Sora – “Immigrati molestano una ragazzina”, l’allarme corre sui social ma le indagini smentiscono tutto

Dopo le verifiche dei carabinieri nessun riscontro. Una vicenda che impone una riflessione sul peso delle fake news e sull’allarme sociale

Per quasi una settimana Sora ha vissuto con la paura. Genitori preoccupati, adolescenti invitati a non uscire da soli, centinaia di commenti sui social, accuse, rabbia e perfino chi si diceva pronto a “farsi giustizia da solo” nei confronti di un gruppo di giovani stranieri indicati come responsabili di presunte molestie ai danni di una ragazza di 14 anni. Una vicenda esplosa domenica dopo la diffusione sui social di un post che raccontava di come un gruppo di immigrati avesse tentato di palpeggiare la minorenne la sera precedente, costringendola alla fuga.

Una “notizia” che ha fatto rapidamente il giro della città, rilanciata come un fatto certo, senza alcuna verifica e senza che, nel frattempo, fosse stata presentata una denuncia. La nostra Redazione ha scelto di non pubblicare quella notizia. Non per minimizzare un episodio che, se fosse stato reale, sarebbe stato gravissimo. Non per buonismo. Non per ideologia. Semplicemente perché il giornalismo impone una regola fondamentale: verificare i fatti.

Nel frattempo anche i Carabinieri della Compagnia di Sora hanno avviato gli accertamenti. Sono state ascoltate le persone informate sui fatti, sono stati acquisiti e visionati i filmati della videosorveglianza comunale presenti nell’area in cui l’episodio sarebbe avvenuto e sono stati raccolti tutti gli elementi disponibili. L’esito delle verifiche è chiaro: allo stato degli accertamenti, ad oggi, non sono emersi elementi che consentano di confermare la presunta molestia. In altre parole, non esistono riscontri che attestino quanto raccontato sui social neppure dai diretti interessati. È una precisazione doverosa. Per rispetto della verità, innanzitutto. Per rispetto della minore coinvolta, che, precisiamo, non è stata l’autrice del racconto diffuso online. E anche per rispetto delle persone finite al centro di accuse gravissime senza che vi fossero elementi oggettivi a sostenerle. Bianchi, neri o gialli che siano non fa differenza. La caccia al “mostro”, quando poi il mostro non c’è, se getta nella paura un’intera comunità, rischia di trasformarsi in un reato: il procurato allarme.

Una riflessione che va ben oltre il singolo episodio

Le molestie sessuali sono tra i reati più odiosi che possano essere commessi. Ancor più se coinvolgono minori. E quando una vittima denuncia, merita ascolto, tutela e giustizia. Sempre. Indipendentemente dal colore della pelle, dalla nazionalità o dall’origine di chi viene indicato come responsabile. Ma proprio perché si tratta di accuse gravissime, non possono essere trasformate in slogan da social network o in strumenti per alimentare rabbia e contrapposizioni.

In poche ore una storia non verificata ha generato un enorme allarme sociale. C’è chi ha invitato a organizzare ronde, chi ha parlato di caccia agli stranieri, chi ha individuato dei colpevoli senza conoscere i fatti. E c’è stato perfino chi ha accusato di omertà gli organi di informazione che avevano deciso di attendere gli accertamenti prima di pubblicare.

Ma il compito del giornalismo non è inseguire i social. È verificare. Pubblicare senza riscontri una notizia che coinvolge una minorenne e attribuisce un reato così grave a persone ben individuabili non significa fare informazione. Significa correre il rischio di alimentare paura, tensione e divisioni. Oggi le verifiche svolte restituiscono una realtà diversa da quella raccontata in rete. È giusto dirlo con la stessa forza con cui quella voce si era diffusa. Perché la sicurezza è un tema serio. Le violenze sessuali sono un tema serissimo. L’immigrazione è un tema che merita un confronto basato sui fatti e non sulle emozioni.

La verità non può dipendere dal numero di condivisioni di un post. Ad oggi nessuno ha denunciato, le telecamere non hanno fornito riscontro. Per chi ha svolto – e bene – le indagini non risultano casi di molestie. La verità sbandierata sui social non era verità. E quando si parla della vita delle persone, della reputazione di qualcuno e della serenità di un’intera comunità, un “si dice” non basta. Non è mai bastato. Ed è proprio in momenti come questi che si comprende la differenza tra chi ha l’onere di informare e chi si prende l’onore di alimentare il rumore. I primi tutelano la collettività. I secondi rischiano soltanto di dividerla.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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