Per mesi ha continuato a utilizzare i social per attaccare giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine e rappresentanti delle istituzioni. Ha definito il questore della provincia di Frosinone, il dott. Stanislao Caruso, una «m***a», ha insultato il tenente dei Carabinieri del NORM di Sora, Giovanni Simeone, ha attaccato il comandante della stazione dell’Arma di Arpino, Tiziano Sbardella, e ha rivolto minacce, perfino di morte, anche ai familiari degli stessi appartenenti alle forze dell’ordine, tra cui i loro figli minori.
Ora, dopo essere stato già in carcere negli anni passati, dopo varie misure cautelari a suo carico e dopo mesi trascorsi fuori regione con sorveglianza speciale e divieto di avvicinamento alle parti offese, il pluripregiudicato torna ad Arpino. E proprio ad Arpino vivono alcune delle persone coinvolte nei procedimenti giudiziari che lo riguardano.
Tra queste anche una giornalista della nostra Redazione e sua figlia, coinvolte in un procedimento per fatti riconducibili a un contesto di codice rosso, stalking e minacce. Con un processo che si è aperto in Tribunale a Cassino nelle scorse settimane, a distanza di un anno dalle prime denunce e dal divieto di avvicinamento emesso a carico dell’uomo con tanto di braccialetto elettronico. Ad Arpino opera inoltre il comandante della locale stazione dei Carabinieri già finito, secondo quanto anche da lui denunciato, nel mirino degli attacchi del soggetto. Anche qui, una lunga battaglia giudiziaria ha prodotto ben pochi risultati.
Ed è proprio questo il punto che rende il suo ritorno in paese particolarmente delicato. Perché questa non è soltanto la storia di un uomo con numerosi precedenti e diversi procedimenti giudiziari alle spalle e in corso. È la storia di una serie di reati, di denunce e vicende giudiziarie che, almeno sulla carta, sembrano procedere su binari separati, con fascicoli e magistrati diversi, ma che hanno un elemento comune: la stessa persona e una condotta reiterata nel tempo anche attraverso i social network.
In uno dei video pubblicati lo scorso giugno su Instagram, il soggetto si riferiva al tenente Giovanni Simeone definendolo «quel grandissimo cogli**e che fa il tenente a Sora» e accusandolo di aver inventato una vicenda, «insieme a quella mer** del Questore Stanislao Caruso» che avrebbe portato l’arpinate ad essere destinatario di un’altra misura.
Parole pesantissime, pronunciate pubblicamente e diffuse attraverso i social network. Nello stesso video venivano inoltre rivolte alla sottoscritta, Condirettore di questo quotidiano, accuse totalmente false e gravemente offensive e lesive. La sottoscritta veniva bersagliata con accuse e insinuazioni di natura sessuale, oltre che con espressioni gravemente offensive della dignità personale e professionale. Il contenuto, corredato da immagini e ulteriori elementi denigratori, si concludeva con un attacco rivolto al questore e al militare dell’Arma.
Non è un’opinione. Non è una ricostruzione giornalistica. Sono parole pronunciate e diffuse attraverso i social, documentate e inserite in più di una denuncia presentata all’autorità giudiziaria.
Poche ore prima della pubblicazione di quel video, un’altra giornalista (non appartenente alla nostra Redazione) aveva inoltre ricevuto messaggi nei quali il soggetto preannunciava la premeditazione di tutto, annunciando una presunta “discesa in Ciociaria” e definendosi pronto: «A scendere in Ciociaria per darvi il colpo di grazia. A voi, agli sbirri infami e corrotti, alla Procura di Cassino. Si sgancerà una valanga di m***a che nessuno di voi sopravviverà».
In un altro messaggio annunciava una diretta YouTube nella quale avrebbe parlato di «corruzione, concussione, peculato, organizzazioni a delinquere, violenze, abusi di potere, intralcio alla giustizia, false testimonianze, minacce, tangenti, diffamazioni a mezzo stampa». E aggiungeva: «Si parlerà di questori, marescialli, tenenti, ispettori, direttori di giornali, giornali… Ah sì, si parlerà anche di te». E quella diretta è arrivata, puntuale come annunciato.
I contenuti sono stati acquisiti e inseriti nell’ennesima informativa presentata all’autorità giudiziaria. Ma la vicenda non si è fermata a quei contenuti. Nel corso delle settimane successive, secondo quanto denunciato, sono proseguiti gli attacchi attraverso i social nei confronti di appartenenti alle forze dell’ordine, tra cui sempre il comandante della stazione dei Carabinieri di Arpino, Sbardella, bersaglio preferito del pregiudicato.
E in altri episodi sono state pronunciate minacce gravissime nei confronti dei familiari di appartenenti alle forze dell’ordine, con riferimenti anche ai figli degli stessi uomini dello Stato. Nel frattempo, i diversi procedimenti hanno seguito i rispettivi percorsi giudiziari.
La Procura della Repubblica di Cassino ha in carico i procedimenti relativi alle vicende che riguardano il territorio della provincia di Frosinone. Si tratta di fascicoli diversi, con tempi, accertamenti e valutazioni differenti, che devono necessariamente seguire il proprio iter. Altri accertamenti sono stati avviati in relazione ai fatti avvenuti durante il periodo trascorso dal soggetto fuori regione, in Sicilia.
È evidente che ogni procedimento abbia i propri tempi ma, davanti a tutta questa vicenda, le lungaggini della giustizia mostrano tutta la fragilità di un sistema che chiede alle vittime di denunciare ma che poi non sa tutelarle. E, nel frattempo, la situazione è via via degenerata. Nuovi video. Nuovi attacchi. Nuove accuse. Nuove denunce. E adesso anche il ritorno ad Arpino.
Quando lo Stato non riesce a tutelare nemmeno sé stesso
Il punto è proprio questo: procedimenti diversi, vittime diverse, magistrati diversi e, in alcuni casi, anche autorità giudiziarie diverse. Ma un unico soggetto e una sequenza di episodi e presunti reati che, secondo le denunce presentate, si sarebbe protratta nel tempo.
Ora il pluripregiudicato torna ad Arpino e qui dovrà rispettare le prescrizioni della sorveglianza speciale. Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto una somma di singoli episodi e diventa una questione di sicurezza.
Perché cosa succede quando una persona già detenuta in carcere, con numerosi precedenti e coinvolta in diversi procedimenti, viene sottoposta a una misura, ma nel frattempo continua a diffondere contenuti minatori contro le persone coinvolte nelle vicende giudiziarie? Cosa accade quando le presunte violazioni vengono valutate separatamente? Chi mette insieme il quadro complessivo? Chi considera la reiterazione delle condotte?
E soprattutto: cosa accadrà ora che il soggetto torna nel territorio dove vivono alcune delle persone che lo hanno denunciato e che si sentono in pericolo?
La domanda non riguarda soltanto una giornalista e sua figlia. Non riguarda neppure soltanto la sottoscritta. Riguarda il questore Stanislao Caruso. Riguarda il tenente Giovanni Simeone. Riguarda il comandante della stazione dei Carabinieri di Arpino, Tiziano Sbardella. Riguarda i loro familiari e gli altri soggetti che, secondo quanto denunciato, sono stati minacciati anche di morte. Riguarda la Procura di Cassino più volte in quei video citata. E riguarda anche la capacità dello Stato di tutelare chi per quello Stato lavora – indossando una divisa – e i cittadini.
Perché se un questore viene definito pubblicamente «m***a», se un ufficiale dei Carabinieri viene insultato e diffamato, se un comandante di stazione viene ripetutamente attaccato, se i giornalisti, i loro familiari e quelli delle forze dell’ordine vengono minacciati e se, dopo tutto questo, il soggetto torna nel territorio dove vivono, allora una domanda è inevitabile. Chi tutela chi ha il compito di tutelare i cittadini?
E se domani dovesse accadere qualcosa ad uno o più coinvolti, chi dovrà spiegare perché, nonostante le denunce, i video, le minacce, i precedenti e i procedimenti già pendenti, non si è riusciti a prevenire il rischio?
Questa è la domanda alla quale oggi, prima ancora delle persone direttamente coinvolte, dovrebbero rispondere la magistratura e lo Stato con le loro lungaggini. Ci si batte per convincere le vittime a denunciare ma poi, quando quelle denunce vengono depositate, la tutela è inesistente.