La provincia svuotata, tra crisi industriali e bassi salari: cresce l’area del disagio mentre la politica guarda altrove

Il mercato del lavoro: il dato che nasconde più di quanto riveli. Così la Ciociaria "emerge" solo al confronto col Meridione più disperato

Ci sono puzzle più istruttivi di altri perché ricostruiscono mappe. Spesso finiscono fissati alle pareti a mo’ di quadro. Con quest’idea in mente è saggio cercare di orientarsi fra i dati che si possono raccogliere da siti istituzionali: le tessere, appunto, dello stato di salute della provincia di Frosinone. Il punto di partenza è una graduatoria di Unioncamere e del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne sul reddito disponibile delle famiglie: la provincia di Frosinone si colloca al 102° posto su 107 province italiane, con un reddito pro-capite di poco più di 15.500 euro, contro una media nazionale che sfiora i 22.400. È la peggiore del Lazio, la peggiore del Centro Italia, un gradino appena sopra la zona di retrocessione dove da anni stazionano le aree più fragili del Mezzogiorno.

Così, un territorio che per decenni è stato tra i più industrializzati e dinamici del centro Italia oggi arranca, con un reddito che nel capoluogo lombardo, ad esempio, vale più del doppio. Da questa situazione conviene prendere le mosse per capire cosa sta accadendo. Perché dietro le percentuali si muovono fabbriche che chiudono, contratti che non vengono rinnovati, giovani che partono e non tornano, file che si allungano ai servizi sociali comunali e un’economia locale che perde pezzi mentre il dibattito pubblico si affanna su tutt’altro. Cose surreali hanno la priorità: come spostare di poltrona i titolari di posti ben retribuiti per far spazio ad altri dei beneficiati dal potere.

Disoccupazione al 10% ma non calcola chi “sparisce” dalle statistiche

Ma torniamo al punto. Il tasso di disoccupazione è intorno al 10% (con oscillazioni recenti rilevate tra il 9,9% e il 10,1% a seconda delle stime territoriali e di genere elaborate su base Istat). A livello nazionale l’indicatore è sceso attorno al 6% nel corso del 2025, con il Centro Italia in posizione intermedia tra il Nord virtuoso (sotto il 4%) e il Mezzogiorno che ancora oscilla in doppia cifra.

Ma il tasso misura chi cerca lavoro, non chi ha rinunciato a cercarlo: e in una provincia che perde popolazione attiva, un dato apparentemente stabile può nascondere semplicemente il fatto che chi non trova occupazione se ne va altrove, sparendo così dalle statistiche locali. Il vero indicatore della fragilità ciociara sta nella struttura dell’occupazione, non solo nel suo volume. E qui i numeri parlano chiaro. E le sparizioni si moltiplicano.

Di Giorgio: anni di delocalizzazioni mentre la politica dibatteva di altro

“In questi ultimi anni – ricorda Francesco Di Giorgio, studioso e saggista nonché ex sindacalista metalmeccanico – abbiamo avuto un processo di delocalizzazione delle fabbriche a livello nazionale, ma soprattutto a livello provinciale e nel cassinate, che è pauroso. Abbiamo avuto le prime delocalizzazioni in Serbia, poi in Brasile, Messico, Stati Uniti e ultimamente verso il Marocco. Tutti questi processi ci sono passati davanti al naso, ma tutto questo non è entrato minimamente nella riflessione e nel dibattito pubblico, né a livello istituzionale, né politico, né tantomeno sindacale”.

Col crollo della manifattura nel frattempo prospera il precariato e il part-time involontario. La condizione delle lavoratrici della provincia è emblematica. Secondo un’analisi sindacale, le lavoratrici “atipiche” del Frusinate hanno guadagnato in media circa 10.700 euro annui, contro i poco più di 18.300 delle colleghe con contratto stabile. Ma il dato più impressionante riguarda il tempo parziale: nel 2023 il 56,8% delle dipendenti del settore privato — circa 23.800 donne su 42.000 — lavorava part-time, una percentuale tripla rispetto agli uomini e quasi dieci punti sopra la media regionale, superando persino Roma.

Nella palude del precariato e del lavoro povero, i tanti che sopravvivono

Sia chiaro: un part-time in larga parte involontario, che si traduce direttamente in salari da povertà. E veniamo alla questione salari, appunto. Sul piano retributivo la Ciociaria vive un paradosso. Nelle graduatorie salariali provinciali, esclusa Roma, Frosinone risulta la migliore del Lazio: circa 1.564 euro di retribuzione media mensile nel 2023, che la collocano attorno al 57°-58° posto in Italia, prima provincia del Centro-Sud dopo la capitale. Ma è un primato che dice più sulla debolezza del resto del Meridione che sulla forza della provincia: quella retribuzione resta comunque sotto la media nazionale e assai più vicina ai valori del Sud che a quelli del Centro-Nord.

In sostanza: i posti di lavoro sono pochi, e chi ce l’ha non è pagato benissimo. Il confronto con l’Europa aggrava il quadro. Secondo i dati citati nel Rapporto Caritas, tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni reali in Italia sono diminuite del 4,4%, e dal 2008 al 2024 la perdita complessiva di potere d’acquisto dei salari ha raggiunto l’8,7%: il dato peggiore tra tutti i Paesi del G20. Su questo sfondo nazionale già negativo, una provincia sotto-media come Frosinone parte da una posizione doppiamente svantaggiata rispetto agli standard dell’Europa occidentale.

Mario Spigola, già segretario generale Fim-Cisl, la sintetizza così: “La stretta sulle pensioni crea un problema enorme: gli anziani rimangono al lavoro perché l’uscita viene fatta slittare, e i giovani non trovano occupazione. Non c’è speranza per loro perché manca l’idea di quali siano gli asset strategici da difendere. Cala la produttività, calano i salari, aumenta la povertà”. (1. Continua)

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Stefano Di Scanno
Stefano Di Scanno
Giornalista Professionista

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