Il “puzzle” della crisi della provincia e del Lazio meridionale è complesso e la ricostruzione giornalistica non può che essere frammentata ma c’è, in tutto questo, un problema che i dati economici da soli non catturano: l’assenza di una governance economica territoriale. E un fatto recente – di cui Frosinone News s’è ampiamente occupata – rischia di aggravarla. Il Consorzio industriale del Lazio — nato il 1° dicembre 2021 dalla fusione di cinque enti (l’ASI di Frosinone, il Cosilam di Cassino, il Consorzio Roma-Latina, quello di Rieti e il Sud Pontino), ereditando 18 milioni di debiti —, l’ente che governa le aree industriali, s’allontanerà sempre più dal Sud Lazio.
Il 15 giugno 2026 la Giunta regionale ha approvato una proposta di legge di riordino che ne cambia radicalmente l’assetto: la Regione Lazio entra direttamente nel fondo di dotazione acquisendo il 51% delle quote, mentre il restante capitale viene ripartito tra enti locali (30%) ed enti pubblici non territoriali e imprese (19%). Il presidente sarà designato dalla Regione, il vicepresidente da Roma Capitale. L’ente si allarga a circa 30 nuovi Comuni, includendo il distretto della ceramica di Civita Castellana, Colleferro e il distretto di Civitavecchia. Per la Regione l’operazione — che costerà circa 12,5 milioni di conferimento — serve a rafforzare la struttura patrimoniale, ridurre l’indebitamento e aumentare la capacità di investimento.
La lettura che se ne può dare dal Basso Lazio è però assai meno entusiasta: le figure chiave — presidenza, direzione generale, vertici esecutivi — saranno espressione dell’asse Regione–Roma Capitale, mentre ai territori provinciali non rappresentati nel Consiglio di Sorveglianza resterebbero un paio di caselle. È la denuncia di una deriva romano-centrica che sposta il baricentro decisionale lontano dai territori che quelle aree industriali le ospitano — e le subiscono.
Altro che Stellantis e Saxa Grestone, i leader pensano alle elezioni del 2027
In una provincia dove la crisi chiede governo di prossimità, il rischio è che le decisioni si allontanino ulteriormente da chi vive le conseguenze delle fabbriche che chiudono. E la politica? Parla d’altro. Mentre Stellantis attraversa mesi e mesi di paralisi produttiva, mentre il Tribunale liquida la Saxa, mentre 20.000 giovani hanno lasciato la provincia in dieci anni, di cosa discute la politica ciociara? Discute di equilibri di partito: la Lega organizza feste provinciali e panel tra consiglieri regionali, mentre il movimento di Vannacci deposita il proprio organigramma laziale col baricentro proprio a Frosinone.
Il centrosinistra conta le cene separate di Francesco De Angelis e Gian Franco Schietroma e si interroga pure su cosa si siano detti, tra una gricia e l’altra, con Michele Marini. A livello regionale, l’estate 2026 è stata dominata da uno scontro interno alla maggioranza di Francesco Rocca sulla riorganizzazione delle deleghe e sulla riattribuzione della Sanità, con Forza Italia che “chiede rispetto alla coalizione” e la minoranza che denuncia gestioni clientelari del dimensionamento scolastico. L’ad Astral Giuseppe Simeone ha poi illustrato un nuovo “tavolo”: con Regione, Astral e Cotral, per avere minori disagi per i pendolari su gomma, “ma si tratta di un lavoro complicato”. Già.
Il divario tra ampiezza dei temi strutturali e limitatezza del dibattito politico
Sono, naturalmente, temi legittimi. Ma colpisce la sproporzione tra l’ampiezza dei problemi strutturali — reddito da 102° posto nazionale, emorragia giovanile, due grandi vertenze industriali aperte, un ente di governo che scivola verso Roma — e la superficie del dibattito quotidiano, spesso assorbito da tattica, posizionamenti e polemiche stagionali. Il tutto senza aver citato la situazione sanitaria dove, nonostante i piani di flusso per i ricoveri, la pressione sulle strutture d’emergenza rimane altissima (allo Spaziani solo per l’emergenza caldo 150 accessi in un giorno) e “il territorio” resta una chimera.
L’area del disagio, intanto, che si allarga. Perché sotto la linea di galleggiamento dei comunicati, cresce la povertà. I dati provinciali disaggregati sui senzatetto e sugli utenti dei singoli consorzi socio-assistenziali della Ciociaria non sono, allo stato, pubblicati online in forma aggiornata e verificabile — ed è già di per sé un segnale del deficit di trasparenza e di monitoraggio locale del fenomeno. Ma il quadro nazionale della rete Caritas, che intercetta la stessa realtà, è inequivocabile e si applica a un territorio come Frosinone in modo quasi didascalico.
Cresce il popolo che chiede aiuto alla Caritas, tanti con salari da fame
Nel 2025 i servizi Caritas hanno accolto l’1,7% in più di persone sull’anno precedente; oltre un quarto degli assistiti è seguito da almeno cinque anni — segno di una povertà divenuta strutturale, non più emergenziale. La vulnerabilità abitativa riguarda ormai il 34,9% delle persone seguite, con il 23,1% in condizione di grave esclusione abitativa (senza casa o in sistemazioni di emergenza). L’Italia è il settimo Paese in Europa per incidenza di persone a rischio povertà o esclusione sociale (23,1%).
Ma il dato più rilevante per capire la provincia è un altro: cresce il lavoro povero. Il lavoro riguarda il 44,2% degli assistiti Caritas, e nelle fasce più produttive l’incidenza dei working poor supera il 30% dei casi. Quindici anni fa i disoccupati erano i due terzi dell’utenza; oggi sono sempre più numerosi gli occupati che, pur avendo un impiego, non arrivano a fine mese. È esattamente il ritratto di un territorio con salari sotto la media, part-time involontario diffuso e precariato strutturale.
A questo si aggiunge, sul fronte del welfare, un campanello d’allarme locale: la Cgil di Frosinone ha denunciato, con la sperimentazione della riforma dell’invalidità civile che ha coinvolto la provincia, un crollo del 90% delle domande presentate nel 2025 rispetto al 2024 — con il rischio che persone con disabilità restino di fatto escluse dai percorsi di tutela.
Pochi investimenti solidi nel “mare” dell’instabilità e dei giovani che vanno via
In conclusione la provincia di Frosinone vive una contraddizione che la definisce. Da un lato investimenti da miliardi nel farmaceutico e un polo della difesa che guarda al futuro; dall’altro fabbriche storiche che chiudono, salari fermi al palo, e una generazione intera che fa le valigie. Nel mezzo, un ente di governo economico che si allontana verso Roma e una classe politica che troppo spesso sembra guardare da un’altra parte. Il rischio non è la povertà conclamata e visibile.
È qualcosa di più insidioso: una lenta erosione. Un territorio che si svuota di giovani, di reddito, di prospettiva, mentre le poche buone notizie — reali — rischiano di restare isole in un mare che si ritira. La domanda che resta sospesa è se la Ciociaria saprà agganciare quelle isole al continente della propria economia reale, trasformando gli investimenti-record in occupazione stabile e diffusa. O se, tra un dibattito sulle elezioni del 2027 e una polemica di partito, continuerà semplicemente a svuotarsi.
(4. Fine. Le precedenti parti sono state pubblicate il 13, il 16 ed il 21 agosto)