Ci sono dolori che potrebbero spezzare per sempre una vita. E ce ne sono altri che, pur restando ferite aperte e sanguinanti, diventano voce, impegno, responsabilità verso gli altri. È da qui che nasce la storia di Stefania Casavecchia, madre di Luigi, morto suicida a soli 16 anni il 16 maggio di ventuno anni fa. Una storia, quella di mamma Stefania, del suo Luigi e della loro famiglia, che non cerca spiegazioni facili e non accetta giudizi superficiali. Quelli, bisognerebbe ricordarlo, ancor più in questi casi, non sono mai utili.
Dopo quella tragedia, Stefania avrebbe potuto scegliere il silenzio. Invece ha scelto la strada più difficile: trasformare il dolore in presenza, la perdita in cura, la memoria in prevenzione. È così che, nel 2008, a Ceprano, prende forma l’Associazione AMA Ceprano OdV, oggi punto di riferimento per la prevenzione del suicidio e per l’elaborazione del lutto da suicidio, non solo in provincia di Frosinone ma in tutta Italia. Già dal lontano 2005 Stefania chiamava, una ad una, le persone che avevano vissuto la sua stessa frattura, solo per ascoltarle. Di lì la convinzione che qualcosa di più potesse e si dovesse fare. A tre anni dal giorno più buio della sua vita, un filo di luce per quanti come lei e la sua famiglia stavano attraversando l’oscurità.


“No al giudizio, allo stigma e ai tabù”
Alla luce dell’emergenza suicidi che vede coinvolta la nostra provincia e che, nelle ultime settimane, ha registrato una nuova impennata di casi con tre suicidi in pochi giorni e altrettanti tentati – LEGGI QUI -, abbiamo raggiunto Stefania Casavecchia per continuare a tenere accesi i riflettori su questo dramma silenzioso e ignorato che, ormai dal 2024, segna una preoccupante escalation in Ciociaria.
«Ci hanno accusato di non averlo ascoltato, compreso, capito». È una frase che pesa come un macigno e che Stefania pronuncia con la consapevolezza di chi sa quanto sia diffusa questa colpa automatica, inflitta ai familiari delle vittime. Una colpa che continua a essere alimentata, soprattutto oggi, nell’era dei social, dove il giudizio corre più veloce della comprensione e dell’empatia. «Non bisogna giudicare i suicidi o i tentativi di suicidio. Non bisogna giudicare le vittime e neppure i familiari. Ci sono già rabbia, rimorsi, stigma, tabù. Esporre i genitori alla gogna mediatica, come è accaduto recentemente nel caso di Anguillara Sabazia, non aiuta nessuno. Non c’è solo la colpa».
Dalla sua esperienza, Stefania ha imparato una verità scomoda, spesso ignorata: «Quasi tutte le famiglie delle vittime sono attente, non ignorano, non minimizzano. Parliamo di genitori presenti, fratelli che parlano e ascoltano, figli che sono sentinelle; molte delle vittime erano seguite, anche clinicamente. Eppure non è bastato. Il suicidio non è quasi mai il risultato di indifferenza. Ed è proprio per smontare i falsi miti che l’associazione entra ogni giorno nelle scuole, parla con i ragazzi, forma insegnanti, organizza convegni, soprattutto il 10 settembre, in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio».
L’assenza di una rete reale e concreta
«Si continua a pensare che chi dice di volersi uccidere poi non lo faccia. È falso. È un’estrema richiesta d’aiuto», spiega Stefania. Una richiesta che spesso resta sospesa nel vuoto, perché manca una rete. Manca una cultura diffusa dell’ascolto. Manca un accompagnamento vero anche dopo un ricovero, quando finiscono i farmaci e le famiglie restano sole, senza sapere come gestire quella fragilità che chiede attenzione quotidiana.
«AMA Ceprano lavora su due fronti: prevenzione ed elaborazione del lutto. Da una parte l’educazione emotiva, il riconoscimento dei segnali, il dialogo con i giovani. Dall’altra l’auto mutuo aiuto per chi ha perso un figlio, un fratello, una persona amata. In Italia esiste una rete associativa sul lutto da suicidio, ma i passi sono ancora piccoli. La strada è lunga. Lo stigma è fortissimo e la burocrazia rallenta tutto».
Nelle scuole, spesso, Stefania vede una scena che si ripete. Nelle prime file siedono i ragazzi etichettati come “problematici”. Sono loro, quasi sempre, invece, i più attenti. Quelli che fanno più domande. Quelli che riconoscono di avere qualcosa che non va. Alcuni raccontano di aver chiesto aiuto in casa e di essersi sentiti rispondere che non servisse a nulla iniziare un percorso con uno specialista. «I miei genitori mi danno i soldi convinti che servano per la scuola calcio. Io li uso per andare dallo psicologo, ma loro non lo sanno». Questo racconto, Stefania, lo ha ascoltato da un ragazzo in una scuola. Frasi che restano addosso.
E, sempre nel corso degli incontri con le scuole, Stefania racconta che quando viene proiettato “Il ragazzo dai pantaloni rosa” – pellicola che racconta la storia realmente accaduta di Andrea Spezzacatena, vittima di bullismo e cyberbullismo omofobo, che si tolse la vita il 20 novembre 2012 all’età di 15 anni – e si parla di bullismo, accade qualcosa di potente.
«I ragazzi iniziano a raccontarsi. Senza paura. Senza vergogna. Hanno voglia e bisogno di essere ascoltati, ma spesso trovano dei muri fatti proprio di stigma e tabù». Stefania arriva in quegli incontri portando con sé il suo percorso personale, raccontato nei libri che ha scritto, l’ultimo dei quali “Il coraggio della rinascita”. «Io ho cercato di scavare nel mio dolore facendo di esso qualcosa che potesse esser d’aiuto agli altri. Questo mi ha dato la forza per andare avanti, il coraggio per rinascere. Non tutti ci riescono».

Il suo Luigi è morto il 16 maggio 2005. Pochi giorni dopo, un altro ragazzo tentò il suicidio. Solo vent’anni più tardi, quel ragazzo, oggi uomo, ha trovato il coraggio di chiamare Stefania. «Tutti sapevano, io non sapevo come comportarmi. Ho scelto il silenzio, come avevano fatto quelli intorno a me. E ancora oggi non so come parlarne». Sono queste le parole che si è sentita rivolgere Stefania. È per queste voci che AMA Ceprano continua a esserci. Per chi è fragile, sì, ma anche per chi è forte. Perché i ragazzi di oggi hanno bisogno di parlare, di comunicare, di essere visti.
Chiedere aiuto non è una colpa. Non è una vergogna. È un atto di coraggio. E la prevenzione non è un evento, ma una cultura da costruire ogni giorno.
Tenere viva la memoria di Luigi, per Stefania, non significa restare nel passato. Significa guardare negli occhi altri figli, altre madri, altri padri, e dire loro che non sono soli. Perché il silenzio uccide. L’ascolto, a volte, salva.