Sono troppo piccole per essere viste facilmente, ma ormai vengono ricercate praticamente ovunque. Nelle acque, nei suoli, nei fiumi, nei laghi e negli ambienti marini. Le microplastiche rappresentano una delle forme più difficili da individuare dell’inquinamento da plastica e sono diventate uno dei principali temi di studio della ricerca ambientale. Secondo un recente approfondimento pubblicato dall’Almanacco della Scienza del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel mondo vengono prodotte ogni anno più di 400 milioni di tonnellate di plastica.
La caratteristica che ha reso la plastica un materiale così diffuso, ovvero la sua resistenza e la sua capacità di durare nel tempo, rappresenta però anche uno dei problemi ambientali più complessi. Quando la plastica viene dispersa nell’ambiente non scompare semplicemente. Può frammentarsi progressivamente in particelle sempre più piccole, fino a raggiungere dimensioni microscopiche. Le microplastiche possono quindi derivare dalla degradazione di oggetti più grandi, ma anche essere rilasciate direttamente da numerosi prodotti e materiali. Tra le fonti studiate dalla ricerca ci sono anche le fibre sintetiche provenienti dai tessuti e dai processi di lavaggio. Il problema è che queste particelle possono muoversi attraverso gli ecosistemi. Possono essere trasportate dall’acqua, depositarsi nei sedimenti, entrare nella catena alimentare e interagire con altri contaminanti presenti nell’ambiente.
Gli studi del CNR
Gli studi del CNR evidenziano proprio la complessità del fenomeno. Le microplastiche non sono soltanto particelle disperse nell’ambiente: possono interagire con organismi, contaminanti e microrganismi, rendendo necessario studiarne non solo la presenza, ma anche il comportamento e il destino.
Il CNR sta sviluppando attività di ricerca dedicate all’identificazione e alla quantificazione delle microplastiche in diverse matrici ambientali, tra cui acqua e suolo. Le analisi possono arrivare a individuare particelle di dimensioni inferiori ai 100 micrometri attraverso tecniche specialistiche come la microspettroscopia infrarossa. La dimensione è uno degli elementi che rende il fenomeno particolarmente complesso. Più le particelle sono piccole, più diventa difficile individuarle, separarle da altre sostanze e stabilire con precisione la loro origine. La ricerca sta inoltre studiando il ruolo delle microplastiche come possibili vettori di altri contaminanti. Le particelle possono infatti interagire con sostanze presenti nell’ambiente e con comunità microbiche, creando sistemi di contaminazione che richiedono analisi sempre più sofisticate.
Il problema non riguarda soltanto il mare. Le microplastiche sono state studiate anche nei fiumi, nei laghi, nei terreni agricoli e in ambienti particolarmente lontani dalle grandi aree urbane. Proprio per questo il CNR ha sviluppato e porta avanti progetti dedicati al monitoraggio della dispersione delle plastiche e delle microplastiche, anche attraverso sistemi di campionamento, analisi di laboratorio, osservazioni satellitari e modelli capaci di studiare il trasporto delle particelle.
Un altro fronte riguarda il compost. Nel maggio 2026 il CNR ha comunicato lo sviluppo, insieme all’Università degli Studi di Milano, di un nuovo protocollo analitico in grado di identificare con maggiore precisione plastiche e microplastiche presenti nel compost, distinguendole dalle plastiche compostabili e da altre sostanze biodegradabili. La sfida, spiegano i ricercatori, è riuscire a capire con sempre maggiore precisione dove si trovano queste particelle, da dove provengono, come si spostano e quali interazioni possono avere con gli ecosistemi.
La plastica, dunque, non è soltanto ciò che vediamo sulle spiagge o lungo le strade. Una parte del problema è costituita da frammenti che non si vedono a occhio nudo, ma che possono essere presenti nell’ambiente e che proprio per le loro dimensioni richiedono strumenti scientifici specifici per essere individuati. Ed è anche per questo che la ricerca sulle microplastiche sta diventando sempre più importante: per affrontare un inquinamento che, spesso, non si vede, ma che può essere seguito lungo tutto il percorso che dalla plastica porta all’ambiente.