Detenzione domiciliare per tossicodipendenti, ora è legge. La svolta del Governo c’è ma in Ciociaria resta l’emergenza

Un principio condivisibile che, però, si scontra con una domanda decisiva: sul territorio esistono davvero strutture, personale e percorsi?

Con 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni, la Camera ha approvato ieri in via definitiva il disegno di legge che introduce una particolare forma di detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che scelgono di intraprendere un percorso di recupero. Una riforma fortemente voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e salutata con soddisfazione anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che punta a cambiare l’approccio verso una categoria di detenuti che troppo spesso vive il confine tra dipendenza, marginalità e criminalità.

Il principio alla base della norma è chiaro: chi ha commesso reati spinto dalla dipendenza non deve essere considerato soltanto un autore di reato, ma anche una persona malata da curare. Amen. Qualcuno ci è arrivato. Per questo, in presenza di condanne non superiori a otto anni – salvo le eccezioni previste dalla legge – sarà possibile scontare la pena fuori dal carcere, aderendo a un programma terapeutico seguito dai servizi sanitari e dalle comunità specializzate.

Secondo il ministro Nordio si tratta di un provvedimento “epocale”, destinato a consentire a circa diecimila persone di accedere a un percorso alternativo alla detenzione, alleggerendo contemporaneamente il sovraffollamento carcerario. Palazzo Chigi parla invece di una riforma che aumenta la sicurezza collettiva, perché curare la dipendenza significa intervenire sulla causa che spesso alimenta la commissione di nuovi reati.

Sul piano teorico è difficile non condividere questo impianto. Lo abbiamo ripetuto più volte su queste colonne: il carcere, da solo, quasi mai cura una dipendenza. Anzi, spesso la aggrava. Chi conosce davvero il fenomeno sa che la tossicodipendenza non è semplicemente una scelta individuale, ma una condizione sanitaria complessa, frequentemente accompagnata da fragilità psicologiche, disagio sociale e, non di rado, disturbi psichiatrici.

Se la condotta criminale nasce dalla dipendenza, intervenire sulla dipendenza significa ridurre concretamente il rischio di recidiva. È una logica che privilegia il recupero rispetto alla mera punizione e che, se funziona, produce benefici per il detenuto ma anche per l’intera collettività. Il problema, però, inizia quando si esce dalle aule parlamentari e si entra nella realtà dei territori.

Il caso Ciociaria

Ed è qui che la provincia di Frosinone diventa un caso emblematico. Negli ultimi mesi abbiamo raccontato numerosi episodi di cronaca che, spesso, andavano ben oltre la semplice notizia del giorno. Persone in evidente stato di tossicodipendenza o nel pieno di gravi crisi psicotiche protagoniste di aggressioni, minacce, danneggiamenti, tentativi di suicidio, episodi di violenza verso familiari o operatori, comportamenti deliranti che mettevano in pericolo sé stessi e gli altri.

Vicende che si concludevano quasi sempre nello stesso modo: intervento delle forze dell’ordine, identificazione, denuncia o arresto quando possibile, quindi il ritorno sul territorio. Nel frattempo, però, rimaneva irrisolta la domanda più importante: chi prende realmente in carico queste persone? Perché molti di questi soggetti non sono soltanto tossicodipendenti. Sono persone che presentano quella che gli specialisti definiscono “doppia diagnosi”: dipendenza associata a un disturbo psichiatrico. Ed è proprio qui che il sistema mostra tutte le sue fragilità.

Troppo spesso chi manifesta evidenti stati deliranti o psicotici non viene ricoverato. Il trattamento sanitario obbligatorio rappresenta uno strumento eccezionale, applicabile solo in presenza di rigorosi requisiti di legge e per periodi limitati, mentre molte situazioni, pur gravissime, restano fuori da quel perimetro. Allo stesso tempo, le comunità terapeutiche sono spesso sature, le liste d’attesa si allungano, i posti nelle strutture specializzate sono insufficienti e la presa in carico diventa un percorso lungo, frammentato e, in alcuni casi, semplicemente impossibile. È una realtà che chi opera sul territorio conosce bene. Per questo il nuovo ddl rappresenta certamente un cambio di paradigma, ma apre anche interrogativi che non possono essere ignorati.

Chi certificherà la dipendenza? Chi valuterà l’idoneità del programma terapeutico? Quali strutture in questa provincia al collasso potranno realmente accogliere detenuti con precedenti penali, dipendenze e, spesso, patologie psichiatriche? Chi controllerà il rispetto del percorso? E soprattutto: ci sono abbastanza comunità, operatori sanitari, educatori, psicologi e personale specializzato per sostenere una riforma di queste dimensioni?

Sono domande tutt’altro che teoriche. Perché il rischio è che una norma nata per curare finisca per scontrarsi con un sistema territoriale che, almeno in molte realtà italiane e nella nostra provincia, fatica già oggi a rispondere ai bisogni ordinari. Non è una critica al principio della legge. Anzi. Da anni sosteniamo che non si può continuare a trattare esclusivamente come criminali persone la cui principale malattia è la dipendenza. Da anni raccontiamo storie che dimostrano come il carcere, da solo, non interrompa il circuito tra droga, disagio psichico e reato.

Ma proprio perché il principio è giusto, non può essere lasciato incompiuto. Il recupero non si realizza con una norma pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Si costruisce con comunità terapeutiche funzionanti, SerD adeguatamente finanziati, strutture per la doppia diagnosi, posti disponibili, personale formato, controlli efficaci e percorsi individualizzati.

Senza questa rete il rischio è duplice. Da una parte si alimentano aspettative che il sistema non è in grado di soddisfare; dall’altra si continua a lasciare sole le famiglie, le forze dell’ordine, gli operatori sanitari e gli amministratori locali davanti a situazioni sempre più difficili da gestire. La vera sfida, quindi, non è più quella legislativa. Quella è stata vinta. La sfida comincia adesso e si gioca lontano da Montecitorio, nelle Asl, nei SerD, nelle comunità terapeutiche e nei servizi territoriali. Perché curare è sempre meglio che punire. Ma senza strutture, senza personale e senza una presa in carico reale, anche la migliore delle riforme rischia di restare soltanto una buona legge sulla carta.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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