È scesa da sette anni, nove mesi e dieci giorni a cinque anni e quattro mesi la pena inflitta ad Alfredo Cinelli per l’estorsione aggravata ai danni di un imprenditore edile del Sorano. La Corte d’Appello, nell’udienza celebrata lunedì 21 settembre, ha confermato l’affermazione di responsabilità per il grave reato contestato, riconoscendo però le circostanze attenuanti legate alla confessione resa dall’imputato al pubblico ministero e alla condotta riparatoria successivamente posta in essere.
Tra gli elementi valutati dalla Corte anche la lettera di scuse indirizzata alla persona offesa e il risarcimento effettuato in favore della vittima dell’estorsione. Un riconoscimento che ha determinato una significativa riduzione della pena rispetto alla condanna pronunciata in primo grado dal Tribunale di Cassino all’esito del rito abbreviato.
Le accuse ed il legame con il commercialista Zaccardelli
La vicenda giudiziaria riguarda una presunta attività di recupero crediti sfociata, secondo quanto ricostruito nel processo, in minacce e richieste di denaro nei confronti di un imprenditore edile. Al centro della contestazione c’era un presunto credito di 60mila euro vantato dal commercialista di Isola del Liri Massimo Zaccardelli, il cui procedimento prosegue separatamente con giudizio ordinario. Proprio ieri si è celebrata una nuova udienza.
Secondo la ricostruzione accolta in primo grado, la vicenda sarebbe partita da alcuni lavori di ristrutturazione. L’imprenditore aveva versato quattro bonifici per complessivi 7.500 euro, inizialmente considerati acconti per le opere. La somma sarebbe stata successivamente ricalcolata fino a 24.800 euro e poi a 60mila euro, sulla base della diversa ricostruzione del rapporto economico.
Nel novembre 2024, secondo l’impostazione accusatoria e quanto ritenuto provato dal Tribunale, sarebbe entrato in scena Cinelli, indicato come colui che avrebbe dovuto recuperare il denaro. L’imprenditore avrebbe ricevuto telefonate e messaggi vocali dal contenuto intimidatorio e avrebbe poi consegnato complessivamente 1.200 euro in più tranche.
L’ultimo appuntamento, in un bar di Isola del Liri, fu seguito dagli investigatori della Squadra Mobile di Frosinone. La persona offesa era stata dotata di un dispositivo di registrazione e, dopo la consegna di 200 euro precedentemente contrassegnati, Cinelli venne arrestato in flagranza.
Nel processo di primo grado, il racconto dell’imprenditore era stato ritenuto attendibile e sostenuto da diversi riscontri, tra cui le registrazioni audio, le testimonianze e gli elementi acquisiti attraverso il telefono dell’imputato. Lo stesso Cinelli, nel corso dell’interrogatorio, aveva ammesso di avere rivolto minacce per sollecitare il pagamento, sostenendo però di avere agito per conto di Zaccardelli.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Francesco Venafro, aveva impugnato la sentenza chiedendo una diversa qualificazione giuridica dei fatti e, in subordine, il riconoscimento di ulteriori circostanze attenuanti. La Corte d’Appello, pur rideterminando sensibilmente la pena, ha confermato la responsabilità per estorsione aggravata.
Ma la battaglia giudiziaria non si è fermata alla pena. L’avvocato Venafro ha infatti formalizzato anche l’istanza per ottenere la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari presso l’abitazione dei genitori di Cinelli. Istanza che, con provvedimento del 21 settembre, è stata rigettata dalla Corte d’Appello di Roma.
Nel motivare la decisione, la Corte ha evidenziato innanzitutto che la richiesta era già stata presentata in precedenza e respinta, da ultimo il 6 maggio e il 17 giugno 2026. Secondo i giudici, la riduzione della pena intervenuta con la sentenza d’appello non costituisce, da sola, un elemento sufficiente a modificare il quadro delle esigenze cautelari.
Particolare rilievo è stato attribuito al rischio di reiterazione di condotte analoghe. Nel provvedimento la Corte richiama infatti le plurime evasioni che Cinelli avrebbe commesso quando si trovava già sottoposto agli arresti domiciliari, anche in epoca recente. Per i giudici, proprio questo precedente rende inidonea una misura fondata sulla spontanea osservanza degli obblighi, anche qualora accompagnata dall’utilizzo del dispositivo elettronico di controllo. La difesa, a questo punto, si prepara a impugnare anche questo provvedimento davanti al Tribunale del Riesame.
Sul procedimento principale resta dunque una condanna d’appello a cinque anni e quattro mesi di reclusione per estorsione aggravata, con la riduzione determinata dal riconoscimento delle attenuanti. Il procedimento nei confronti di Massimo Zaccardelli e del figlio Paolo prosegue separatamente: proprio ieri, 22 settembre, è stata celebrata una nuova udienza. Saltata l’escussione di un teste e respinta una delle richieste della difesa.
Per tutti gli imputati vale, fino a sentenza definitiva, la presunzione di innocenza prevista dall’ordinamento.