Due suicidi in poche ore in Ciociaria: il fallimento di un sistema che lascia soli i più fragili – L’EDITORIALE

Altri due suicidi in provincia. Non sono numeri ma il segno di un’emergenza ignorata: salute mentale, famiglie e territori abbandonati

In provincia di Frosinone, in un solo giorno, tra il pomeriggio di venerdì e la notte tra venerdì e sabato, due persone hanno deciso di togliersi la vita nello stesso modo, lanciandosi dal balcone delle proprie abitazioni. Un ragazzo poco più che trentenne e una donna sulla cinquantina. Due storie diverse, due vite diverse, lo stesso epilogo. Entrambi vivevano da tempo un profondo disagio psichico, entrambi sono arrivati a pensare che quella fosse l’unica via d’uscita da un dolore che non lasciava più tregua. La morte come unica scelta. E quando qualcuno, giovane o anziano che sia, decide che sia meglio morire che vivere, la società tutta ha fallito. Ancora una volta.

Più volte abbiamo scritto di un’emergenza suicidi ignorata in questa provincia. Ma quelle oltre cinquanta vite spezzate nello stesso modo tra il 2024 e il 2025 non sono numeri. Non lo sono mai. Dietro ogni suicidio c’è un nome, una storia, una famiglia che resta a fare i conti con uno dei lutti più devastanti che si possano affrontare.

Famiglie lasciate sole 

Perché l’elaborazione di un lutto che segue un suicidio è diversa. Porta con sé dinamiche che altri lutti non hanno. Una è il senso di colpa. Quel pensiero ossessivo e insensato che scava dentro: “Se avessi fatto di più. Se avessi capito prima. Se avessi detto la cosa giusta”. Un senso di colpa che non ha ragione di esistere, ma che diventa una presenza costante e feroce.

E poi c’è un sentimento di cui si parla troppo poco: la rabbia. La rabbia verso una madre, un padre, un figlio, un fratello, una sorella che ha compiuto un gesto simile, lasciando chi resta in un dolore immenso. Da un lato lo strazio e il senso di colpa per non essere riusciti ad aiutare. Dall’altro quella domanda che brucia: “Perché non mi hai chiesto aiuto, perché non ti sei affidato a me, perché mi hai lasciato con questo vuoto”.

Emergenza salute mentale ignorata 

In una provincia che continua a registrare numeri spaventosi, e in un Paese in cui il problema è ancora più ampio, l’emergenza salute mentale continua a essere ignorata. Ignorata dalle istituzioni, ignorata dalla politica, ignorata da un sistema che si limita a intervenire quando ormai è troppo tardi.

Non si pensa – se non quando ormai è troppo tardi – alle vittime, ai soggetti fragili, alle loro condizioni. E i numeri lo dimostrano: se sempre più giovani e non, arrivano a pensare che l’unica soluzione sia togliersi la vita, allora il sistema ha una falla profonda e strutturale. Che nessuno sembra voler vedere. 

Ma non si pensa nemmeno a chi resta. Alle famiglie, che vengono lasciate sole. È una delle cose che più spesso ci hanno raccontato in questi anni in cui abbiamo provato a tenere acceso un riflettore su questa emergenza: dopo il dramma, il vuoto. Nessun supporto, nessun accompagnamento, nessuna vera presa in carico.

Il quadro della sanità mentale in questa provincia è sotto gli occhi di tutti. Mancano operatori, mancano strutture, mancano punti di riferimento. I CSM sono in sofferenza cronica, quello di Sora è da tempo al limite con un bacino d’utenza enorme e pochi professionisti rimasti a fare il possibile per garantire una minima assistenza. Esiste un solo reparto di SPDC in tutta la provincia, dove finiscono insieme situazioni diversissime, giovani con depressione e persone con patologie psichiatriche molto più gravi, perché non ci sono alternative. E se un minore tenta il suicidio – come accaduto decine e decine di volte in questi ultimi due anni – finisce dritto in SPDC. Stordito da una massiccia dose di psicofarmaci, senza che nessuno abbia indagato davvero a fondo il suo malessere, perché non c’è abbastanza personale per gestire tutti i casi, viene rimandato a casa con una terapia psichiatrica. Il minore e la sua famiglia vengono lasciati soli, senza sapere esattamente cosa fare, a chi rivolgersi. E così un’ansia, una depressione che potevano essere gestite con un percorso cronicizzano e diventano una malattia da curare con uno psicofarmaco. E questo accade in tutte le fasce d’età. E così il sistema fallisce. Ancora una volta. E prende in carico per milioni di euro un esercito di invisibili. Oggi non ci sono le risorse per seguirli adeguatamente. “Domani”, quando molti di quei soggetti fragili saranno diventati inevitabilmente pazienti psichiatrici cronici e avranno sviluppato patologie fisiche correlate all’utilizzo prolungato di psicofarmaci, le risorse dovranno essere trovate per forza. In emergenza. È un cane che si morde la coda. Un sistema fallimentare che non si ferma a studiare interventi strutturati oggi per evitare il collasso domani. E quel domani non è poi così lontano. Se a qualcuno questa cruda ricostruzione non torna, siamo pronti a qualunque smentita che certifichi – dati alla mano – il contrario. 

Manca una rete 

Tornando alle “risorse”, manca in primis il personale e quando manca il personale mancano le relazioni, il tempo, l’ascolto. Ma manca soprattutto una rete. Una rete intorno ai pazienti fragili e intorno alle loro famiglie, che spesso si trovano sole davanti a un disagio che non sanno riconoscere, non sanno interpretare, non sanno gestire. Non sanno a chi rivolgersi. Non sanno nemmeno, a volte, se quello che stanno vedendo è “solo” un momento difficile o l’inizio di qualcosa di più serio.

E così si crea un buco enorme, un vuoto nel quale troppe persone scivolano senza che nessuno se ne accorga.

In alcuni casi le persone che in questa provincia hanno scelto di togliersi la vita erano seguite, erano in cura. E sia chiaro: non è il momento né il luogo per cercare colpe nei singoli. Se non è bastato, significa che il problema è più grande, più complesso, più strutturale. Ma in tantissimi altri casi queste persone non sono mai state prese in carico. Non sono diventate pazienti. Perché nessuno ha riconosciuto il disagio. O, peggio, perché c’è ancora il tabù.

La salute mentale in questo Paese è ancora un tabù. Ci si vergogna di chiedere aiuto. Si nasconde il problema. Si minimizza. Si rimanda. E intanto il dolore cresce.

La scuola, troppo spesso, non riesce a intercettare queste fragilità quando si affacciano già in età giovane. I segnali ci sono, ma non sempre vengono colti. Il caso del piccolo Paolo Mendico – morto suicida a 15 anni, prima di tornare a scuola dopo le vacanze estive – ce l’ha sbattuto in faccia appena qualche mese fa. 

E poi c’è la società, soprattutto quella dei piccoli centri, come i tanti della Ciociaria, dove il disagio mentale viene ancora etichettato, deriso, respinto. “Quello è pazzo”, si dice ancora. Senza ricordare che i manicomi non esistono più (per fortuna) e, soprattutto, senza capire che la salute mentale riguarda tutti.

Riguarda l’ansia. Riguarda la depressione. Riguarda condizioni con cui, secondo le stime, almeno il 90% delle persone avrà a che fare almeno una volta nella vita.

Nessuno è immune. Nessuno è al sicuro per definizione.

Due vite spezzate in un solo giorno non sono una tragica coincidenza. Sono il segnale di un sistema che non sta funzionando da troppo tempo. Di una rete che non c’è. Di un’emergenza che continuiamo a fingere di non vedere.

E ogni volta che scegliamo di non vederla, il conto, puntuale, torna a presentarsi. Sempre. E lo pagano i più fragili. E le loro famiglie. E, in fondo, lo paghiamo tutti. Anche chi, per il suo ruolo, potrebbe fare qualcosa e invece continua a voltarsi dall’altra parte.

- Pubblicità -
Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

CORRELATI
ALTRI ARTICOLI

Unicas e Tfa, nuovo servizio di Report. Mignanelli rigetta ogni accusa. Parla un “prestanome”

Inviato e telecamere della trasmissione di Rai 3 di nuovo tra Cassino e Sora: sulle tracce dello scandalo del tirocinio formativo attivo

Frosinone – Rubinetti a secco, scuole chiuse domani: i plessi interessati e gli orari

Ordinanza del dirigente dopo la comunicazione di Acea Ato5. Stop alle attività educative e didattiche dalle 8.30 alle 18.30

Sora – Un’accusa di furto degenera in minacce e pugni: un denunciato dopo la violenta lite

Dalle parole si sarebbe rapidamente passati ai toni intimidatori, fino all’aggressione vera e propria con un pugno in pieno volto

Ladri in azione tra i banchi, vandalizzata la scuola: l’amara sorpresa al mattino

Monte San Giovanni Campano - I malintenzionati hanno tentato di rubare i PC, evidentemente disturbati da qualcosa li hanno lasciati a terra

L’avvocato e la donazione, l’ultima truffa su WhatsApp: i messaggi trappola di un sedicente legale transalpino

L’associazione Codici invita i consumatori a prestare la massima attenzione al nuovo raggiro che arriva dalla Francia

Tir fermo sulla Monti Lepini, traffico in tilt e soccorsi sul posto

Mezzo pesante fermo nei pressi del ponte sul fiume Sacco. Disagi anche sulla Sora-Ferentino: intervengono Carabinieri e Anas
- Pubblicità -

Condividi sui social

- Pubblicità -

Più letti

- Pubblicità -