Una sfida lanciata sui social. Un video registrato con lo smartphone. Gli amici che incitano. E la ricerca di qualche secondo di notorietà online. Molte delle cosiddette challenge possono apparire inizialmente come giochi o prove di coraggio. Il problema nasce quando, per ottenere visualizzazioni, like e condivisioni, il comportamento richiesto diventa sempre più estremo. Il meccanismo è semplice. Un video diventa virale, altri ragazzi lo vedono e decidono di ripeterlo. La sfida viene modificata, resa più spettacolare e più pericolosa. Chi partecipa cerca di superare chi lo ha preceduto, spesso senza rendersi conto delle possibili conseguenze.
Il desiderio di essere visto e riconosciuto può diventare un fattore di pressione molto forte durante l’adolescenza. A quell’età il giudizio del gruppo ha un peso importante. Il timore di apparire codardi, di essere esclusi o di non ottenere la stessa attenzione degli altri può spingere un ragazzo a fare qualcosa che, da solo, probabilmente non farebbe. Il problema è che online il rischio può essere amplificato dalla presenza di una telecamera. Un comportamento pericoloso non viene più soltanto compiuto: viene registrato, pubblicato e potenzialmente visto da migliaia di persone. La necessità di realizzare un video più spettacolare del precedente può trasformare una bravata in un incidente.
Le sfide possono riguardare velocità, salti, arrampicate, tuffi in luoghi non sicuri, attraversamenti di strade o binari, uso improprio di sostanze, comportamenti pericolosi sui mezzi di trasporto o prove che prevedono di sottoporsi a dolore o a situazioni di soffocamento. A volte il rischio è evidente. Altre volte viene nascosto dietro una musica, un hashtag o un formato apparentemente divertente. Il problema è che il cervello adolescente è ancora in fase di sviluppo e la valutazione delle conseguenze a lungo termine può essere diversa rispetto a quella di un adulto. Il desiderio di ottenere una ricompensa immediata, come l’approvazione del gruppo o l’aumento delle visualizzazioni, può prevalere sulla valutazione del pericolo.
Anche la presenza degli amici può aumentare il rischio. Quando un gruppo assiste a una situazione, la pressione può diventare più forte e il ragazzo può sentirsi spinto a dimostrare di essere all’altezza della sfida. In alcuni casi, inoltre, chi filma non interviene perché è concentrato sulla realizzazione del video. Il risultato può essere drammatico.
Per questo il ruolo dei genitori non dovrebbe limitarsi al controllo del tempo trascorso davanti allo schermo. È importante parlare anche dei contenuti che i ragazzi guardano, delle sfide che vengono proposte e del motivo per cui alcune persone sono disposte a rischiare la propria sicurezza pur di ottenere attenzione. La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto tempo passi sui social?”. Potrebbe essere altrettanto importante chiedere: “Che cosa ti viene chiesto di fare per ottenere like?”. Un ragazzo deve sapere che può rifiutare una sfida senza sentirsi escluso. Deve capire che un video può essere cancellato, ma le conseguenze di un incidente possono rimanere per sempre.
Anche davanti a un contenuto pericoloso, la reazione degli adulti è importante. La punizione immediata può chiudere il dialogo. Una conversazione può invece aiutare a comprendere perché quel contenuto abbia attirato l’attenzione del ragazzo e quali pressioni ci siano dietro. La rete può amplificare comportamenti positivi, ma anche trasformare una scelta pericolosa in un modello da imitare. E quando una sfida diventa virale, il rischio è che il numero di persone coinvolte aumenti rapidamente.
L’estate, con più tempo libero e meno impegni scolastici, può aumentare il tempo trascorso online e le occasioni di partecipazione a contenuti e challenge. Per questo la prevenzione passa dalla consapevolezza. Non tutto ciò che diventa virale è innocuo. Non tutto ciò che fa ridere è un gioco. E non tutto ciò che porta like vale il rischio di mettere in pericolo la propria vita.