Una decisione che desta particolare sgomento e riapre una ferita dolorosa per una famiglia di Fontechiari. La commissione medico-legale dell’INPS di Cassino, in sede di revisione, ha negato il rinnovo dell’indennità di accompagnamento a un bambino di 10 anni affetto da disturbo dello spettro autistico.
Una valutazione che appare in netto contrasto con la natura stessa della condizione: dal disturbo dello spettro autistico, infatti, non si guarisce, trattandosi di una condizione del neurosviluppo permanente che accompagna l’individuo per tutta la vita.
Le motivazioni del verbale e le carenze della commissione
Nel verbale redatto dalla Commissione di Cassino si legge che “il bambino risponde in modo congruo”… a quesiti elementari quali “come ti chiami” e “quanti anni hai”. Tuttavia, il fatto che oggi il bambino sia in grado di pronunciare il proprio nome e di fornire risposte basilari, come per tutti gli altri progressi, è il frutto di anni di terapie estenuanti, per la maggior parte sostenute privatamente. Un percorso complesso che ha richiesto un impegno immenso, non solo economico, da parte dell’intera famiglia.
A sollevare forti dubbi sulla legittimità della decisione è anche la composizione della stessa commissione valutatrice. Tra i medici generici presenti non figurava infatti uno specialista in neuropsichiatria infantile, figura espressamente prevista dalle linee guida e dal Decreto Legislativo n. 62 del 3 maggio 2024. Senza competenze specialistiche, la commissione non avrebbe considerato il quadro clinico nella sua globalità, scambiando i progressi ottenuti con le terapie per una presunta “guarigione” o un ridimensionamento della disabilità.
Un sussidio inadeguato e un “amaro” precedente
Al posto dell’indennità di accompagnamento, all’alunno è stata riconosciuta la sola indennità di frequenza: una misura del tutto insufficiente a coprire i reali bisogni del bambino e che i genitori percepiscono come un’offesa e un’umiliazione. “Ci sentiamo costretti a elemosinare ciò che per nostro figlio è un diritto e una tutela fondamentale”, sfoga la madre.
Non si tratta purtroppo del primo episodio per la famiglia. L’INPS risulta “recidiva”: già nel 2023 l’istituto aveva negato il rinnovo del beneficio. In quell’occasione, la famiglia aveva presentato ricorso esibendo tutta la documentazione sanitaria, poi convalidata dal giudice che aveva confermato il diritto all’indennità di accompagnamento.
Verso un nuovo ricorso in autotutela
A distanza di poco tempo, la storia si ripete. La famiglia di Fontechiari si sta ora preparando ad affrontare un secondo ricorso in autotutela per far valere i diritti del figlio. Questa volta, però, con il peso di un profondo senso di sconforto, amarezza e demoralizzazione di fronte a un sistema burocratico che sembra ignorare le reali necessità dei soggetti più fragili. *Foto di repertorio