Il conto alla rovescia è iniziato e il clima si fa sempre più acceso. Il referendum costituzionale sulla giustizia divide politica e operatori del diritto, mettendo al centro un tema delicato: la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Una riforma che, secondo i sostenitori, renderebbe il sistema più equilibrato, ma che per altri rischia di cambiare profondamente l’assetto della giustizia italiana.
Tra le voci del fronte del No c’è Carlo Fucci, procuratore capo presso il Tribunale di Cassino, con oltre trent’anni di esperienza tra indagini su criminalità organizzata, corruzione e reati contro la pubblica amministrazione. Lo abbiamo intervistato a margine del convegno organizzato dall’Unms (Unione Nazionale Mutilati per Servizio) sezione di Cassino e che ha visto la partecipazione del magistrato Alfredo Mattei e l’avvocato Pasquale Di Gabriele per il ‘No’ e gli avvocati Giuseppe Di Mascio e Gianluca Giannichedda per il ‘Si’.

Procuratore Fucci, perché ha scelto di schierarsi contro la riforma?
«Per una ragione molto chiara: questa riforma interviene sull’equilibrio dei poteri dello Stato. E quando si tocca un equilibrio così delicato bisogna essere estremamente cauti. A mio avviso, invece di rafforzare il sistema, si rischia di indebolirlo».
In che modo, secondo lei, verrebbe indebolito?
«Gli interventi previsti sono diversi: due Consigli superiori della magistratura separati, il sorteggio per la loro composizione, un’Alta Corte disciplinare e la separazione delle carriere. Presi insieme, questi elementi rischiano di frammentare il potere giudiziario, rendendolo meno compatto e quindi meno forte».
Uno dei punti centrali del dibattito è la terzietà del giudice. La riforma la garantirebbe di più? «No, perché è già garantita. La nostra Costituzione e le norme processuali assicurano che il giudice sia imparziale. Non c’è bisogno di una riforma di questo tipo per ottenere un risultato che, di fatto, esiste già».
E sulla parità tra accusa e difesa?
«Anche questa è già una realtà, ma va capita nel modo giusto. Il pubblico ministero ha il dovere di chiedere l’assoluzione se le prove non reggono, mentre il difensore fa sempre l’interesse del proprio assistito. Sono ruoli diversi, ma in equilibrio tra loro».
I sostenitori del Sì richiamano spesso il modello accusatorio. È un riferimento corretto? «Non del tutto. In Italia non abbiamo un sistema accusatorio puro. Ci sono caratteristiche specifiche, come l’obbligatorietà dell’azione penale, le sentenze motivate e i diversi gradi di giudizio. Inoltre, l’articolo 111 della Costituzione garantisce già contraddittorio e parità tra le parti».
Tra i punti più discussi c’è anche l’Alta Corte disciplinare. Quali sono le sue perplessità? «Non è chiaro come funzionerà. Non sappiamo quale sarà il bilanciamento tra membri laici e togati, né come verranno prese le decisioni. Inoltre, queste non sarebbero impugnabili in Cassazione. È un cambiamento importante, ma con molte incognite».
E il sorteggio per il Csm? «Anche qui ho forti dubbi. I costituenti avevano previsto un sistema elettivo per garantire la rappresentanza delle diverse sensibilità della magistratura. Il sorteggio elimina questa rappresentanza in un organo fondamentale, che decide su nomine e organizzazione della giustizia».
Secondo lei, questa riforma affronta i problemi reali della giustizia?
«No. I problemi della giustizia italiana sono altri: tempi lunghi, carenze di organico, risorse insufficienti. Questa riforma non interviene su questi aspetti».
Un ultimo messaggio ai cittadini che andranno a votare?
«È una materia complessa, ma riguarda tutti. L’indipendenza della magistratura è una garanzia per i diritti dei cittadini. Qui non si tratta solo di una riforma tecnica: si confrontano due visioni diverse della giustizia e del rapporto tra poteri dello Stato».