‘L’avvocato del diavolo’, l’anima al banco degli imputati: il paradiso perduto in giacca e cravatta

La recensione del film di Hackford: una moderna faustiana riflessione sulla tentazione, sulla libertà e sull'eterno conflitto tra bene e male

Vi sono opere cinematografiche che, al di là della loro cornice narrativa, si impongono come autentiche allegorie morali del nostro tempo. ‘L’avvocato del diavolo’ (1997) appartiene a questa ristretta élite di film che trascendono il genere, intrecciando il dramma giudiziario, il thriller psicologico e la parabola teologica in un discorso di rara densità filosofica. Taylor Hackford, con sorprendente equilibrio, orchestra un racconto che alterna il fascino patinato del successo contemporaneo alla discesa vertiginosa negli abissi della corruzione spirituale.

La trama come parabola morale

Al centro dell’opera vi è Kevin Lomax (Keanu Reeves), giovane avvocato di provincia, animato da un talento straordinario e da un’ambizione smisurata. Quando un prestigioso studio legale newyorkese, la “Milton, Chadwick & Waters”, lo richiama per difendere casi di dubbia moralità, la sua ascesa appare inarrestabile. Tuttavia, il carismatico capo dello studio, John Milton (Al Pacino), cela sotto il magnetismo e l’intelligenza un’identità demoniaca. Il film si trasforma così in una moderna Faustiana riflessione sulla tentazione, sulla libertà e sull’eterna dialettica tra bene e male.

L’interpretazione attoriale

Keanu Reeves offre una performance calibrata e sottile: la sua recitazione, apparentemente fredda, diviene metafora di un personaggio dominato dalla razionalità, incapace di intuire la portata spirituale delle proprie azioni. Al suo fianco, Charlize Theron – nella parte della moglie Mary Ann – incarna con dolorosa intensità la progressiva dissoluzione dell’anima, vittima sacrificale di un mondo in cui il successo esige la rinuncia alla purezza.

Ma è Al Pacino a dominare la scena con una magistrale interpretazione di John Milton, figura luciferina che fonde l’eloquenza di un oratore classico con la ferocia di un predatore morale. Il suo monologo finale – una delle sequenze più potenti della storia del cinema contemporaneo – è un inno alla superbia intellettuale, alla rivolta dell’uomo contro Dio: “Vanity, definitely my favorite sin”. La vanità, dunque, come motore di ogni dannazione moderna.

L’estetica visiva e il simbolismo

Hackford costruisce una New York apollinea e infernale insieme: grattacieli che si ergono come cattedrali sacrileghe, uffici che riflettono la luce artificiale del potere, appartamenti che si trasformano in prigioni dorate. La fotografia di Andrzej Bartkowiak alterna toni metallici e luci calde, creando un costante senso di ambiguità morale. Il montaggio, fluido ma carico di sottotesti, accompagna la discesa del protagonista con ritmo quasi liturgico.

Ogni dettaglio scenografico è portatore di significato simbolico: gli specchi, onnipresenti, diventano superfici dell’inganno e della rivelazione; l’architettura monumentale dello studio legale richiama la verticalità infernale della superbia; la figura di Milton – nome non casuale, in omaggio all’autore del Paradiso Perduto – incarna il Satana romantico, il ribelle che rifiuta di servire in cielo per regnare all’inferno.

Temi e dimensione filosofica

Il film affronta, con rigore quasi metafisico, il tema del libero arbitrio. È Kevin a scegliere, fino all’ultimo, la propria perdizione: il diavolo non impone, ma seduce; non costringe, ma offre possibilità. In questo senso, Hackford si colloca nella tradizione agostiniana e dantesca, reinterpretando il male non come forza autonoma ma come distorsione della libertà.

Altro tema cruciale è l’illusione del successo: il trionfo professionale si rivela come una maschera dell’ego, un culto della performance che consuma l’individuo dall’interno. L’avvocato del diavolo è, in fondo, una critica lucida alla società neoliberista degli anni ’90, dove l’etica è subordinata alla produttività e la morale cede il passo all’estetica del potere.

La musica e il tono apocalittico

La colonna sonora di James Newton Howard amplifica la tensione morale del film, fondendo orchestrazioni solenni e sonorità elettroniche in una partitura che richiama tanto la liturgia sacra quanto il linguaggio della tentazione. Le note, ora solenni ora inquietanti, accompagnano la progressiva epifania del male con una maestria quasi wagneriana.

Una moderna tragedia faustiana

L’avvocato del diavolo è, in definitiva, un dramma filosofico travestito da thriller legale. Un film che interroga lo spettatore su quanto sia disposto a cedere per ottenere il successo, e che mostra come la perdizione non derivi da un patto firmato col sangue, ma da una serie di piccole concessioni quotidiane alla vanità.

Taylor Hackford costruisce un’opera magnetica, colta e disturbante, in cui ogni parola, ogni sguardo, ogni inquadratura riflette una domanda antica quanto l’uomo stesso: fino a che punto siamo liberi, e quando la libertà si tramuta in condanna?

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Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli
Cristina Lucarelli, giornalista pubblicista, specializzata in sport ma con una passione anche per musica, cinema, teatro ed arti. Ha collaborato per diversi anni con il quotidiano Ciociaria Oggi, sia per l'edizione cartacea che per il web nonché con il magazine di arti sceniche www.scenecontemporanee.it. Ha lavorato anche come speaker prima per Nuova Rete e poi per Radio Day e come presentatrice di eventi. Ha altresì curato gli uffici stampa della Argos Volley in serie A1 e A2 e del Sora Calcio.

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