Arriva dalla Prefettura la parola che il Comune aspettava per uscire dallo stallo istituzionale aperto dalla mancata elezione del Presidente del Consiglio comunale e dalla contemporanea vacanza di due componenti dell’Ufficio di Presidenza. Il parere, a firma del prefetto Ranieri e protocollato il 18 agosto, risponde alla richiesta avanzata dal Comune sui limiti dei poteri di convocazione dell’assise in una situazione tanto anomala quanto delicata.
Il documento si muove su un terreno giuridico stretto, ma la traiettoria è chiara. Poggiando sul parere non vincolante del Ministero dell’Interno – Direzione Centrale Autonomie, la Prefettura ricostruisce il quadro normativo a partire dall’articolo 39 del Testo unico degli enti locali, che nei comuni sopra i 15.000 abitanti rende obbligatoria l’elezione del Presidente del Consiglio e rimette allo statuto la disciplina delle funzioni vicarie. Lo Statuto di Frosinone, all’articolo 39, prevede che in caso di assenza, impedimento o vacanza del Presidente le sue funzioni siano svolte dal Vicepresidente, con precedenza per il Vicario.
Le dimissioni del titolare comportano incombenze che può svolgere il vice
Il cuore del ragionamento sta nella distinzione tra due scenari diversi. La supplenza per «assenza» o «impedimento» — chiarisce la Prefettura — opera soltanto quando il Presidente è oggettivamente impedito ma resta in carica. Le dimissioni sono un’altra cosa: impongono la convocazione di una nuova seduta per eleggere il Presidente, e questa funzione, nel caso di Frosinone, può essere esercitata solo dal Vicepresidente vicario.
Da qui la conclusione operativa. Dall’esame delle norme statutarie e regolamentari dell’ente, scrive la Prefettura, il Vicepresidente vicario può rimanere in carica e convocare il Consiglio per procedere all’elezione del Presidente e degli altri componenti dimissionari, ed eventualmente per discutere argomenti urgenti qualora non si raggiunga in tempi brevi il quorum richiesto. Il tutto per assicurare la continuità dei lavori dell’assise consiliare.
Un passaggio, però, la Prefettura lo sottolinea con nettezza: soltanto il Consiglio comunale, nella sua autonomia e in quanto titolare della competenza a dettare le norme in materia, è abilitato a fornire un’interpretazione autentica delle regole di cui esso stesso si è dotato. Un richiamo alla sovranità dell’aula che diventa la chiave di lettura del vicepresidente vicario.
La valutazione di Ferrara dopo la pregiudiziale respinta dall’Aula
Proprio su quel passaggio finale insiste Marco Ferrara, vicepresidente vicario, che legge nel parere una piena legittimazione del proprio ruolo. Il riferimento è alla pregiudiziale respinta in aula: una bocciatura che, nella sua ricostruzione, ha di fatto e di diritto già legittimato il vicario a svolgere le funzioni del Presidente. “Secondo me la questione ormai è terminata: il consiglio comunale ha legittimato il vicepresidente vicario a svolgere tutte le funzioni del presidente”, afferma.
Ferrara indica anche il metodo con cui intende procedere: mettere al primo punto dell’ordine del giorno l’elezione del Presidente, riservando eventualmente ai punti successivi solo le pratiche non procrastinabili. “Il vicepresidente vicario è legittimato al 100% a svolgere le funzioni del presidente. Il caso è chiuso”, scandisce.
La partita si giocherà ora nell’aula consiliare, con le convocazioni di inizio settembre. Saranno quelle le sedi in cui — coerentemente con l’indicazione della Prefettura — il Consiglio dovrà anzitutto procedere all’elezione del Presidente e alla ricomposizione dell’Ufficio di Presidenza, sciogliendo l’impasse che da settimane tiene sospesa l’attività dell’assise e chiarendo definitivamente il destino della coalizione di governo.
Il dubbio di Ambrosiano per tutti i protagonisti: mappe politiche illeggibili
“Il civismo di Mastrangeli – analizza un osservatore come Gaetano Ambrosiano, già segretario provinciale di Articolo Uno – si racconta come superamento delle logiche di partito, ma finisce per riprodurne le stesse dinamiche di potere personale, solo senza l’infrastruttura che un tempo garantiva almeno una qualche responsabilità collettiva verso una base. Il caso Scaccia — vicesindaco con un doppio ruolo civico e di partito nazionale — è l’esempio più nitido di questa ambiguità: un’amministrazione che si legittima come “oltre” gli schieramenti, ma che dipende comunque dagli stessi meccanismi di equilibrio interno che dice di aver superato”.
“La fragilità strutturale della giunta – avverte nella sua nota – non nasce dal ritorno della politica dei partiti, come qualcuno vorrebbe leggere, ma proprio dall’assenza di un ancoraggio reale — sociale, non solo elettorale — che renda quella governance sostenibile nel tempo”. Dopo aver criticato duramente sia il centrosinistra che il civismo che si oppone a Mastrangeli, Ambrosiano tira le sue conclusioni: “Il risultato è una politica che parla alla città con un linguaggio che la città non riconosce più come proprio — un grottesco involontario, quasi teatrale: le stesse liturgie, le stesse retoriche di appartenenza, applicate a un corpo sociale che nel frattempo ha smesso di rispondere a quei codici”.
“Non è nostalgia, è disallineamento: la mappa non corrisponde più al territorio, e nessuna delle forze in campo — destra, sinistra, civismo di maggioranza o di opposizione — sembra avere l’urgenza o la capacità di ridisegnarla”. Riflessione su cui un po’ tutti dovrebbero meditare probabilmente.