È il giorno che nessun sorano avrebbe mai voluto vivere. Il giorno in cui il calcio a Sora muore. Il giorno in cui si interrompe una storia lunga 119 anni, fatta di sacrifici, passione, trasferte, vittorie, sconfitte, generazioni cresciute con una sciarpa bianconera al collo. Una storia che non è stata cancellata da un fallimento economico, da un tribunale o dall’assenza di acquirenti.
È stata cancellata da una scelta. Angelo Tinto ha deciso di non iscrivere il Sora Calcio al prossimo campionato di Serie D, diventando il primo presidente, in quasi centoventi anni di storia del club, a porre fine al cammino della società in questo modo.
Ed è proprio questo l’aspetto più difficile da accettare. Per settimane la città ha sperato. I tifosi hanno manifestato, hanno scritto, hanno chiesto una sola cosa: iscrivere la squadra e poi cederla.
Anche il Comune si è mosso in ogni direzione. Sono state inviate note agli organi federali, si sono susseguiti incontri, mediazioni, tentativi di ricucire una frattura che, col passare dei giorni, sembrava sempre più profonda. Anche nella mattinata odierna il sindaco Luca Di Stefano ha inviato una pec di diffida alla ASD Sora Calcio, invitando la società a procedere all’iscrizione allegando la concessione dello stadio Tomei che neppure era stata richiesta. Nel frattempo, chi voleva davvero rilevare il Sora non è rimasto a guardare.
Mario Russo e Denny Lunghi meritano oggi un ringraziamento pubblico. Hanno tentato fino all’ultimo di trovare una soluzione, hanno continuato a lavorare lontano dai riflettori, hanno formulato una proposta economica definita da più parti molto generosa, soprattutto in virtù dei conti che sarebbero emersi, e si sono detti pronti a garantire un futuro alla società. Hanno atteso, rilanciato, pazientato, convinti che il buon senso avrebbe prevalso.
Ma non è bastato. Nelle ultime ore era emerso anche un elemento destinato a cambiare completamente il quadro della situazione: il Latina, che per settimane era stato indicato come il possibile approdo del titolo sportivo tramite una complicatissima operazione di fusione che l’Amministrazione e il rumore di una intera città avevano sventato, aveva ormai virato su altre soluzioni, trattando un’altra matricola.
Veniva meno anche quell’argomento che aveva accompagnato tutta questa vicenda. Eppure neanche questo è servito. La cosa che lascia ancora più sgomenti è che, secondo quanto emerso, sarebbe bastato depositare la domanda di iscrizione. Un click. La quota necessaria risultava già disponibile sul conto federale della società e ci sarebbero stati ancora giorni utili, circa 15, per definire il passaggio di proprietà.
Si sarebbe salvata la categoria, si sarebbe salvata la storia e si sarebbe dato il tempo necessario per completare la cessione. Non è stato fatto. Perché? È la domanda che oggi si pongono migliaia di tifosi. Perché arrivare a questo epilogo quando esistevano ancora margini per evitare la fine? Perché spegnere una società che aveva imprenditori pronti a rilevarla? Perché non concedere al Sora almeno la possibilità di continuare a vivere?
Sono interrogativi ai quali solo Angelo Tinto potrà dare una risposta. Quell’Angelo Tinto che però si trincea dietro il mutismo con noi della stampa. C’è poi un’immagine che inevitabilmente accompagnerà questa assurda e drammatica storia. Quella di un presidente che appena qualche giorno fa ha rivendicato con orgoglio di aver contribuito a salvare l’Aversa e che oggi, invece, viene ricordato come colui che ha lasciato morire il Sora Calcio. Un contrasto che pesa come un macigno. C’è chi merita un’opportunità e chi no? Figli e figliastri? Glielo domandiamo nuovamente, pubblicamente.
La rabbia di un’intera città sta esplodendo. I tifosi sono sulle barricate, increduli davanti a un epilogo che fino all’ultimo sembrava evitabile. Per loro il Sora non è mai stato soltanto una squadra di calcio: è identità, appartenenza, memoria collettiva. Oggi quella memoria è stata ferita. Profondamente. Scaricata nell’oblio, come un rifiuto. Calpestata nella sua dignità senza possibilità di appello.
Ma una cosa nessuno potrà cancellarla: l’amore di un popolo per i propri colori. Perché una società può essere fermata da una firma mancata. La passione di un’intera città, invece, non potrà essere spenta da nessuna decisione. E siamo certi che non finirà qui: questa infinita storia di racconti nebulosi, di dichiarazioni e promesse ritrattate, di promesse mai mantenute, di una fiducia sventolata ai quattro venti e poi tradita, si sposterà in altre sedi. Quelle legali.