È morto ieri, nella clinica Sant’Anna di Cassino, Gennaro De Angelis, 82 anni, figura controversa della storia della criminalità organizzata tra il Cassinate e il Basso Lazio. Il questore della provincia di Frosinone, dottor Stanislao Caruso, ha disposto il divieto dei funerali pubblici per motivi di ordine e sicurezza pubblica. La salma è stata trasferita direttamente al cimitero per la tumulazione, senza celebrazioni aperte alla comunità.
Una decisione adottata in via preventiva, alla luce del profilo giudiziario e del peso che il nome di De Angelis ha avuto per decenni negli equilibri criminali tra Lazio e Campania.
Secondo numerose inchieste, in primis della Direzione Investigativa Antimafia, De Angelis sarebbe stato considerato referente del clan dei Casalesi nel Basso Lazio sin dagli anni Settanta. Il suo nome è stato più volte accostato da numerosi pentiti alla figura di Antonio Bardellino, fondatore del clan di Casal di Principe, e successivamente a quella di Francesco Schiavone, detto “Sandokan”.
Diversi collaboratori di giustizia hanno parlato di lui nel corso degli anni. Tra questi esponenti di spicco del clan dei Casalesi come Carmine Schiavone, Dario De Simone, Franco Vona, Luigi Diana e Domenico Bidognetti. In aula, secondo quanto riferito negli anni nei vari procedimenti, De Angelis sarebbe stato indicato come uomo di fiducia dei vertici, pur non risultando formalmente affiliato al clan. Da quei procedimenti venne poi assolto.
Gli investigatori lo hanno ritenuto a lungo figura cerniera tra gruppi criminali di diversa matrice e provenienza, capace di muoversi tra Formia, Cassino, Caserta e Napoli, con ramificazioni che avrebbero toccato anche la Germania e alcuni Paesi dell’Est Europa. Le accuse che nel tempo gli sono state contestate — nell’ambito di diverse indagini — spaziano dall’estorsione alla truffa, dal riciclaggio alla ricettazione, fino all’importazione di autovetture dalla Germania con evasione dell’Iva.
Il suo nome comparve anche nell’inchiesta “Giada” della Guardia di Finanza, che ricostruì quella che gli inquirenti definirono la cellula operativa dei Casalesi nel Basso Lazio. Per l’accusa, De Angelis avrebbe gestito numerosi autosaloni per conto di Nicola Schiavone, figlio di Sandokan. Il blitz delle Fiamme Gialle portò al sequestro di un patrimonio stimato in circa 80 milioni di euro riconducibile ai sodali. Successivamente, la Corte di Cassazione annullò il sequestro.
Per oltre mezzo secolo il suo nome è rimasto legato alle dinamiche criminali del territorio, in una stagione in cui il confine tra imprenditoria e interessi mafiosi si è spesso rivelato sottile. Di qui la decisone della Questura sui funerali, decisione che con molta probabilità verrà impugnata dalla famiglia. Con la sua morte si chiude una pagina complessa e controversa della storia del Cassinate, segnata da inchieste, assoluzioni, dichiarazioni di pentiti e lunghi procedimenti giudiziari che hanno attraversato generazioni di magistrati e investigatori.