Nel 2026 spostarsi dovrebbe essere normalità. Invece, per molti pendolari, è diventato sinonimo di attesa, disagio e insicurezza. A questo si aggiungono scelte che sembrano lontane dai bisogni reali della città.
Viaggiare non dovrebbe fare paura
Che paura dover avere paura. Paura di prendere un treno. Paura di salire su un autobus. Paura di attraversare una stazione.
Eppure dovremmo essere nel 2026, in un tempo in cui usare i servizi pubblici dovrebbe rappresentare la normalità più semplice: spostarsi per lavorare, studiare, vivere. Invece oggi, per troppi cittadini, muoversi significa affrontare caos, disservizi e un costante senso di insicurezza.
Non è solo una questione di mezzi in ritardo o di corse insufficienti. È qualcosa di più profondo: la sensazione di non essere ascoltati, di non essere tutelati, di essere lasciati soli mentre si compie un gesto quotidiano.
Pendolari sacrificati e scelte lontane dalla realtà
Treni in ritardo, autobus che passano troppo di rado, attese interminabili alle fermate. Chi deve andare a lavorare o studiare paga sempre il prezzo più alto.
Eppure, invece di partire da queste esigenze concrete, ci si chiede se non si stia andando in un’altra direzione. Perché, mentre i pendolari chiedono più corse, più presidi, più sicurezza e un trasporto pubblico realmente capillare, le risorse vengono indirizzate verso progetti che non interessano l’intera città, ma solo alcune aree.
La domanda è legittima: rafforzare il trasporto pubblico locale non dovrebbe significare migliorarlo per tutti? Oppure rischiamo di investire su soluzioni sperimentali che, oltre a non rispondere ai bisogni quotidiani, potrebbero anche generare criticità urbanistiche, cantieri invasivi e ulteriori disagi in una città già fragile dal punto di vista della viabilità?
Sono interrogativi che meritano risposta, soprattutto quando si parla di scelte che incideranno sul volto urbano e sulla qualità della vita dei cittadini.
Dalla paura al fatto: quando l’insicurezza diventa realtà
Il quadro si fa ancora più cupo quando alla fatica quotidiana si aggiunge la paura concreta.
Paura di essere aggrediti. Paura di essere molestati. Paura di essere derubati. Paura di usare i servizi pubblici.
Una mamma ci contatta e racconta che suo figlio, 16 anni, nei giorni scorsi, è stato costretto a consegnare del denaro a un gruppo di individui in piazza Pertini. Un episodio reale, che va oltre le percezioni e diventa fatto.
Pochi mesi prima avevamo già segnalato un altro caso simile: un uomo accerchiato e picchiato. Episodi che si ripetono e che raccontano una stessa fragilità.
E allora la domanda finale è inevitabile: questa la vogliamo chiamare normalità?
Perché il trasporto pubblico non è solo un mezzo che arriva in orario. È uno spazio che deve essere sicuro.
E se muoversi diventa un atto di coraggio, allora qualcosa si è rotto. E non può più essere ignorato.