A Classic Horror Story: De Feo e Strippoli convincono con il loro racconto tra folklore italiano e terrore contemporaneo

Il film si presenta come un esercizio costruito attorno ai codici più riconoscibili dell’horror rurale per poi rivelarsi molto più complesso

Nel panorama del cinema horror italiano contemporaneo, A Classic Horror Story (2021), diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli, rappresenta uno degli esperimenti più ambiziosi e consapevoli degli ultimi anni. Distribuito da Netflix, il film si presenta inizialmente come un esercizio di stile costruito attorno ai codici più riconoscibili dell’horror rurale, ma si rivela progressivamente qualcosa di assai più complesso: una riflessione sul consumo dell’orrore, sulla spettacolarizzazione della violenza e sulla natura stessa della narrazione cinematografica.

Non si tratta semplicemente di un horror italiano che guarda ai modelli internazionali. Al contrario, è un’opera che dialoga continuamente con la storia del genere, la cita, la manipola e infine la sovverte, trasformando il meccanismo della citazione in parte integrante del proprio discorso teorico.

La trama

Elisa, giovane donna diretta nel Sud Italia per affrontare una delicata questione personale, condivide un viaggio in camper con alcuni sconosciuti. Durante il tragitto, un incidente stradale interrompe improvvisamente il percorso. Al loro risveglio, i passeggeri si ritrovano nel mezzo di una fitta foresta apparentemente isolata dal mondo. Nessuna strada conduce all’esterno, i punti di riferimento sembrano mutare e una misteriosa casa nel bosco custodisce simboli inquietanti legati a oscure leggende popolari. Quello che all’inizio appare come un classico racconto di sopravvivenza si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più imprevedibile e disturbante.

La regia: un gioco di prestigio costruito sulla conoscenza del genere

L’aspetto più interessante dell’opera risiede probabilmente nella sua regia. De Feo e Strippoli dimostrano una profonda conoscenza del linguaggio horror e soprattutto della sua evoluzione negli ultimi cinquant’anni. Fin dalle prime sequenze emerge una volontà precisa: creare nello spettatore una sensazione di familiarità. Le inquadrature del bosco, i movimenti di macchina lenti e minacciosi, il camper che attraversa strade deserte, la gestione dello spazio rurale evocano immediatamente una memoria cinefila stratificata che richiama opere come The Texas Chain Saw Massacre, The Blair Witch Project, The Cabin in the Woods e perfino Midsommar.

La regia lavora continuamente sul concetto di riconoscibilità. Ogni immagine sembra voler dire allo spettatore: “Hai già visto tutto questo.” Ed è proprio da questa sensazione che il film costruisce la propria strategia narrativa. Dal punto di vista tecnico, i registi mostrano una notevole padronanza del ritmo visivo. I movimenti di macchina sono quasi sempre controllati, mai isterici. L’orrore nasce più dalla costruzione dello spazio che dal montaggio frenetico. Particolarmente efficace è la gestione dell’ambiente boschivo, trasformato in un autentico labirinto concettuale oltre che geografico. La foresta non diventa soltanto un luogo fisico ma una dimensione narrativa chiusa, una sorta di teatro dell’orrore in cui i personaggi sembrano condannati a ripetere percorsi e schemi.

La sceneggiatura: tra folk horror e metanarrazione

La sceneggiatura costituisce contemporaneamente il maggiore pregio e l’elemento più divisivo dell’opera. Nella sua prima parte, il film aderisce con precisione quasi filologica ai canoni del folk horror. Troviamo il gruppo eterogeneo di viaggiatori, l’isolamento geografico, il folklore locale, la minaccia rituale, il senso crescente di perdita dell’orientamento. Tuttavia, sarebbe riduttivo fermarsi a questo livello di lettura. Gli autori costruiscono infatti un dispositivo metacinematografico che riflette sulla serializzazione dell’orrore contemporaneo. Il film interroga direttamente il rapporto tra spettatore e violenza spettacolarizzata, ponendo domande scomode sul desiderio di assistere a determinate immagini.

In questo senso A Classic Horror Story appartiene alla tradizione di quell’horror autoriflessivo che va da Scream a Funny Games, passando per opere più recenti come Cabin in the Woods. La differenza fondamentale sta nell’utilizzo di una sensibilità tutta italiana. Il folklore nazionale viene recuperato non come semplice elemento decorativo ma come materia narrativa autentica. Le leggende popolari meridionali, i riferimenti antropologici e il patrimonio superstizioso della tradizione italiana conferiscono al racconto una specificità culturale raramente riscontrabile nell’horror nostrano contemporaneo.

La fotografia: il bosco come organismo vivente

La fotografia rappresenta uno degli aspetti più riusciti del film. L’uso della luce naturale contribuisce a creare una dimensione sospesa tra realismo e incubo. Le tonalità cromatiche oscillano costantemente tra verdi saturi, marroni terrosi e neri profondissimi. Il bosco viene fotografato come un’entità viva. Non è semplice scenografia ma presenza attiva. La macchina da presa spesso inquadra gli alberi come fossero osservatori silenziosi. I tronchi occupano il quadro in maniera opprimente, creando una sensazione di intrappolamento visivo che amplifica il senso di disorientamento.

Di particolare interesse è l’uso delle simmetrie compositive all’interno della casa nel bosco. Gli ambienti vengono spesso ripresi frontalmente, quasi fossero stanze museali o teatri rituali. Questo approccio genera una tensione percettiva sottile ma costante.

Il suono e la colonna sonora: costruire l’angoscia attraverso l’assenza

Uno degli aspetti più raffinati dell’opera è il lavoro sul comparto sonoro. A differenza di molti horror contemporanei che abusano di effetti sonori aggressivi e jump scare musicali, A Classic Horror Story sceglie spesso la sottrazione. Il silenzio assume una funzione drammaturgica fondamentale. I rumori della foresta, il vento, il legno che scricchiola, il fruscio delle foglie diventano elementi narrativi autonomi. La colonna sonora lavora prevalentemente in sottrazione, lasciando che siano gli spazi sonori naturali a costruire l’inquietudine. Questo approccio richiama alcune soluzioni del cinema horror europeo più sofisticato e contribuisce a creare una tensione meno immediata ma più persistente.

I personaggi e le interpretazioni

Matilda Lutz: una protagonista che evolve insieme al film

Matilda Lutz sostiene gran parte del peso narrativo dell’opera. La sua Elisa evita gli stereotipi della final girl tradizionale. L’attrice costruisce una figura inizialmente vulnerabile ma progressivamente più complessa, riuscendo a mantenere credibilità anche quando il racconto cambia radicalmente registro. La sua interpretazione si distingue per misura e controllo. Evita costantemente l’enfasi melodrammatica che avrebbe potuto compromettere l’equilibrio del film.

Francesco Russo

Francesco Russo offre una performance particolarmente efficace grazie alla capacità di oscillare tra normalità quotidiana e ambiguità crescente. La sua presenza contribuisce a mantenere quella sensazione di instabilità psicologica che costituisce uno dei cardini del racconto.

Peppino Mazzotta

Tra le interpretazioni più memorabili emerge quella di Peppino Mazzotta. L’attore calabrese conferisce al proprio personaggio una fisicità e una presenza scenica che evocano la tradizione del villain rurale del cinema horror classico senza mai scadere nella caricatura. La sua recitazione si fonda su minime variazioni espressive e su un uso sapiente dello sguardo, risultando spesso più inquietante delle stesse immagini di violenza.

I temi: chi guarda chi?

Sotto la superficie dell’horror folkloristico si nasconde un’opera sorprendentemente teorica. Il tema centrale del film non è la sopravvivenza. Non è nemmeno il folklore. È il rapporto tra spettatore e rappresentazione della violenza. L’intera architettura narrativa sembra costruita per mettere in discussione il nostro ruolo di consumatori di immagini horror. Perché guardiamo? Perché desideriamo assistere alla sofferenza simulata? Perché continuiamo a cercare nuove forme di violenza cinematografica sempre più estreme? Il film prova a rispondere a queste domande senza offrire soluzioni rassicuranti.

I limiti dell’opera

Pur essendo estremamente interessante, A Classic Horror Story non è privo di difetti. Alcuni passaggi della seconda metà rischiano di risultare eccessivamente didascalici. In certi momenti il desiderio di esplicitare il proprio discorso teorico finisce per ridurre l’ambiguità che aveva reso così efficace la prima parte. Anche alcuni personaggi secondari risultano meno approfonditi di quanto sarebbe stato auspicabile, rimanendo talvolta funzionali alla struttura narrativa più che pienamente autonomi. Infine, il film richiede una certa disponibilità da parte dello spettatore ad accettare il suo gioco metacinematografico. Chi cerca esclusivamente un horror tradizionale potrebbe percepire alcune svolte narrative come artificiose.

Uno tra gli horror italiani più intelligenti degli ultimi anni

A Classic Horror Story è probabilmente uno dei film horror italiani più intelligenti e coraggiosi degli ultimi anni. Non perfetto, ma estremamente stimolante. La sua forza non risiede soltanto nell’efficacia delle sequenze di tensione o nella qualità tecnica della messa in scena, bensì nella capacità di utilizzare il linguaggio dell’orrore per riflettere sullo stesso atto del guardare. De Feo e Strippoli realizzano un’opera che dialoga con mezzo secolo di cinema di genere e che tenta, con ambizione rara nel panorama italiano, di trasformare il folk horror in una riflessione sul consumo contemporaneo delle immagini. Un film che divide, provoca e talvolta irrita, ma che possiede una qualità sempre più rara: lascia lo spettatore con qualcosa su cui continuare a riflettere molto tempo dopo la visione.

Un horror colto, metacinematografico e sorprendentemente europeo nella sensibilità visiva, capace di trasformare il patrimonio folklorico italiano in uno strumento per interrogare il presente e il nostro rapporto con la violenza spettacolarizzata.

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Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli, giornalista pubblicista, specializzata in sport ma con una passione anche per musica, cinema, teatro ed arti. Ha collaborato per diversi anni con il quotidiano Ciociaria Oggi, sia per l'edizione cartacea che per il web nonché con il magazine di arti sceniche www.scenecontemporanee.it. Ha lavorato anche come speaker prima per Nuova Rete e poi per Radio Day e come presentatrice di eventi. Ha altresì curato gli uffici stampa della Argos Volley in serie A1 e A2 e del Sora Calcio.

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