Il ferro si piega, cambia forma e diventa il racconto di una libertà cercata con fatica. Si intitola “Princesa” la nuova opera realizzata da Francesco Ciccarelli, conosciuto come Mastro Caparra, fabbro e scultore di Isola del Liri. Una creazione ispirata all’omonima canzone di Fabrizio De André e alla vicenda di Fernando, nato uomo ma determinato ad affermare la propria identità femminile e a diventare Fernanda.

Nella sua bottega di via Fontana Pasquariello, Mastro Caparra continua a trasformare un mestiere antichissimo in un linguaggio artistico capace di affrontare emozioni, conflitti interiori e grandi questioni sociali. Incuriosito fin da giovanissimo dai materiali metallici e dalla forza espressiva del fuoco, ha portato le sue opere in Italia e all’estero, dalla Biennale di Calcata a quella di St. Moritz, passando per diverse esposizioni romane. Nel corso degli anni ha ricevuto premi e riconoscimenti per la particolare capacità di rendere il ferro leggero, dinamico e quasi musicale.
Con “Princesa”, l’artista torna a confrontarsi con il mondo di De André e con la sua attenzione verso le persone lasciate ai margini della società.

L’intervista
- Mastro Caparra, quali materiali ha impiegato per realizzare l’opera?
«“Princesa” è stata realizzata interamente in ferro, successivamente dipinto con colori adatti al metallo. Non ho utilizzato materiali particolari: il valore dell’opera risiede soprattutto nelle forme, nei simboli e nel messaggio che questi riescono a trasmettere».
- Da dove nasce l’idea?
«L’opera prende spunto dalla canzone “Princesa” di Fabrizio De André. Ho scelto di rappresentarne la protagonista attraverso i simboli comunemente associati all’identità maschile e femminile. Princesa nasce Fernando, ma non riconosce come propria la condizione ricevuta alla nascita e desidera diventare Fernanda».
- Come viene rappresentato questo passaggio?
«La figura sembra liberarsi della freccia blu, simbolo maschile, che inizialmente appartiene al cerchio. Nel punto in cui si trovava resta infatti un’apertura. Princesa depone quel segno a terra e vi appoggia una mano, quasi volesse trovare lo slancio necessario per lasciarselo definitivamente alle spalle o spingerlo ancora più in profondità».
- La mano protesa verso il simbolo femminile è uno degli elementi centrali dell’opera.
«Sì, perché racconta il desiderio di raggiungere e fare propria l’identità femminile. La mano cerca quel simbolo, ma il movimento è difficile e faticoso. Non si tratta di un gesto semplice o immediato: dietro la figura è presente una catena che la trattiene, come se fosse inchiodata a una parete».
- Che cosa rappresenta quella catena?
«Racchiude tutti gli ostacoli affrontati da chi viveva quella condizione: il bigottismo, il giudizio dell’opinione pubblica, le difficoltà economiche e l’emarginazione. Sono problemi legati all’epoca narrata dalla canzone, ma che sotto molti aspetti esistono ancora oggi. Nel caso di Princesa tutto era reso ancora più complesso dal difficile contesto sociale brasiliano nel quale viveva».
- Perché ha scelto ancora una volta l’universo poetico di Fabrizio De André?
«Perché uno dei grandi temi delle sue canzoni era proprio l’attenzione verso coloro che la società relegava in secondo piano. De André raccontava e dava dignità agli emarginati, ai poveri, alle prostitute e a tutte le persone considerate scomode o diverse. Con quest’opera ho cercato di mettere in evidenza lo stesso messaggio».
“Princesa” non rappresenta soltanto una trasformazione, ma la lotta necessaria per poterla compiere. La figura scolpita da Mastro Caparra è ancora legata alla propria catena, eppure continua a protendersi verso ciò che sente di essere. Nel contrasto tra il peso del ferro e la tensione del gesto prende forma un’opera che parla di identità, discriminazione e desiderio di libertà.