Uscito nel 2014 e diretto da Chad Stahelski, ‘John Wick’ – la prima pellicola di una saga che ne conta altre tre: John Wick – Capitolo 2, John Wick 3 – Parabellum e John Wick 4 – rappresenta uno spartiacque nel cinema d’azione del nuovo millennio. Apparentemente costruito su una trama minimale, il film si rivela in realtà un’operazione estetica e teorica sorprendentemente complessa, capace di coniugare coreografia, regia e worldbuilding in una forma compatta, rigorosa e fortemente identitaria. Non è soltanto il ritorno di Keanu Reeves a un ruolo iconico, ma la nascita di un nuovo modello di action movie, consapevole, stilizzato e profondamente cinematografico.
Trama
John Wick è un ex sicario che ha abbandonato la violenza per una vita ritirata, segnata da una perdita intima e irreversibile. Un evento traumatico riattiva però un passato che credeva sepolto, trascinandolo nuovamente in un sottobosco criminale regolato da codici ferrei, rituali arcaici e una gerarchia quasi feudale. Il racconto segue il suo percorso di ritorno all’azione, non come escalation narrativa tradizionale, ma come discesa controllata in un mondo che obbedisce a leggi proprie.
Regia: il corpo come grammatica
La regia di Chad Stahelski, ex stunt coordinator, è il vero motore teorico del film. John Wick rifiuta il montaggio frammentato e convulso che ha dominato l’action post-Bourne, scegliendo invece una messa in scena leggibile, pulita, quasi didattica. La macchina da presa osserva, accompagna, raramente interferisce: i piani medi e lunghi permettono allo spettatore di percepire la coreografia dei combattimenti nella loro interezza.
Il corpo di Reeves diventa segno cinematografico primario. Ogni movimento è funzionale, ogni colpo ha un peso, una direzione, una necessità. La violenza non è caotica, ma organizzata secondo una logica geometrica, quasi architettonica. Stahelski costruisce sequenze che ricordano più la danza contemporanea o le arti marziali orientali che il cinema d’azione hollywoodiano classico.
Sceneggiatura: minimalismo e mito
La sceneggiatura di Derek Kolstad lavora per sottrazione. I dialoghi sono essenziali, spesso ellittici, e la narrazione evita lunghe spiegazioni esplicative. È attraverso dettagli, accenni e rituali che prende forma l’universo narrativo: l’hotel Continental, le monete d’oro, le regole non scritte che governano il mondo dei sicari.
Questa scelta restituisce al film una dimensione mitologica. John Wick non è soltanto un personaggio, ma una leggenda vivente, evocata più che raccontata. Il passato non viene mostrato, ma suggerito, e proprio questa reticenza alimenta il fascino del racconto, affidando allo spettatore colto il piacere dell’interpretazione.
Fotografia e spazio scenico
La fotografia di Jonathan Sela gioca un ruolo cruciale nella definizione dell’identità visiva del film. Le palette cromatiche fredde, attraversate da neon saturi e luci artificiali, costruiscono un mondo notturno sospeso, quasi astratto. Le città non sono luoghi realistici, ma scenari simbolici, spazi liminali in cui la violenza diventa rituale.
L’uso della luce enfatizza la tridimensionalità degli ambienti e il rapporto tra corpo e spazio. Ogni location è pensata come un’arena, un dispositivo scenico che determina la coreografia dell’azione. Nulla è casuale: scale, corridoi, club, abitazioni diventano estensioni narrative del conflitto.
Personaggi e interpretazioni
Keanu Reeves offre una delle interpretazioni più controllate e coerenti della sua carriera. La sua recitazione è tutta giocata sulla sottrazione: sguardi, posture, silenzi. John Wick è un uomo svuotato, la cui identità si esprime più attraverso l’azione che attraverso la parola. Reeves incarna perfettamente questa fisicità malinconica, rendendo credibile tanto l’efficienza letale quanto il dolore trattenuto.
Il cast di supporto, da Ian McShane a Willem Dafoe, contribuisce a rafforzare la dimensione quasi teatrale del film. Ogni personaggio sembra consapevole di appartenere a un mondo codificato, dove il ruolo è più importante della psicologia e l’archetipo prevale sull’individualismo.
Le influenze: tra cinema orientale, noir e action classico
L’impianto estetico e formale di John Wick è il risultato di una stratificazione consapevole di influenze che Chad Stahelski rielabora con rigore autoriale. Il debito nei confronti del cinema di arti marziali orientale è evidente, in particolare verso il wuxia e l’action hongkonghese di registi come John Woo e Tsui Hark, non tanto per l’enfasi melodrammatica quanto per la centralità della coreografia come narrazione visiva. L’uso del “gun-fu”, già sperimentato in Hard Boiled e The Killer, viene qui depurato dall’eccesso barocco e ricondotto a una forma essenziale, quasi ascetica. Al tempo stesso, John Wick dialoga con il polar francese e il noir americano: la figura del killer solitario, il fatalismo morale, l’idea di un mondo criminale regolato da codici d’onore rimandano a Jean-Pierre Melville (Le Samouraï) e a certo cinema di Michael Mann, soprattutto per l’attenzione al professionismo come identità. Stahelski assorbe queste suggestioni e le sintetizza in un linguaggio contemporaneo, dando vita a un action che non cita per nostalgia, ma per rifondazione consapevole del genere.
Colonna sonora: tensione e cortocircuito stilistico
La colonna sonora di John Wick unisce la partitura originale di Tyler Bates e Joel J. Richard a una selezione mirata di brani preesistenti che rafforzano l’identità del film. Le sonorità industrial ed elettroniche sostengono il ritmo implacabile dell’azione, mentre l’inserimento di tracce di Marilyn Manson e dei Pet Shop Boys introduce un raffinato cortocircuito stilistico. L’aggressività oscura di Manson amplifica la dimensione meccanica della violenza, mentre l’eleganza sintetica dei Pet Shop Boys genera uno straniamento controllato, coerente con la natura postmoderna e rituale del racconto.
Un nuovo paradigma dell’action
John Wick non si limita a raccontare una storia di vendetta: rifonda il linguaggio dell’action attraverso una sintesi rara di artigianato tecnico e visione autoriale. È un film che rispetta l’intelligenza dello spettatore, che costruisce senso attraverso la forma e che restituisce dignità cinematografica a un genere spesso relegato al puro intrattenimento.
A distanza di anni, il suo impatto è evidente: imitato, citato, ma raramente eguagliato. John Wick è un’opera che dimostra come anche il cinema di genere, quando guidato da una visione rigorosa e consapevole, possa ambire a una forma di classicità moderna, dove ogni colpo sparato è anche una dichiarazione di poetica.
