Lavoro povero, allarme nel terziario: quasi un dipendente su due guadagna meno di 15mila euro l’anno

Lo studio della Filcams Cgil fotografa una situazione preoccupante nel commercio, nei servizi e nel turismo

Quasi la metà dei lavoratori impiegati nel terziario percepisce un reddito insufficiente a garantire condizioni economiche adeguate. È il quadro che emerge dal nuovo report “Focus sul lavoro povero” realizzato dalla Filcams Cgil, che accende nuovamente i riflettori su uno dei comparti più importanti dell’economia italiana, ma anche tra i più esposti a precarietà e bassi salari.

Secondo l’analisi, il 47,5% degli occupati nel commercio, nei servizi e nel turismo rientra nella categoria dei cosiddetti “working poor”, ovvero lavoratori che, pur avendo un impiego, percepiscono una retribuzione annua inferiore alla soglia considerata minima per evitare condizioni di povertà salariale. Il limite individuato dallo studio è pari a 13.950 euro annui, cifra che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’arco dell’anno.

L’indagine ha preso in esame circa 6,3 milioni di lavoratori dipendenti e mette in evidenza profonde differenze territoriali. Nel Sud e nelle Isole il fenomeno assume dimensioni ancora più marcate: oltre il 60% degli occupati del terziario si trova infatti sotto la soglia individuata dalla ricerca.

Tra i comparti analizzati, quello che presenta la situazione più critica è il turismo. Qui oltre sette lavoratori su dieci risultano in condizioni di lavoro povero. L’incidenza raggiunge il 71,22% a livello nazionale e supera addirittura l’81% nelle regioni meridionali e insulari. A pesare sono soprattutto la stagionalità, la diffusione dei contratti di breve durata e le retribuzioni mediamente più basse rispetto ad altri settori.

Nel commercio il fenomeno interessa poco più del 31% degli occupati, ma anche in questo caso emergono forti disparità territoriali. Se nel Nord-Ovest la percentuale si attesta poco sopra il 22%, nel Mezzogiorno arriva a sfiorare il 49%.

Un altro elemento evidenziato dal rapporto riguarda il persistente divario retributivo tra uomini e donne. Nei servizi il lavoro povero coinvolge quasi il 58% delle lavoratrici contro il 42% degli uomini, con una differenza superiore ai 15 punti percentuali. Una forbice che riflette la maggiore presenza femminile nei settori caratterizzati da part-time involontario, appalti al ribasso e attività legate all’assistenza e alla cura.

Particolarmente rilevante, secondo la Filcams Cgil, è proprio il peso del part-time non scelto dai lavoratori. Una modalità contrattuale che, da soluzione temporanea, sarebbe diventata una componente strutturale del mercato del lavoro in molti comparti del terziario, contribuendo ad alimentare salari bassi e condizioni di instabilità economica.

«Siamo di fronte a una vera emergenza sociale», afferma il segretario generale della Filcams Cgil, Fabrizio Russo. «Quasi una persona su due nel terziario guadagna meno di 15mila euro l’anno. Non si tratta di una casualità ma del risultato di modelli organizzativi che continuano a comprimere il costo del lavoro e di una contrattazione che in molti casi necessita di essere rafforzata».

Per il sindacato il rinnovo dei contratti nazionali rappresenta il principale strumento per contrastare il fenomeno. Una sfida che tornerà al centro del confronto tra le parti sociali nei prossimi anni, con l’obiettivo dichiarato di migliorare salari, tutele e condizioni lavorative in un settore che occupa milioni di persone in tutta Italia

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