Perdere in una seduta il 25% del valore a Piazza Affari e poco meno del 27% alla Borsa di Parigi, per Stellantis è stato nei giorni scorsi un colpo durissimo ma che smaschera nei bilanci il disastro reale delle attività industriali della multinazionale francese. Un panorama ancor più avvilente se guardato dallo stabilimento di montaggio divenuto simbolo dello smantellamento dell’auto italiana e ridotto pressoché alla paralisi, senza modelli nuovi, senza reali investimenti e senza prospettive: quello di Piedimonte San Germano. Il gruppo registrerà nel secondo semestre del 2025 una perdita netta tra 19 e 21 miliardi dopo maxi oneri da 22,2 miliardi per reimpostare il business. Peggiore delle attese anche la guidance del 2026 con sospensione del dividendo a causa dei risultati.
Attesa per il 21 maggio e il nuovo piano industriale del Gruppo
“Quello che abbiamo annunciato è un reset, reimpostiamo in modo decisivo le attività, in un’ottica di crescita profittevole – ha spiegato il ceo Antonio Filosa commentano i dati finanziari -. Stiamo reimpostando l’organizzazione, dando più forza ai team regionali e accelerando il processo decisionale e l’esecuzione dei piani”. Ma ormai l’unico momento per capire cosa accadrà si avvicina: il 21 maggio, in occasione dell’investor day 2026, Filosa svelerà il piano industriale e quindi il futuro del Gruppo ed anche del sito cassinate. Ma la pulizia dei conti appena effettuata non desta solo allarme anche sui territori interessati, solleva interrogativi sul valore delle strategie industriali che l’Italia sta subendo dal 2021 per la regia della famiglia Peugeot e del governo francese. Con un governo nazionale che s’è “bevuto” tutto quello che i manager hanno raccontato, incluso il Piano Italia del dicembre 2024 illustrato al Mimit e mai attuato.

L’anno scorso 100 giorni di cig e meno di 20mila auto prodotte
“Se il 2025 è stato fotografato dai numeri come l’anno peggiore dello stabilimento di Cassino – avverte Mirko Marsella, segretario provinciale della Fim-Cisl – quel che ci aspetta è se possibile anche più fosco. L’anno scorso abbiamo avuto più di 100 giornate di cig, il minimo storico di produzione scesa al di sotto delle 20mila vetture e riduzione storica dei dipendenti a 2200 unità. Cifre che raccontano la drammaticità del momento. Se aggiungiamo le ripercussioni sull’indotto e la crisi di un intero territorio in ginocchio, il quadro è completo. Del resto nei 50 anni di storia, lo stabilimento ha dato un contributo rilevante allo sviluppo ed all’economia del Lazio meridionale. Per il 2026 le prospettive che vedo sono anche peggio di quelle del 2025″.
Il restyling della Grecale cambia poco nei volumi produttivi
- Nuove Alfa Stelvio e Giulia previste dal 2028, ma arriverà il restyling della Maserati Grecale.
“Infatti, al di là della notizia della nuova linea della Maserati, cambierà poco o nulla in termini di volumi prodotti. Continueremo a produrre auto come le Alfa che erano previste 10 anni fa nel piano Marchionne e che oggi il mercato richiede nelle quantità che conosciamo. Se analizziamo gennaio e febbraio ci facciamo un’idea dell’andamento. A gennaio abbiamo avuto 4 giorni di lavorazione e a febbraio il fermo produttivo è andato dal primo e si concluderà il 17. Dal 18 in poi non si sa cosa accadrà. Bastano questi primi due mesi a dirci che andrà peggio dello scorso anno. L’appuntamento più importante per capire sorti dello stabilimento è quello del 21 maggio con la presentazione del nuovo piano industriale”.
A gennaio 4 giorni di lavoro, a febbraio tutto fermo fino al 17
- Resisterà altri due anni (bene che vada) quel che resta dell’automotive nel sud Lazio?
“Noi da tempo coi nazionali stiamo pressando il Gruppo perché Piedimonte abbia nuovi modelli e investimenti per accorciare i tempi. Perché questa situazione in caduta la viviamo di anni, ricordiamo che il 2023 era stato il peggiore di sempre, poi è arrivato il 2024 peggiore dell’anno precedente e così il 2025. C’è bisogno di modelli ma anche e non di meno di certezza dei tempi per garantire anche quel che c’è rimasto dell’indotto. Una parte è già persa irrimediabilmente. Di certo sappiamo solo che Stelvio e Giulia saranno sulle linee di montaggio fino a 31 dicembre 2027. Ma noi non possiamo attendere il 2028-2029 per nuovi modelli. Significherebbe un disastro occupazionale drammatico sotto tutti gli aspetti”.
Sullo sfondo le colpe dell’Ue e l’assenza del governo italiano
- Si guarda all’Europa, si danno colpe alle norme che hanno spinto per l’elettrificazione, ma pare che le responsabilità maggiori siano manageriali, imprenditoriali, legate alla scarsa lucidità industriale dell’azienda.
“Ci vuole un impegno europeo per il settore, tanto è vero che la scorsa settimana i sindacati italiani hanno partecipato ad una manifestazione a Bruxelles. Del resto non è possibile che, di fronte alla crisi di un settore così importante, la Ue si giri dall’altra parte. Poi servono interventi del governo italiano: Fiat e Fca hanno garantito livelli occupazionali importanti e ora, di fronte a questo crollo, il governo deve fare la sua parte. Nel cassinate è opportuno proteggere il settore auto e lo stabilimento ma bisogna iniziare ad interrogarsi su settori alternativi all’auto”.
No a carrarmati al posto delle vetture ma altri settori della Difesa sì
- Si riferisce all’indiscrezione sul possibile montaggio di autoblindo e mezzi militari?
“Nessuno pensa di produrre carri armati al posto di autovetture. Certo, pensiamo ad investimenti alternativi che fanno parte comunque del mondo della Difesa che sta godendo di enormi risorse: ma non ci sono solo missili e cannoni da costruire. Ci sono tantissime altre produzioni qualificate che possono rappresentare un’opportunità per il nostro territorio. Il Cassinate ed il Lazio meridionale colgano quelle opportunità per risollevare l’economia dell’area, per evitare che altri giovani se ne vadano altrove. Se restiamo fermi e aspettiamo, di sicuro le produzioni che si facevano 5-10 anni fa non torneranno più”.
Con la Zes avremmo limitato i danni, la politica poteva fare di più
- Politica e istituzioni locali danno segni di presenza?
“La Regione Lazio è attiva, la politica può dare una spinta ma il nodo centrare resta il piano industriale. Comunque la Regione ha rifinanziato la legge 46, ha destinato 100 milioni al Consorzio Industriale del Lazio. Noi chiedevamo la Zes (Zona Economica Speciale) e la politica avrebbe potuto fare qualcosa di più in questa direzione. Uno sforzo andava fatto per non soccombere all’accerchiamento che subiamo dalle zone agevolate. Purtroppo la Zes non è stata fatta. Oggi abbiamo interlocuzioni in corso e alcune risposte devono arrivare dalle istituzioni. Aspettiamo ulteriori investimenti, speriamo che le opportunità alternative si concretizzino, anche se per ora mancano ancora notizie ufficiali”.