Trapianto di fegato dopo tre anni di attesa, la lettera di una mamma e il grazie ai medici che hanno salvato sua figlia

Dopo l’attesa, l’intervento. Il grazie al reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Spaziani e alla dottoressa Casinelli

Una storia di buona sanità, di coraggio e di lavoro di squadra. In giorni segnati dal dolore per la morte del piccolo Domenico, deceduto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Ospedale Monaldi di Napoli tra polemiche e accertamenti su presunti errori e negligenze, arriva dalla provincia di Frosinone una testimonianza che racconta l’altra faccia della medaglia: quella di una sanità che funziona, che accompagna, che non abbandona. Che esiste e resiste.

A portarla alla luce é la lettera di mamma Anna Maria, che ha voluto condividere pubblicamente il lungo percorso affrontato dalla figlia, culminato lo scorso dicembre con il trapianto di fegato eseguito a Padova dall’équipe del professor Giovanni Cillo.

«Questa è la storia di mia figlia, che a dicembre ha subito il trapianto di fegato a Padova grazie al professor Cillo e alla sua équipe stellare. Non è stato un percorso facile quello dell’attesa dell’organo. Tre lunghi anni in cui la vita è sospesa, in attesa di quella telefonata che fa la differenza tra la vita e la morte».

Tre anni vissuti con il fiato sospeso, tra controlli, terapie, paure e speranze. Un tempo lungo, logorante, in cui però – racconta la mamma – la famiglia non è mai stata lasciata sola. «Questo percorso è stato assistito, custodito, accompagnato dal reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Frosinone, dove due soli medici instancabili e pochi infermieri lavorano a ritmi a volte insostenibili, ma nonostante ciò alimentano speranze, dispensano consigli, regalano sorrisi».

Un ringraziamento speciale è rivolto alla dottoressa Casinelli, che ha seguito la giovane paziente in tutti questi anni e che, come sottolinea la madre, «è intervenuta direttamente per sollecitare l’inserimento in lista e il conferimento della priorità per il trapianto».

Parole che vanno oltre il lieto fine clinico e diventano riconoscimento pubblico per chi, quotidianamente, opera in silenzio nei reparti. «Si parla spesso di malasanità – scrive ancora mamma Anna Maria – mi sembrava giusto condividere la nostra gioia. Grazie dal mio cuore di mamma a tutto il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Frosinone, nessuno escluso, anche coloro che nel frattempo sono andati in pensione».

Una testimonianza che arriva in un momento delicato per la sanità italiana e che ricorda come accanto alle criticità esistano professionalità, dedizione e umanità capaci di fare la differenza. Storie che non cancellano il dolore di altre famiglie, ma che raccontano una rete che, quando funziona, salva vite e restituisce futuro.

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