Esiste, a pochi chilometri da Veroli, in provincia di Frosinone, un luogo capace di fermare il tempo. Non è una metafora: l’Abbazia di Casamari è una delle più integre espressioni dell’architettura cistercense gotica in Italia, e da oltre ottocento anni rappresenta uno dei punti di riferimento spirituali, culturali e storici più significativi dell’intera regione laziale.
Fondata nel 1035 come monastero benedettino e affidata nel 1151 ai monaci cistercensi, un passaggio che ne avrebbe segnato per sempre l’identità architettonica e spirituale, Casamari non è mai diventata un semplice sito museale. È un monastero vivo, abitato, in cui la regola di San Benedetto continua a scandire le ore del giorno come faceva nel Medioevo. Eppure, proprio questa continuità la rende un documento straordinario: un frammento autentico di storia che il territorio della Ciociaria custodisce spesso in silenzio, lontano dai grandi circuiti turistici.
Parlare di Casamari significa parlare della Ciociaria stessa e della sua capacità di sedimentare tradizioni, di conservare identità, di resistere all’oblio attraverso la pietra e la fede.
Casa mia, eppure un luogo che non avevo mai guardato davvero
Ci passo davanti da anni. Da sempre, a dire il vero. La via Mària che collega Frosinone a Sora è una di quelle strade che conosci senza averla mai davvero guardata: la percorri, arrivi, torni. Ma un giorno mi sono fermato. Ho spento il motore e ho guardato Casamari come se fosse la prima volta.
Non è un’esagerazione retorica. È esattamente quello che è successo. C’è qualcosa di profondamente diverso nel fermarsi con intenzione: rallenti, ti avvicini, scegli cosa guardare. Ogni atto di attenzione trasforma il modo in cui si percepisce la realtà. E la realtà dell’Abbazia di Casamari, che avevo dato per scontata per troppo tempo, si è rivelata straordinaria.
Casamari è a circa 14 chilometri dal centro di Frosinone, nel territorio di Veroli, a 300 metri di altitudine sul livello del mare. Si staglia solitaria a ridosso di una collina rocciosa delimitata dal torrente Amaseno. È una di quelle cose che hai sempre avuto vicino e non hai mai davvero visto.
Una storia di duemila anni
Prima degli archi: Cereatae e Gaio Mario
Per capire Casamari bisogna andare molto indietro nel tempo, molto prima degli archi in pietra e dei monaci in saio. Il suolo su cui oggi sorge l’abbazia era in età romana il municipio di Cereatae Marianae, così chiamato in onore della dea Cerere, a cui il luogo era consacrato, e del generale Gaio Mario, che qui nacque intorno al 157 a.C. e trascorse i suoi anni di gioventù. La strada che ancora oggi porta all’abbazia, la via Mària, porta il suo nome.
Gaio Mario fu console di Roma per sette volte consecutive (un record assoluto nella storia repubblicana) e il suo nome rimase indissolubilmente legato a questo lembo di Ciociaria. Con il declino dell’Impero romano e le successive invasioni barbariche, Cereatae-Casa Marii seguì le sorti di Roma: si svuotò, si sbriciolò, si dimenticò. Restarono le fondamenta, la pietra, il silenzio.

I benedettini e la nascita del monastero
Il risveglio arrivò nell’XI secolo. Secondo la Cronaca del Cartario (il documento storico fondamentale per ricostruire le origini dell’abbazia, redatto dal monaco Gian Giacomo de Uvis) nel 1005 alcuni monaci provenienti dalla vicina Veroli scelsero proprio Cereatae per fondarvi un monastero, edificando sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Marte. Quattro di loro — Benedetto, Giovanni, Orso e Azo — si recarono al monastero di Sora per ricevere il saio benedettino. La costruzione vera e propria del monastero benedettino si fa risalire al 1036.

La comunità si caratterizzò fin dall’inizio come un vivace centro spirituale e culturale. Sotto l’abbaziato di Agostino I, intorno al 1090, l’autorità del monastero si estese sul territorio circostante; la sua biblioteca includeva già codici liturgici, esegetici e opere di autori classici.
I cistercensi e il rinnovamento architettonico
La svolta decisiva arrivò tra il 1140 e il 1152, quando i monaci cistercensi sostituirono i benedettini. L’Ordine cistercense, riformato dallo spirito di Bernardo di Chiaravalle, portò con sé un preciso programma architettonico: edifici imponenti ma austeri, nessun ornamento superfluo, pietra a vista, forme geometriche pure. La spiritualità cistercense si esprimeva anche attraverso l’architettura.
La ricostruzione del complesso abbaziale venne affidata a Fra Guglielmo da Milano. La prima pietra della nuova chiesa fu benedetta da papa Innocenzo III nel 1203, e il complesso fu consacrato nel 1217 da papa Onorio III. Casamari divenne uno dei più straordinari esempi di architettura gotico-cistercense dell’Italia centrale e meridionale, ispirato ai modelli borgognoni della Francia: funzionale, severo, bellissimo.

Il XIII secolo rappresentò il periodo di massimo splendore: l’abbazia prosperò sotto la protezione di Federico II e dei papi Innocenzo III e Onorio III, fondò nuove comunità cistercensi in Toscana, Calabria, Basilicata e Sicilia, e divenne punto di riferimento culturale e spirituale per tutta l’Italia centro-meridionale.
L’architettura: leggere la pietra

L’ingresso: la porta a doppio arco
L’abbazia si presenta al visitatore con un ampio arco d’ingresso a tutto sesto, che sorregge la sovrastante casa abbaziale con quattro eleganti bifore geminate. Subito dopo l’androne d’ingresso, con due archi a sesto acuto, si apre il piazzale interno. È uno dei primi colpi d’occhio più efficaci: la progressione degli archi, la pietra chiara, il silenzio che improvvisamente sostituisce il rumore della strada.

La chiesa: sette archi e luce di alabastro
La facciata della chiesa sorge al culmine di un’alta gradinata ed è preceduta da un atrio con belle arcate che modulano lo sviluppo verticale. L’ingresso principale è costituito da un portale con sette fasci di archi concentrici a tutto sesto, strombati, sorretti da eleganti colonnine. Nella parte superiore, la facciata ha forma rettangolare sormontata da un triangolo al cui centro si apre il rosone, affiancato da due monofore a sesto acuto.

L’interno è a croce latina, a tre navate divise in sette campate, con volte a crociera sorrette da robusti pilastri cruciformi. L’altare maggiore, originariamente collocato nell’abside, è posto all’incrocio col transetto, al di sotto di un baldacchino monumentale in marmo policromo fatto realizzare da Clemente XI nel 1711. Una nota tecnica di grande interesse: le finestre della chiesa presentano lastre di alabastro al posto dei vetri. La luce che filtrava quel pomeriggio aveva un colore caldo, ambrato, quasi irreale.

Il chiostro: il cuore dell’abbazia
Il chiostro è il fulcro della vita monastica e il luogo architettonicamente più ricco dell’intero complesso. Di forma quadrangolare, è circondato da un portico scandito da sedici eleganti bifore su colonnine binate (ora lisce, ora scanalate a linea spezzata, ora a treccia) sormontate da capitelli finemente intagliati. Al centro del chiostro, le aiuole convergono verso il puteale della cisterna centrale, che poggia su un basamento ottagonale con colonnine agli angoli.

Il chiostro attuale fu integralmente ristrutturato nella prima metà del XVIII secolo, a causa del grave degrado riportato dalle cronache dell’inizio del Settecento, con l’impiego di materiali di recupero dell’antico chiostro medievale.
Il dettaglio di Federico II: un mistero nel capitello
C’è un particolare nel chiostro che vale da solo il viaggio, e che dice molto della complessità di questo luogo. Nel lato sud, sulla bifora centrale sinistra, due capitelli portano scolpite tre teste umane a tutto tondo. L’Ordine cistercense, per regola, non ammetteva figure umane nelle decorazioni: ogni ornamento era considerato una distrazione dalla preghiera. Eppure qui ci sono.
Secondo la tradizione, le tre teste raffigurano Federico II di Svevia (che visitò l’abbazia nel 1221) il suo cancelliere Pier delle Vigne, e l’abate Giovanni V di Casamari, che nel 1222 aveva scelto per la cancelleria imperiale, consentendo all’imperatore di usare il sigillo abbaziale. La presenza di Federico II è storicamente accertata: l’imperatore protesse e donò all’abbazia, allacciando con i cistercensi un legame che rimane in parte misterioso. Ancor più curioso è che dal 1222 Federico era già in odore di scomunica, e i monaci lo omaggiarono comunque con un ritratto scolpito.
Preghiera, studio, erbe: la vita che continua
Casamari non è un museo. È un monastero dove vivono oggi sedici monaci cistercensi, che celebrano tutta la loro liturgia in canto gregoriano. Le messe feriali sono alle 7:30, quelle festive alle 11:30; i vespri alle 16:00 (17:00 con l’ora legale). L’abbazia è aperta tutti i giorni dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 18:00.
Nel corso dei secoli i monaci hanno costruito intorno alla preghiera un’intera economia spirituale e materiale: la biblioteca, la farmacia, la liquoreria, la tipografia, il museo, la pinacoteca, l’istituto teologico.

La biblioteca: 80.000 volumi e un pavimento a mosaico romano
La biblioteca di Casamari è una delle 46 biblioteche pubbliche statali italiane, aperta al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 8:30 alle 18:30 e il sabato dalle 8:30 alle 13:00. Conta circa 80.000 volumi di grande pregio storico-culturale e religioso. Occupa la parte estrema dell’ala occidentale del monastero, nell’antico refettorio dei fratelli conversi: un salone lungo 25 metri, largo 10 e alto 30, con volte gotiche. Nei locali della biblioteca è stato rinvenuto un pavimento a mosaico bianco e nero di epoca romana, testimonianza dell’antico insediamento di Cereatae.
La farmacia e la liquoreria
La storia della farmacia di Casamari inizia intorno al 1761, quando venne aperta una piccola bottega al servizio dell’infermeria e degli abitanti del territorio. Nel 1822 il monaco Fra Giacobbe Margione ottenne la patente di speziale e aprì la farmacia al pubblico. L’attuale farmacia, inaugurata nel 1948, si trova all’ingresso del monastero. Tra i prodotti più celebri c’è la Tintura Imperiale, inventata nel XIX secolo da Fra Eutimio Zannucoli, che coltivava persino canne da zucchero nei terreni vicino all’Amaseno per produrre melassa e rum. La liquoreria produce ancora oggi l’Elixir San Bernardo al rabarbaro, il Rosolio Stomatico al mandarino, il Gran Casamari.
Il museo e la pinacoteca
Il Museo dell’abbazia, inaugurato nel 2003 negli spazi dell’antico refettorio, ospita una raccolta archeologica divisa in sezioni: preistorica — con i resti di zanne di Elephas antiquus, un elefante estinto vissuto circa 800.000-120.000 anni fa, rinvenute nel 1923 nei pressi dell’abbazia — protostorica, con reperti di Volsci ed Ernici, e romana, con materiali di Cereatae Marianae. La pinacoteca conta circa 90 opere tra il XV e il XIX secolo, con dipinti di Carassi, Guercino, Sassoferrato, Balbi, Fantuzzi e Purificato, oltre a tre grandi pale d’altare del pittore napoletano Onofrio Avellino.
Le vicende difficili: guerra, Napoleone, il martirio
La storia di Casamari non è solo splendore. Nella primavera del 1799 un contingente dell’esercito francese in ritirata irruppe nell’abbazia. Era la notte del 13 maggio, la comunità si accingeva al canto della compieta. Sei monaci rimasero e furono uccisi nel tentativo di proteggere le sacre pisside dall’oltraggio. Tra loro il priore Simeone Cardon, un monaco francese fuggito dalla Rivoluzione, che aveva trovato rifugio proprio a Casamari. Il loro martirio è stato riconosciuto dalla Chiesa il 27 maggio 2020.
Dal 1811 al 1814 seguì il regime laico imposto da Napoleone. Nel 1874, dopo l’Unità d’Italia, l’abbazia fu dichiarata Monumento Nazionale con Regio Decreto, sottratta alla soppressione e affidata in custodia agli stessi monaci. Nel 1929 la Congregazione di Casamari fu eletta canonicamente congregazione monastica autonoma, aggregata all’Ordine cistercense. Nel 1957 papa Pio XII elevò la chiesa abbaziale alla dignità di basilica minore. Durante la Seconda guerra mondiale l’abbazia fu trasformata dai tedeschi in ospedale da campo, ma non subì danni.

Le lenti e la pietra: guardare con occhi diversi

Arrivo a Casamari con due lenti Moment montate su iPhone 17 Pro Max: la Wide 18mm e l’Anamorphic 1.55x. L’idea è semplice: usare uno strumento fotografico di qualità per guardare un luogo che conosco da sempre con occhi diversi. Le lenti Moment sono accessori ottici progettati per smartphone che aggiungono uno strato di qualità ottica (vetro multi-elemento, montatura in alluminio aerospaziale) al già eccellente sistema fotografico dell’iPhone.

La Wide 18mm si rivela perfetta per gli spazi ampi: il portale d’ingresso con i suoi sette archi concentrici, la facciata della chiesa vista dalla gradinata, le colonne romane nel giardino laterale. A differenza dell’ultra-wide integrata nell’iPhone, questa lente mantiene una distorsione minima ai bordi, restituendo proporzioni architettoniche più fedeli e più eleganti.

L’Anamorphic 1.55x cambia completamente il registro visivo. Il formato cinematografico (quello dei film in 2.40:1) si adatta magnificamente all’architettura gotica del chiostro: le prospettive ripetute delle bifore sembrano fatte per essere inquadrate in quel rapporto orizzontale. I lens flare azzurri, caratteristica estetica della lente anamorphica, si accendono ogni volta che un raggio di luce attraversa l’arco.
Ma lo scatto che mi rimane più impresso non l’ho pianificato. Un monaco in abito bianco e nero stava attraversando il cortile. L’ho fotografato di spalle, attraverso il portico, in bianco e nero. Nessun filtro, nessuna elaborazione. Solo il momento giusto e la luce giusta.

Conclusione: la Ciociaria che non ti aspetti
Casamari è a pochi chilometri da Frosinone. Pochi chilometri che separano il quotidiano dall’eccezionale. Ci passo davanti da sempre, come capita con le cose che appartengono al paesaggio familiare, quelle che si smettono di guardare proprio perché ci sono sempre state.
Eppure basta fermarsi. Basta decidere di entrare, di rallentare, di prestare attenzione a ciò che normalmente si attraversa senza vedere.
L’abbazia fu consacrata nel 1217, otto secoli fa. I monaci cantano ancora il gregoriano nelle stesse ore di sempre. La pietra è la stessa, la luce è la stessa. Ciò che cambia è lo sguardo. E a volte non serve altro che la disponibilità a fermarsi per ricordarcelo.