La risoluzione approvata dal Parlamento Europeo per fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social media ha incontrato il voto favorevole degli eurodeputati di Fratelli d’Italia, di Forza Italia e del Partito Democratico, ma mentre il Regno Unito ha già annunciato attraverso il premier Starmer la prossima approvazione di una legge che darà applicazione alla risoluzione europea, in Italia nessuno dei partiti che si sono mostrati a favore dell’introduzione di una normativa a tutela dei minori ha rilanciato la questione in patria.
Forse perché il voto contrario espresso dalla Lega al Parlamento Europeo, e la divisione interna del Movimento 5 Stelle promettono il rischio di divisioni e fratture negli schieramenti di centrodestra di centrosinistra, fratture che nessuno vuole in una fase che vede entrambi gli schieramenti alla ricerca affannosa della coesione senza la quale non possono sperare di vincere le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento e puntare alla leadership nel nuovo Governo.
Siamo alla solita soluzione all’italiana: mani alzate a Strasburgo e bocche cucite a Roma, perché la tenuta delle intese politiche per arrivare compatti al voto nelle prossime elezioni politiche vale più di un atto di civiltà rivolto alla tutela dei nostri ragazzi e più di un significativo atto politico di riaffermazione della supremazia del diritto nazionale sullo strapotere delle multinazionali che gestiscono le piattaforme digitali a livello planetario.
Eppure l’attenzione posta dal Parlamento Europeo alla tutela dell’integrità psicofisica dei minori è supportata da una serie di dati preoccupanti secondo i quali il 97% dei ragazzi usa internet tutti i giorni; il 78% dei ragazzi tra i 13 e i 16 anni controlla i propri dispositivi almeno una volta ogni ora; il 25% dei ragazzi mostra un uso problematico dello smartphone. E benché non vi siano dati statistici attendibili, è pacificamente accettato da tutti che il fenomeno del bullismo e le sue manifestazioni viaggiano oggi soprattutto sui telefonini, supportati anche dall’intelligenza artificiale generativa, con effetti disastrosi, a volte letali, sulle vittime.
Negli ultimi anni è stata più volte sollecitata nel nostro Paese l’introduzione dell’identità digitale, strumento in grado di garantire il controllo sull’utilizzo dei social media da parte dei minori, e soprattutto un modo per sostituire con un obbligo l’imposizione di un divieto, ma il tema, che presenta aspetti divisivi ogni volta che si affrontano i temi della privacy, della libertà dell’individuo, e delle forme di controllo dei cittadini, anche quando si tratti di minori, tengono i nostri politici a distanza di sicurezza dai rischi di apparire impopolari. E intanto i ragazzi continuano a subire gli effetti negativi e i danni collaterali derivanti dall’utilizzo indiscriminato e incontrollato dei social.
L’Italia promette anche stavolta di arrivare per ultima all’approdo nel porto della civiltà con una normativa nazionale che sappia garantire l’integrità fisica e mentale delle generazioni che domani saranno chiamate a governare il Paese. Una latitanza, quella della politica italiana sul fronte della gestione dei rischi derivanti dall’utilizzo dei social media, che non tutela i minori e che abbandona al proprio destino le famiglie, soprattutto quelle che non dispongono degli strumenti per esercitare correttamente forme di controllo sui comportamenti dei propri ragazzi.