A volte la storia di un luogo non si trova negli archivi del paese, ma dall’altra parte dell’Europa. È quello che è successo a Silvia Corsetti, a partire da un episodio quasi casuale. Il nipote Lorenzo durante un viaggio a Parigi, entra in un museo e si trova davanti a un dipinto che raffigura alcune donne di Sant’Angelo in Theodice: le cosiddette “Fienarole”, ritratte mentre vendono il fieno alle porte della città di San Germano, l’attuale Cassino. Il quadro è “Les Fiènarolles de San Angelo vendant du foin à l’entrée de la ville de San Germano”, opera del pittore francese Ernest Hébert. Ma quella scoperta, per la famiglia, non è soltanto un incontro con un’opera d’arte. Quelle donne, quei vestiti, quel paesaggio umano appartengono alla storia della stessa comunità da cui provengono i loro antenati. È come se, partendo dalla Ciociaria e arrivando lontano, il nipote avesse ritrovato a Parigi un pezzo della propria terra. E poi lo avesse riportato a casa, raccontandolo alla nonna. Da quel momento Silvia inizia ad approfondire quella storia. Quello che nasce come un ritrovamento familiare diventa progressivamente una ricerca più ampia: capire chi fossero quelle donne, perché tanti artisti europei dell’Ottocento arrivassero in queste terre e perché la Ciociaria fosse diventata, agli occhi dei pittori stranieri, un luogo così particolare da essere raccontato e raffigurato. Da qui prende forma l’idea di “Ciociaria Disvelata – Storia Pittorica Secolo XIX”, realizzata a Sant’Angelo in Theodice con la collaborazione di don Nello Crescenzi, parroco del paese.



Quando la Ciociaria diventò soggetto per i pittori europei
Nell’Ottocento molti artisti europei arrivavano in Italia attratti da Roma, dall’arte classica e dall’archeologia. Ma per alcuni il viaggio non si fermava alla capitale. I paesi della Ciociaria diventavano un’altra tappa del loro percorso. Qui trovavano paesaggi, persone, mestieri e soprattutto costumi tradizionali che apparivano molto lontani dalla realtà urbana che conoscevano. Gli abiti delle donne ciociare, in particolare, finirono così nelle tele di numerosi artisti e contribuirono a costruire, anche fuori dall’Italia, una precisa immagine della Ciociaria ottocentesca. La mostra parte proprio da questo sguardo: raccontare il costume ciociaro attraverso la pittura e mostrare come persone e tradizioni di questi territori siano entrate nella storia dell’arte europea. Non soltanto, quindi, una mostra sul passato di Sant’Angelo, ma un percorso per capire come quel passato sia stato visto, raccontato e conservato dagli artisti che arrivavano da lontano.


Una storia che torna a casa
La mostra si sviluppa a Sant’Angelo in Theodice, tra Piazza Capo di Muro e via delle Madonnelle, trasformando gli spazi del paese nella cornice di un percorso dedicato alla memoria, al costume e alla pittura dell’Ottocento. All’inaugurazione partecipano cittadini, visitatori e rappresentanti delle istituzioni locali. Ma forse il significato più particolare dell’iniziativa rimane quello da cui tutto è cominciato. Un ragazzo parte dalla Ciociaria e arriva a Parigi. Entra in un museo. E trova le donne del proprio paese dipinte più di un secolo prima. Riconosce, attraverso quel quadro, qualcosa che appartiene alla propria famiglia e alla propria comunità. Lo racconta alla nonna. E la nonna decide di andare a cercare quella storia. Da un quadro nasce una ricerca. Dalla ricerca nasce una mostra. E la mostra riporta quella storia proprio nel luogo da cui, idealmente, era partita. A volte basta guardare lontano per riconoscere meglio casa propria.

E poi succede qualcosa di inaspettato
C’è però un altro momento della mostra che racconta forse meglio di qualsiasi pannello cosa significhi trasformare la memoria in qualcosa di vivo. Silvia, fin dall’inizio, indossa il costume tradizionale ciociaro. Alcuni costumi vengono inoltre messi a disposizione all’interno del percorso. Quando arrivano le prime persone del paese, qualcuno chiede spontaneamente di poterli indossare. E così succede. Gli abiti che fino a quel momento erano oggetti della mostra tornano a essere indossati dalle persone del luogo. Il pubblico non rimane soltanto pubblico: entra dentro la storia che sta guardando. È un passaggio quasi simbolico. Quello che era stato osservato per decenni attraverso i quadri di artisti stranieri torna a essere vissuto direttamente dalla comunità.