C’è una strada, la 666, che conduce verso il valico di Forca d’Acero e che negli anni è stata più volte teatro di incidenti e situazioni di pericolo. Una strada sulla quale i controlli sulla velocità sono certamente importanti e sulla quale il rispetto delle regole rappresenta una questione di sicurezza per tutti.
Ma proprio dal modo in cui quei controlli vengono effettuati nasce la riflessione che arriva da un imprenditore fermato lo scorso fine settimana da una pattuglia delle Volanti del Commissariato di Sora. L’uomo, un cinquantunenne, era alla guida della propria automobile quando gli agenti gli hanno intimato l’alt. Ha accostato e, secondo la sua versione dei fatti, si sarebbe messo a disposizione degli operatori per i normali controlli, iniziando a prendere i documenti.
È a quel punto che, sempre secondo la sua ricostruzione, uno degli agenti, il più giovane della pattuglia, si sarebbe rivolto a lui con queste parole: “Adesso facciamo un bel verbale perché per quanto correvi, nel tentativo di fermarti, mi stavi investendo”. Una frase che, nel racconto dell’imprenditore, avrebbe immediatamente cambiato i toni della situazione. L’uomo sostiene infatti di essere rimasto interdetto di fronte a un’affermazione che, se interpretata letteralmente, andrebbe ben oltre una semplice contestazione relativa alla velocità.
La sua reazione sarebbe stata proprio su questo punto: se davvero un automobilista avesse rischiato di investire un agente, non ci si troverebbe semplicemente davanti a una violazione del Codice della strada, ma a una contestazione di ben altra natura. Da qui la richiesta, avanzata dall’imprenditore di mettere nero su bianco quanto gli sarebbe stato contestato verbalmente.
“Lo metta sul verbale”, avrebbe chiesto l’uomo, sostenendo di voler vedere formalizzata l’affermazione secondo cui, a causa della velocità, non sarebbe stato in grado di fermarsi al posto di blocco e avrebbe rischiato di investire l’agente. Il confronto sarebbe diventato progressivamente più acceso. A quel punto sarebbe intervenuto anche l’altro poliziotto, quello più anziano, nel tentativo di riportare la situazione alla calma e comprendere cosa stesse accadendo.
Alla fine, però, quella che era stata descritta verbalmente dall’agente come una situazione potenzialmente ben più grave non sarebbe stata formalizzata in quei termini. La contestazione elevata ha riguardato invece la velocità non commisurata alle condizioni della strada: “Circolava con il suddetto veicolo percorrendo un tratto di strada in curva a velocità non commisurata alle condizioni di traffico e luogo costituendo pericolo per la circolazione in atto”, si legge sul verbale.
Ed è proprio su questo punto che l’imprenditore ha deciso di andare oltre il semplice sfogo. Nella giornata di ieri ha infatti presentato un ricorso contro la sanzione, allegando anche alcune fotografie del tratto stradale interessato, che mostrerebbero un rettilineo.

Non spetta naturalmente a noi e neppure all’imprenditore stabilire chi abbia ragione. Né è questo il senso della vicenda. La velocità eccessiva rappresenta un pericolo, soprattutto su una strada come la 666, e gli agenti hanno il compito di garantire la sicurezza e di contestare le violazioni quando vengono accertate. Ma la vicenda raccontata dall’automobilista apre una domanda diversa, che riguarda il rapporto tra chi indossa una divisa e il cittadino che viene fermato.
Qual è il limite tra una contestazione, anche ferma e severa, e un’affermazione che può essere percepita dal cittadino come un’accusa ben più grave? Se un agente ritiene che una persona abbia commesso un reato, naturalmente deve procedere secondo quanto previsto dalla legge. Se invece viene rilevata una violazione del Codice della strada, quella violazione deve essere contestata e motivata nelle forme previste.
È proprio questa distinzione che l’imprenditore sostiene di non aver compreso in quel momento. Nel suo racconto c’è anche un altro elemento: quello di una persona che si definisce un cittadino senza precedenti con la giustizia, impegnato nella propria attività professionale, che dà lavoro ad altre persone e che quotidianamente svolge il proprio ruolo nella società.
Non è questo, naturalmente, a renderlo immune da una multa o da una contestazione. Un imprenditore, come qualsiasi altro cittadino, se sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Ma proprio per questo, sostiene l’uomo, una contestazione dovrebbe servire a far comprendere il pericolo di un comportamento, non a far sentire il cittadino trattato come un criminale. È una differenza sottile, ma importante.
Perché una divisa porta con sé un’autorità che non deriva soltanto dal potere di elevare una sanzione. Porta con sé anche una responsabilità: quella di rappresentare lo Stato nel rapporto quotidiano con le persone. E allora la domanda che questa vicenda lascia sul tavolo non è se sulla 666 si debba andare piano. Su questo non dovrebbe esserci alcun dubbio.
La domanda – se i fatti stanno davvero come raccontato dall’automobilista – è un’altra: anche quando un automobilista viene fermato perché, secondo gli agenti, viaggia a una velocità non adeguata alle condizioni della strada, è davvero necessario arrivare a un confronto così duro? Forse un controllo può essere fermo senza diventare ostile. Un agente può richiamare un automobilista al rispetto delle regole ricordandogli che quella strada è pericolosa e che una velocità eccessiva può mettere in pericolo la sua vita e quella degli altri.
Anzi, è proprio questo che dovrebbe accadere. Perché il cittadino deve rispettare chi indossa una divisa, ma chi indossa una divisa deve essere consapevole dell’autorità che rappresenta. Nel caso specifico, saranno gli eventuali accertamenti e il ricorso presentato dall’automobilista a stabilire gli aspetti contestati sul piano amministrativo.
Resta però una riflessione più ampia, che va oltre questa singola vicenda e che vale per ogni controllo: la sicurezza sulle strade si costruisce attraverso il rispetto delle regole, ma anche attraverso il rispetto delle persone.