situazione di grave difficoltà. Ricontattiamo l’assessore Turriziani. E di nuovo la risposta è immediata: prova, vede cosa si può fare, ci mette la faccia.

Il problema, con molta probabilità, si risolverà ma ci vorrà del tempo. Perché la realtà è complessa, perché ci sono limiti economici, normativi, strutturali. Ma c’è una differenza enorme tra chi le prova tutte e chi finge che il problema non esista.

E qui veniamo a un altro punto, ancora più amaro.

A Frosinone ci sono assessori, colleghi della Turriziani, che da mesi non rispondono al telefono. Alla stampa ma, di fatto, ai cittadini. Perché quando un amministratore si nega, quando non vuole nemmeno ascoltare il problema, non sta ignorando un giornale. Sta ignorando chi lo ha votato facendolo sedere su una poltrona che, evidentemente, sta solo scaldando.

Rispondere alla stampa significa rispondere ai cittadini. Significa rispondere al proprio ruolo. Alla propria responsabilità.

Alessia Turriziani non è un’assistente sociale. Non è una dipendente comunale. È un assessore. Avrebbe potuto dire “ci pensano gli uffici”. Avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte. Invece no. Ha scelto di esserci.

Ed è questo, forse, il confine vero tra chi occupa una poltrona e chi fa politica nel senso più alto e più scomodo del termine.

Questa riflessione non è un atto d’accusa. È uno specchio. E uno spunto per i cittadini, per gli elettori, per chi un giorno tornerà a votare chiedendosi se dall’altra parte ci sarà qualcuno disposto almeno a rispondere al telefono, oltre che alle loro esigenze.

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