Pandemia energetica per le PMI, Federlazio lancia un appello al Governo

Le piccole e medie imprese sono in crisi da tempo, il 5% è a rischio chiusura ma tutte sono in difficoltà. Polito si rivolge ai parlamentari

Oltre sette imprese su dieci hanno visto crescere in maniera drammatica i costi per la fornitura dell’energia elettrica, cinque su dieci quelli del gas. Questo quanto emerge da un’indagine di Federlazio che sta monitorando costantemente gli effetti dell’impennata dei prezzi,  in considerazione della situazione di forte difficoltà delle aziende. L’associazione di categoria ha, infatti, ritenuto opportuno scattare una fotografia della situazione  su un campione rappresentativo di 200 aziende.

Nel commentare i dati emersi dall’indagine il Presidente Federlazio Frosinone Nino Polito ha espresso le seguenti considerazioni: “Il sistema imprenditoriale del nostro territorio mostra una grande capacità di superare le emergenze e i fenomeni critici, ma il perdurare di queste circostanze sta mettendo in serio pericolo le aziende. Gli imprenditori si trovano nella condizione di subire gli effetti negativi di fenomeni non prevedibili e in rapida successione, che non dipendono direttamente dal loro impegno e dalla loro capacità imprenditoriale. A tal proposito nonostante gli sforzi messi in campo da molte imprese in questi anni sull’ aspetto dell’efficienza energetica, l’incremento dei costi risulta molto più elevato rispetto ai risultati raggiunti. Tali fenomeni colpiscono le imprese a seconda del valore energivoro di ciascuna produzione, e per effetto di queste dinamiche si minaccia la loro sopravvivenza dal momento in cui il loro margine operativo lordo potrebbe passare da positivo a negativo. Senza interventi immediati e incisivi da parte delle istituzioni europee, nazionali e dei sistemi regolatori dei mercati per contenere gli effetti dell’estrema volatilità dei prezzi delle materie prime e dell’energia sui mercati globali, molte imprese rischiano di registrare una battuta d’arresto nel percorso di rilancio e innovazione che si era messo in moto con l’uscita dalla fase critica delle pandemie. I primi effetti di tutto ciò si stanno già purtroppo verificando e sono anche recentemente certificati dall’Istat che registra una variazione positiva dello 0,5% del PIL grazie ai servizi, il turismo che, fortunatamente sta registrando dati sempre più positivi, mentre il primario, la manifattura e l’agricoltura, accusa un calo. L’auspicio è che il nuovo Governo intervenga immediatamente”.

In particolare è emerso che il 38% ha registrato un incremento superiore al 50% delle bollette per l’energia elettrica e al 25% per la fornitura del gas; il 33% tra il 20% e il 50% per l’energia e il 26% per il gas; il 17% meno del 20% per l’energia e il 13% per il gas; il 12%, per l’energia e il 36% per il gas, pur avendo accusato aumenti significativi, non è ancora in grado di valutarne la misura, a causa della difficoltà di lettura comparata delle fatture di quest’anno con quelle dello stesso periodo del 2021.

Rilevati anche gli effetti che sta producendo questo abnorme aumento dei costi nelle imprese: il 9% si trova in una condizione di forte sofferenza economica;  il 47%, dichiara che, pur registrando impatti negativi, la propria attività aziendale non è stata compromessa; Il 16% registra una situazione abbastanza grave, con un consistente calo dei margini aziendali; il 27% opera in settori che non comportano un utilizzo significativo di energia e gas e, pertanto, ha subito effetti marginali.

Le categorie che hanno subito gli impatti più pesanti sono: la ceramica con il 55% delle imprese che registrano una situazione di forte difficoltà che sta mettendo a rischio la continuità aziendale e con il rimanente 45% che dichiara impatti significativi che stanno riducendo al minimo i margini di guadagno; le attività della logistica con il 54% delle imprese con significativi impatti sui ricavi e un restante 46% che pur avendo registrato incrementi dei costi per l’energia superiori al 20%, si mantengono ancora in equilibrio; il metalmeccanico e la lavorazione dei metalli con il 20% che si trova in forte difficoltà e considera a rischio la continuità aziendale; con il 40% che registra una significativa riduzione dei margini; con il 30% che si mantiene in equilibrio e con il 10% che non riesce a valutare completamente gli effetti dell’incremento dei costi energetici;  la ristorazione con il 53% delle aziende che lavorando su buoni livelli, si trovano in difficoltà per la riduzione dei margini, con il 27% che ancora si considerano in equilibrio economico e il restante 20% che è riuscito in parte a compensare gli incrementi dei prezzi dell’energia aumentando il costo dei servizi offerti;  il commercio al dettaglio e all’ingrosso con il 15% che ha subito gravi conseguenze; con il 50% che soffre di significative riduzioni dei margini e, tra queste, buona parte dei piccoli esercizi sta valutando di ridurre orari e giorni di apertura; con il 20% che non accusa forti conseguenze; con il 15% che non sa quantificare l’impatto sulla propria attività.

Nella valutazione delle prospettive a breve e medio termine emerge che: il 5% delle aziende rischia concretamente di sospendere o chiudere le proprie attività produttive; il 18% ritiene di poter reggere ancora alcuni mesi, ma senza una significativa riduzione dei costi energetici non è sicuro di poter garantire la continuità aziendale; il 10% prevede una riduzione delle attività e la necessità di ricorrere alla Cassa integrazione Guadagni;  il 45% si sente ancora in grado di mantenere gli attuali livelli produttivi, ma dovrà comunque far fronte a una significativa riduzione dei margini; il 22%, appartenente nella quasi totalità al settore dei servizi non commerciali, ritiene che i costi energetici non incideranno in maniera significativa su ricavi e margini di guadagno.

Nel complesso, nonostante la notevole capacità di resistenza delle PMI, il 2023 rischia di nuovo di essere un anno in cui il margine di guadagno si ridurrà ulteriormente.

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