Ci sono storie che non possono essere raccontate soltanto come mera cronaca. Perché, spesso, dietro alle volanti, alle pattuglie dei carabinieri, alle ambulanze e alle chiamate al 112 c’è un dramma umano che si trascina da anni e che, oggi, rischia di trasformarsi in una tragedia annunciata.
Quella che si sta vivendo a Frosinone non è soltanto una questione di ordine pubblico. È la storia di una famiglia ormai allo stremo, di un condominio che vive nella paura e di un giovane di 27 anni, con una grave dipendenza da sostanze stupefacenti e un quadro psichico complesso, che rifiuta ogni percorso di cura. Una situazione che, secondo quanto ricostruito, va avanti almeno dal 2021 e che, nell’ultima settimana, ha raggiunto livelli di estrema preoccupazione.
Tutto ha avuto inizio sabato 4 luglio, quando i carabinieri della Compagnia di Frosinone sono intervenuti nell’abitazione del ragazzo, non molto distante dalla Monti Lepini, dopo una nuova minaccia di suicidio. Non sarebbe stata la prima volta: episodi analoghi si erano già verificati negli anni precedenti, segnale di un disagio profondo che, con il passare del tempo, non ha trovato una soluzione. In quest’ultima occasione, dopo una lunga mediazione, il 27enne aveva aperto la porta ed era stato trasferito presso lo Spaziani di Frosinone per accertamenti. Ma quanto accaduto sabato è stato soltanto l’inizio di una nuova escalation di violenza e paura.
Un fine settimana di terrore
Nella serata di sabato scorso, 11 luglio, in via Aldo Moro, si è reso necessario l’intervento della Polizia di Stato. Il giovane, in evidente stato di alterazione, avrebbe colpito con calci e pugni alcune auto in transito, urlato in strada e sostenuto che il padre tenesse prigioniera la madre e che avesse ammazzato il loro cane, circostanza risultata essere priva di fondamento. Gli agenti delle volanti, al loro arrivo, avrebbero trovato un coltello nella sua auto e, così, il ragazzo è stato portato in Questura. Dopo l’identificazione è stato accompagnato al pronto soccorso, ma si è allontanato autonomamente dalla struttura.
La giornata di domenica è stata ancora più critica. A seguito di un nuovo trasferimento in pronto soccorso, si è allontanato di nuovo e, secondo quanto ricostruito, dopo aver recuperato l’auto, ha raggiunto il condominio dove abita danneggiando il portone d’ingresso e l’ascensore e minacciando diversi residenti. I condomini, terrorizzati, hanno chiesto ripetutamente aiuto al 112. Sul posto sono intervenuti più volte nell’arco di poche ore carabinieri e personale sanitario.
Il ragazzo è stato di nuovo accompagnato al pronto soccorso, ma sistematicamente si sarebbe allontanato volontariamente, tornando poco dopo nuovamente nel quartiere. Qui, ad un certo punto, avrebbe minacciato di morte un residente, un ex appartenente alle forze di polizia, tentando di investirlo con l’auto e pretendendo del denaro. Poi avrebbe anche mostrato un coltello, provocando nuovi momenti di forte tensione e ulteriori danneggiamenti. Ancora una volta si sono susseguiti gli interventi delle forze dell’ordine e del personale sanitario allertati dai residenti esasperati che, nel frattempo, erano intervenuti per evitare che l’aggressione finisse in tragedia.
Il cortocircuito del sistema: “Qui qualcuno rischia di morire”
La domanda che, inevitabilmente, oggi si pongono familiari, vicini di casa e cittadini è una sola: cosa deve ancora accadere perché si riesca ad intervenire in maniera realmente efficace? Il ragazzo, va evidenziato, ha più volte minacciato di morte anche gli stessi genitori che da anni hanno provato in tutti i modi a chiedere aiuto, hanno denunciato, si sono rivolti ad un legale. Eppure il cortocircuito del sistema, puntuale come sempre in questi casi, è ancora lì. Senza la volontà del giovane il percorso di recupero non può iniziare. Dopo i numerosi Tso nulla è cambiato. Nell’unico reparto di SPDC rimasto in provincia, a Cassino, ci è già finito ma forse ora, per lui, non c’è più posto neppure lì. E allora cosa si fa? Bisogna aspettare che un soggetto fragile, lasciato in balia di se stesso da anni, compia quanto più volte minacciato?
Perché questa non è la storia di un criminale da sbattere in carcere. È la storia di una persona malata, che non riconosce la propria dipendenza, rifiuta qualsiasi percorso terapeutico e che, proprio per questo, rappresenta un pericolo prima di tutto per sé stesso e, nei momenti di crisi, anche per chi gli sta accanto. I genitori vivono da anni in un clima di costante paura. Il padre, imprenditore, avrebbe persino limitato la propria attività lavorativa per il timore che il figlio possa raggiungerlo sul posto di lavoro. Una famiglia, come tante, troppe, lasciata praticamente sola davanti a un problema enorme.
Ma anche i residenti del condominio convivono ormai con il timore che una delle continue esplosioni di violenza possa avere conseguenze irreparabili. Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto cronaca. Quando una persona viene soccorsa più volte in poche ore, accompagnata ripetutamente al pronto soccorso e riesce sistematicamente ad allontanarsi, tornando a mettere in pericolo sé stessa e gli altri, è evidente che il problema non riguarda soltanto l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate ogni volta a gestire l’emergenza.
Il nodo è un altro e il cortocircuito sempre lo stesso: quali strumenti ha oggi lo Stato per proteggere contemporaneamente una persona gravemente fragile, la sua famiglia e l’intera collettività?
È una domanda che chiama in causa il sistema sanitario, i servizi dedicati alle dipendenze, alla salute mentale e, quando emergono ipotesi di reato come minacce aggravate, danneggiamenti e altri episodi di violenza, anche l’autorità giudiziaria. Nessuna misura, ad oggi, sembra esser stata presa dal Tribunale di Frosinone che, in questi giorni, è stato costantemente informato sui fatti.
Come detto, nessuno auspica il carcere. Anzi, sarebbe probabilmente la risposta meno utile. Un istituto penitenziario non rappresenta il luogo adatto per affrontare una situazione caratterizzata da una grave dipendenza e da un’importante fragilità psichica. Servono invece strumenti che consentano un percorso terapeutico e assistenziale realmente protetto, capace di interrompere una spirale che, altrimenti, rischia soltanto di peggiorare. Perché continuare ad affrontare ogni episodio come un’emergenza isolata significa rinviare il problema al giorno successivo. E il timore, condiviso da chi vive questa vicenda da anni, è che prima o poi possa verificarsi l’irreparabile. A quel punto, però, sarà troppo tardi per chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa prima. E se quell’epilogo, in cui nessuno spera, dovesse realmente verificarsi, chi se ne assumerà la responsabilità?