Ezio Cretaro, dieci mesi dopo la morte sul cantiere la famiglia attende ancora la verità

Depositati gli esiti delle consulenze, dissequestrato il cantiere: indagini verso la chiusura. Attesa per l’esito dell’autopsia

Sono passati dieci mesi da quel 17 novembre 2025. Dieci mesi da quando Ezio Cretaro, 66 anni, di Veroli, è precipitato da un’impalcatura mentre lavorava in un cantiere edile a Ceccano, in via Madonna della Pace. Dieci mesi da quando un padre, un marito, un nonno, un uomo che aveva lavorato per tutta la vita, non è più tornato a casa. E dieci mesi dopo, la sua famiglia aspetta ancora risposte. Non soltanto quelle che dovranno eventualmente individuare responsabilità e colpe. Prima ancora, quella più semplice e più dolorosa: come è morto Ezio Cretaro?

È la domanda che continua ad accompagnare la famiglia e alla quale dovrà contribuire a dare una risposta anche l’esame autoptico eseguito dopo l’incidente mortale sul lavoro. Le consulenze disposte nell’ambito dell’inchiesta sono state depositate e, con il dissequestro del cantiere, il procedimento giudiziario sembra ormai avviarsi verso le battute finali. Sarà poi il sostituto procuratore Busto, titolare del fascicolo, a tirare le somme dell’attività investigativa e a valutare gli eventuali sviluppi processuali, compresa la sussistenza di ipotesi di reato e le eventuali richieste di rinvio a giudizio.

Sono tempi che un’indagine complessa, soprattutto quando deve ricostruire una morte sul lavoro e accertare eventuali responsabilità lungo una catena di rapporti contrattuali, può richiedere. Ma per una famiglia il tempo giudiziario ha un’altra dimensione. Perché mentre il fascicolo si riempie di consulenze, accertamenti e atti, a casa di Ezio Cretaro resta una domanda che non ha ancora trovato risposta.

“Vogliamo sapere come è morto mio padre”. Era stata questa la richiesta di Cristian, il figlio di Ezio, già alcuni mesi fa. Lo avevamo incontrato per una lunga e dolorosa intervista. E oggi quella richiesta è ancora lì, ancora più pesante. “Ho letto della morte di mio padre da un post su Facebook. Ho dovuto dirlo così a mia madre. Circa tre ore dopo. La sua foto era ovunque, noi non eravamo stati informati da nessuno. Mia sorella lo ha saputo in un centro commerciale. Ci sembrava impossibile. Ma lui non rispondeva al telefono. Era tardi, a quell’ora sarebbe già dovuto essere a casa”, raccontava Cristian ai nostri microfoni. A casa, Ezio non sarebbe mai più arrivato.

Quel pomeriggio del 17 novembre, intorno alle 15, precipitò da un’impalcatura montata per i lavori di rifacimento della facciata di una palazzina. Una tragedia che fin dalle prime ore aveva sollevato interrogativi anche sul piano della sicurezza e sull’organizzazione del cantiere. I sindacati avevano parlato di un possibile “omicidio sul lavoro” determinato da quelli che erano stati definiti fallimenti sistemici. Il cantiere riguardava la sostituzione del manto di copertura e il ripristino delle facciate ed era stato affidato attraverso un sistema di subappalto. Proprio la catena contrattuale era finita sotto la lente, così come le condizioni nelle quali Ezio si trovava a lavorare. Secondo quanto denunciato all’epoca dalla Fillea Cgil, l’azienda appaltatrice aveva, al momento dell’incidente, soltanto due operai in organico, rispetto ai 18 precedenti, mentre la subappaltatrice non denunciava lavoratori in Cassa Edile. Tutti elementi ancora al vaglio che dovranno essere confermati o smentiti dagli accertamenti della Procura che dovrà anche stabilire se e quali responsabilità siano configurabili.

Tra gli elementi più attesi dalla famiglia c’è dunque proprio l’esito dell’autopsia. Perché prima ancora di capire chi eventualmente dovrà rispondere della morte di Ezio, occorre sapere con certezza quale sia stata la causa della sua morte e ricostruire cosa sia accaduto in quei drammatici istanti. La perizia medico-legale era stata affidata al dottor Gabriele Margiotta. Tra gli aspetti da chiarire anche l’eventuale presenza di patologie pregresse e la possibilità che la caduta possa essere stata preceduta da un malore.

“Nulla sappiamo su quell’autopsia”, raccontava Cristian mesi fa. “Io non so come sia morto mio padre”. È una frase che oggi, a distanza di dieci mesi, racconta forse più di qualsiasi altra cosa il peso dell’attesa.

Ezio era in pensione. Ma dopo quarant’anni di lavoro quella pensione, raccontava il figlio, non era sufficiente a sostenere la famiglia. E così, a 66 anni, era tornato sui cantieri. Lo aveva fatto in un ambiente che conosceva bene, dopo una vita trascorsa a lavorare. “Faceva il conduttore di mezzi, guidava mezzi molto grandi ed era una persona di fiducia nell’azienda. Lo chiamavano tutti MacGyver perché risolveva tutto. Era una brava persona. Per bisogno ha accettato di lavorare così”.

Parole che oggi guardano a un’inchiesta che sembra essere arrivata alla sua fase conclusiva. Il dissequestro del cantiere e il deposito delle consulenze segnano infatti un passaggio importante dell’indagine. Ma per la famiglia non significano ancora la fine dell’attesa. Perché una cosa è la conclusione delle attività investigative, un’altra è avere finalmente davanti una ricostruzione capace di rispondere alle domande che da quel 17 novembre non hanno mai smesso di tormentare chi voleva bene a Ezio. Come è morto? Cosa è accaduto su quel ponteggio? Ci fu un malore? La caduta fu provocata da qualcosa? E, soprattutto, ci sono responsabilità per quella morte? A queste domande dovranno rispondere gli accertamenti della Procura e, successivamente, le eventuali decisioni dell’autorità giudiziaria.

Il titolare dell’azienda, secondo quanto emerso nell’inchiesta, risulta indagato come atto dovuto, ma ogni eventuale responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti e nel rispetto della presunzione di innocenza. Intanto resta una famiglia che aspetta.

Una famiglia che, poche ore dopo la tragedia, aveva dovuto scoprire dai social che Ezio non c’era più. Una famiglia che aveva aspettato giorni prima di poter riavere la salma per i funerali. Una famiglia che oggi, a dieci mesi di distanza, chiede semplicemente di sapere cosa sia successo a quell’uomo che quella mattina era uscito di casa per andare a lavorare e che a casa non è mai tornato.

“Ci sentiamo abbandonati. Mio padre invece c’era sempre, per tutti”, aveva detto Cristian. E forse è proprio qui che si trova il senso più profondo di questa attesa. Non soltanto nella ricerca di eventuali responsabilità penali, che spetta alla magistratura accertare. Ma nel bisogno di una famiglia di poter finalmente dare un significato a una morte arrivata senza spiegazioni. Ezio Cretaro era conosciuto come “MacGyver”, quello che aggiustava tutto, quello che trovava una soluzione, quello su cui gli altri potevano contare. Questa volta, però, non c’è stato modo di aggiustare niente. A dieci mesi da quella caduta, resta ancora una domanda sospesa. La stessa che Cristian aveva pronunciato mesi fa e che oggi pesa ancora di più: “Vogliamo sapere come è morto mio padre”.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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