Un gazebo montato sotto il solleone di luglio, davanti a un edificio di Borgo Santa Lucia che per migliaia di ceccanesi è semplicemente l’ospedale. Dentro, una Casa della Salute che eroga circa cinquecento prestazioni al giorno per un bacino di oltre cinquantamila persone. Fuori, un sindaco che chiede una delibera e un presidente di Regione che risponde promettendo medici, posti letto e bonifiche ma non quella firma sugli atti necessari.
In mezzo, una domanda che riguarda l’intera provincia di Frosinone: che cosa resta della sanità di prossimità dopo il grande smantellamento trasversale, iniziato con il centrosinistra di Piero Badaloni nel 1995, proseguito con Francesco Storace ed il suo centrodestra dal 2000, proseguito col centrosinistra di Piero Marrazzo tra il 2005 ed il 2009 e andato avanti sia col centrodestra di Renata Polverini che col centrosinistra di Nicola Zingaretti? Le macerie che sta rimettendo insieme, in fretta e furia, grazie ai fondi del Pnrr il governatore attuale Francesco Rocca.
Il fatto scatenante: un servizio che s’è spento il primo luglio
Il Presidio ambulatoriale territoriale (Pat) di Ceccano ha smesso di funzionare il 1° luglio 2026. Non con un annuncio, non con una cerimonia: semplicemente, da quel giorno il servizio dedicato alle urgenze non gravi — i codici bianchi e verdi — non ha più risposto. Per il territorio si è trattato della perdita dell’unico filtro pubblico tra il medico di famiglia e il pronto soccorso del ‘Fabrizio Spaziani’ di Frosinone. La logica della riorganizzazione, sulla carta, era lineare: l’attività del Pat sarebbe stata assorbita dalla nuova rete territoriale, transitando temporaneamente presso la Casa di Comunità di Frosinone e trovando poi collocazione definitiva nell’Ospedale di Comunità in via di realizzazione a Ceccano, nell’ex Ala Mosconi.
Il problema è che il primo tassello è stato rimosso prima che il secondo fosse posato. L’Ospedale di Comunità, la cui apertura era attesa per giugno, non è mai stato inaugurato: le stime più recenti lo collocano in autunno. E l’Unità di degenza infermieristica che occupava quegli spazi, dodici posti letto, risulta sospesa già da maggio. Il risultato, in termini di offerta assistenziale, è un vuoto: un servizio disattivato, il servizio sostitutivo non ancora attivo, una degenza sospesa.
È su questo scarto temporale — tecnico nella forma, politico negli effetti — che si è innestata la mobilitazione. Andrea Querqui, sindaco di Ceccano, sintetizza dal presidio permanente, messo su con il sostegno dell’amministrazione e dei tanti cittadini attivisti: “Questa città aveva due ospedali. Poi ne è rimasto uno e hanno chiuso anche quello“.



La radice del problema: una “mappa” disegnata nel 2021
Per capire perché a Ceccano oggi si discuta di una delibera e non di un cantiere, occorre risalire alla programmazione con cui il Lazio ha tradotto la Missione 6 del Pnrr e, successivamente, il Dm 77/2022 sugli standard dell’assistenza territoriale. La rete delle nuove strutture della Asl di Frosinone è stata definita in quella stagione: Case di Comunità come perno dell’assistenza di prossimità, Ospedali di Comunità come cerniera fra ospedale per acuti e domicilio, Centrali Operative Territoriali a governare i passaggi coordinando la presa in carico dei pazienti.
Nel Distretto B — ventitré Comuni e oltre 174 mila abitanti, il più popoloso della provincia — l’ex ospedale di viale Mazzini a Frosinone è stato individuato come sede di Centrale Operativa, Casa di Comunità hub e Ospedale di Comunità. Altre Case di Comunità sono state assegnate a Ferentino, Ceprano, Veroli e Amaseno. A Ceccano è stato attribuito soltanto l’Ospedale di Comunità. La Casa della Salute di Borgo Santa Lucia, con le sue quattordici branche specialistiche, è rimasta fuori dalla nuova rete: non riconvertita, non soppressa, semplicemente non prevista.
La stagione è quella del governo Zingaretti e per questo oggi Rocca ha buon gioco a riversare sulla coalizione politica a cui è vicino Querqui ogni responsabilità di quella scelta.
Il centrodestra dà responsabilità a Zingaretti ma è in ritardo sui rimedi
La presidente della Commissione regionale Sanità, Alessia Savo, infatti ha additato la giunta Zingaretti, sostenendo che l’esclusione della struttura ceccanese dalla rete avrebbe indebolito l’assistenza territoriale e che l’attuale governo regionale starebbe correggendo quell’impostazione. È un argomento che il presidente Francesco Rocca ha poi rilanciato con forza, osservando che lo spostamento della Casa di Comunità verso Amaseno non è imputabile alla sua amministrazione, ma alla coalizione cui appartiene lo stesso sindaco di Ceccano.
Sul piano documentale la ricostruzione regge: la mappa delle strutture è stata definita fra la fine del 2021 e il 2022, sotto la precedente consiliatura e successivamente aggiornata dal Piano di programmazione dell’assistenza territoriale 2024-2026. Ma resta la contro-obiezione dell’amministrazione comunale: infatti e conseguentemente se quella programmazione era sbagliata, dal 2023 a oggi la Regione ha avuto tre anni per emendarla con un atto formale. E l’atto non c’è e quindi le responsabilità sono anche del centrodestra. È evidente. Almeno a chi non siede tra le fazioni del Palazzo.
La cronologia della mobilitazione: dai tavoli istituzionali al gazebo
La vertenza non nasce a luglio. Nei mesi precedenti l’amministrazione comunale aveva già aperto tre canali di confronto: due incontri con il direttore generale della ASL di Frosinone, Arturo Cavaliere e uno, a giugno, con la presidente della Commissione Sanità Alessia Savo. Da quel tavolo — al quale sedevano, oltre al sindaco, la consigliera delegata alla Sanità Cristina Micheli e la presidente del Consiglio comunale Emanuela Piroli — erano arrivate rassicurazioni precise: tutti i servizi della Casa della Salute sarebbero stati mantenuti, la struttura sarebbe stata progressivamente integrata nel modello della Casa di Comunità e l’Ospedale di Comunità dell’ex Ala Mosconi sarebbe stato un servizio aggiuntivo, non sostitutivo.
Quanto al Pat, veniva spiegato che la sua attività sarebbe confluita in un nuovo assetto, con la continuità garantita dal medico dell’Ospedale di Comunità, dalla Guardia Medica e dal personale competente. Il Comune uscì da quell’incontro soddisfatto. Undici giorni dopo l’inizio di luglio, il Pat in questione era chiuso e l’Ospedale di Comunità non era aperto.
Il presidente Rocca: «Nessun servizio chiude, arriva il potenziamento»
La posizione del presidente Francesco Rocca è netta e articolata su due piani. Sul merito sanitario, il governatore ha garantito che nessun servizio verrà soppresso e che al contrario l’offerta sarà rafforzata: dal 3 agosto è attesa la continuità assistenziale con il supporto di sette medici di medicina generale, l’Ospedale di Comunità è confermato con venti posti letto, ed è prevista una bonifica dell’intera area dell’ex nosocomio. Rocca ha inoltre rivendicato il ripristino di prestazioni che, a suo dire, la precedente giunta regionale aveva cancellato.
Quanto ai ritardi, il presidente ne ha offerto una spiegazione di natura amministrativa: gli uffici tecnici delle aziende sanitarie sono stati assorbiti dalle scadenze del Pnrr e solo una volta conclusa quella fase potranno dedicarsi al recupero della struttura ceccanese. Un’ammissione, di fatto, che il cronoprogramma è stato dettato dalle priorità del Piano nazionale più che dai bisogni del singolo territorio.
Sul piano politico, invece, il registro è polemico. Rocca ha definito la protesta dei sindaci un esercizio muscolare, giudicandola imprudente per gli anziani esposti al caldo di luglio, e ha accusato il primo cittadino di cercare visibilità su un problema generato dalla sua stessa parte politica. Ha poi rovesciato il fronte, elencando le criticità amministrative di Ceccano — dal cimitero alla viabilità, dal decoro urbano agli eventi cittadini — e sintetizzando la sua posizione in una formula tranchant: alla sanità pensa la Regione. Sintesi testuale: “Non chiudono i servizi, anzi verranno potenziati. Su Ceccano ci sarà un potenziamento importante“.
Il sindaco Querqui: «Ma le rassicurazioni non sono atti amministrativi»
Il sindaco Andrea Querqui non contesta i numeri annunciati dalla Regione. Contesta la loro forma giuridica. La richiesta dell’amministrazione è sempre stata una sola e sempre la stessa: una deliberazione di Giunta regionale che riconverta formalmente la Casa della Salute in Casa di Comunità, rendendo strutturale ciò che oggi è affidato a dichiarazioni pubbliche e a impegni verbali.
La differenza non è nominalistica. La riconversione formale ancorerebbe la struttura di Borgo Santa Lucia alla rete prevista dal Dm 77/2022, con gli standard di servizio, di personale e di orario che ne discendono e la sottrarrebbe alla discrezionalità della programmazione successiva. Senza quell’atto, la Casa della Salute resta un presidio giuridicamente residuale, la cui sopravvivenza dipende dalla buona volontà di chi governa la Asl di via Fabi in quel momento.
L’accordo possibile: carte scritte in cambio della smobilitazione
Da qui la formula con cui il sindaco ha risposto alle promesse del governatore: carte scritte in cambio della smobilitazione. E l’elenco dei servizi di cui l’amministrazione chiede la continuità fino alla riconversione: poliambulatorio, radiologia, centro di salute mentale, consultorio familiare, riabilitazione territoriale, odontoiatria sociale, servizio vaccinale, assistenza domiciliare integrata, URP, ReCUP e il corso di laurea in Infermieristica. Insomma, scandisce: “Siamo disponibili a valutare una sospensione del presidio, purché arrivino atti formali, anziché semplici parole“.
Sarebbe riduttivo leggere la vertenza come un semplice scontro fra un sindaco di centrosinistra e un governatore di centrodestra, anche se la geometria appare proprio quella, specialmente in vista delle scadenze elettorali del 2027 e del 2028. Il risultato è una tregua armata. La Regione ha una finestra di circa sei settimane per trasformare gli annunci in provvedimenti; il Comune ha già iscritto in agenda la manifestazione di settembre. Se la delibera arriva, la vertenza si sgonfia e la Regione incassa. Se non arriva, la piazza diventa il terreno di verifica. Ed i ceccanesi sanno storicamente come difendere con energia il bene comune della loro città.
La città finita nella “zona grigia” tra vecchie e nuove strutture
Del resto le parole di Rocca sui tecnici assorbiti dal Pnrr sono, pur involontariamente, la diagnosi più onesta dell’intera vicenda: le strutture nuove hanno drenato risorse progettuali e amministrative e ciò che era già esistente — le Case della Salute della stagione precedente — è finito in una zona grigia, né dismesso né riqualificato. Ceccano vive esattamente in quella zona grigia, con una struttura che funziona a pieno regime ma non ha un nome giuridico nella rete sanitaria territoriale di domani.
Il vero banco di prova, dunque, arriverà a settembre. Non tanto per la manifestazione annunciata, quanto per una verifica più materiale e quasi scontata: se l’Ospedale di Comunità aprirà davvero, se i sette medici saranno in servizio, se sul tavolo comparirà una delibera. In una provincia che ha visto chiudere 13 ospedali e ridimensionare i 4 presidi rimasti attivi per vent’anni, la differenza fra una promessa e un atto amministrativo non è una sottigliezza da giuristi. È la misura della fiducia che resta. Nelle istituzioni prima che nella politica di qualsiasi schieramento.