Nella giornata di ieri, la Corte d’Appello di Roma ha riformulato la pena a carico di un 48enne di Sora, rappresentato dall’avv. Antonio Carugno. Il soggetto in questione, a gennaio dell’anno scorso, era stato arrestato in flagranza di reato dopo aver gettato una pallina da tennis farcita di cocaina dentro il carcere di Cassino.
Nello specifico, l’uomo si era fatto accompagnare su via Caira, una delle stradine adiacenti alle mura perimetrali dell’istituto penitenziario, e, dopo essersi accertato che la sentinella si fosse allontanata, aveva lanciato la pallina, avvolta da nastro adesivo e contenente oltre 10 grammi di cocaina, corrispondenti a 47 dosi medie singole, all’interno della Casa Circondariale di Cassino, evidentemente per farla recapitare a uno dei detenuti. Il 48enne sorano era stato notato da alcuni agenti in servizio di osservazione, controllo e pedinamento, inseguito e bloccato nei pressi della rampa di accesso alla Superstrada Cassino-Sora. Nel contempo, la Penitenziaria ritrovava la pallina nei pressi del campo da calcio del carcere.
Le indagini espletate dai Carabinieri del NOR della Compagnia di Cassino, con il contributo del personale della Polizia Penitenziaria, avevano dimostrato il reato, con l’aggravante, in tal caso, dello spaccio in prossimità di un carcere. Il PM, in primo grado, aveva chiesto 6 anni di carcere; l’imputato era stato condannato a 4 anni e 6 mesi e a 20mila euro di sanzione.
Dinanzi ai giudici della Corte d’Appello di Roma, il suo avvocato, Antonio Carugno, ha evidenziato «un gravissimo errore metodologico da parte del Tribunale di Cassino» e fatto leva sulla «legittima applicazione della recidiva reiterata», per cui la sentenza di primo grado è stata riformulata: la condanna a 4 anni e 6 mesi con 20mila euro di sanzione è stata ridotta a 2 anni e 4 mesi con 2mila euro di multa, derubricata per «spaccio in ipotesi lieve».
Grazie a una profonda conoscenza delle regole procedurali, dei tecnicismi e delle “scappatoie” normative, di fatto, un bravo avvocato non raggira il sistema giudiziario ma ne sfrutta la complessità e le lacune a proprio vantaggio, o meglio a vantaggio del cliente.
Un bravo avvocato, quindi, applica le sue strategie sfruttando i termini di prescrizione, i vizi di forma, gli errori nella compilazione degli atti, individuando le “zone grigie” della legge o le imprecisioni delle procedure o del procedimento, per presentare un’interpretazione della norma che favorisca il proprio cliente e ribaltare l’esito di un processo.
Risulta un fastidioso dato di fatto incontrovertibile, però, che l’operato investigativo di Polizia, Carabinieri e delle altre forze dell’ordine sia spesso vanificato proprio nei tribunali, facendo sì che venga meno la percezione del cittadino in materia di tutela, sicurezza, prevenzione e repressione dei reati: sindacati e rappresentanti delle forze dell’ordine tuonano in tal senso, trovando anche l’appoggio dei rappresentanti del governo. A inizio anno la premier Giorgia Meloni, in un attacco alle toghe, dichiarava: «Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura», richiamando l’impegno dei giudici a rispettare, per l’appunto, il lavoro di tutte le forze dell’ordine.