Stellantis Cassino, partono i licenziamenti Logitec e Tecnoservice. Trasnova inizia da Pomigliano

Licenziamenti collettivi per 138 lavoratori: verso la scomparsa definitiva dell'indotto auto che ha resistito fino ad oggi nonostante tutto

È arrivata nelle prime ore del pomeriggio di ieri la notizia che Logitec e Tecnoservice – due aziende dell’indotto Stellantis rimaste senza commesse da parte della multinazionale francese – hanno avviato la procedura di licenziamenti, per un totale di 138 lavoratori (90 della prima azienda e 48 della seconda). “Temiamo che lo stesso possa fare Trasnova – avvertono in una nota a firma congiunta Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm-Uil, Fismic, Ugl Metalmeccanici e Aqcfr -. Si tratta di una decisione grave, assunta in una fase estremamente delicata, che rischia di compromettere ulteriormente la vertenza seguita dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Chiediamo alle aziende di ritirare la procedura di licenziamento e di attendere l’incontro che dovrà essere convocato a breve dal MIMIT, al fine di affrontare la situazione in sede istituzionale e ricercare soluzioni condivise”.

Dopo 5 anni di smantellamenti francesi, crollo pesante dell’indotto

“Tutti i soggetti istituzionali e privati coinvolti da questa vertenza devono avere un atteggiamento e un conseguente comportamento responsabile e collaborativo al fine di trovare la soluzione che salvaguardi l’occupazione”, è l’appello conclusivo delle sigle sindacali. Peraltro Trasnova ha avviato la procedura di licenziamento collettivo che, per coloro che sono impegnati presso lo stabilimento Stellantis di Pomigliano, riguarda 53 lavoratori. Probabile che purtroppo la stessa cosa avverrà a stretto giro per Piedimonte. Il crollo dell’indotto Stellantis è solo l’effetto più drammatico dello smantellamento che i francesi stanno portando avanti contro l’automotive italiana dal 2021, sin dalla cosiddetta fusione di Fca col gruppo Peugeot che si è rivelata una vera e propria acquisizione predatoria da parte della società parigina (che peraltro era molto più piccola di quella torinese).

La predazione di tecnologie, organizzazione e di un intero reparto

Cassino e il Lazio meridionale sono una delle aree più colpite dalla politica di tagli e penalizzazioni con appropriazione di tecnologie, abolizione di procedure di manifattura all’avanguardia e sottrazione di interi reparti (eloquente la nuova Verniciatura voluta da Marchionne trasferita in blocco all’estero, la soppressione del sistema Wcm di lavorazione, l’annullamento di procedure di controllo qualità, la riduzione delle pulizie industriali e così via). La conseguenza inevitabile è che lo stabilimento pedemontano è quello che ha registrato le performance peggiori in termini di produzione e di ricorso ad ammortizzatori sociali di tutte le unità produttive italiane del gruppo transalpino. Senza contare il dimezzamento dei dipendenti diretti, invitati ad andar via con la politica degli incentivi all’esodo o delle trasferte impossibili.

L’atteggiamento del governo e l’irresponsabilità sociale verso i lavoratori

Incredibile che di fronte a questo il governo ed il ministro Urso sostengano che il piano Italia Stellantis – presentato nel dicembre 2024 – starebbe funzionando. Proprio mentre a Termoli 1700 lavoratori rischiano il posto dopo l’annullamento della prevista Gigafactory, a Melfi in 4600 sono in cassa integrazione fino a giugno mentre in tenda da 100 giorni resistono nella trincea di un presidio disperato i lavoratori dell’indotto di maggior rilievo occupazionale: Pmc e Tiberina. Di Trasnova, Logitec e Tecnoservice s’è parlato lo scorso anno in tempo utile per trovare la sluzione promessa dal governo e in particolare dal Mimit. Ma alle promesse non sono seguiti i fatti mentre la multinazionale è ovviamente ben lontana dal far trasparire una qualche forma di responsabilità sociale.

L’inerzia delle istituzioni pagata da operai, famiglie e giovani

Il tempo è così trascorso inutilmente e la scorsa settimana le tre aziende dell’indotto avevano scritto a Stellantis ed al Mimit per spiegare che, senza soluzioni concrete col riaffidamento delle commesse relative alla movimentazione delle vetture, sarebbero scattati i licenziamenti collettivi. Quella lettera di più di cinque giorni fa è evidentemente rimasta senza risposta e la conclusione è quella più dura di queste ore, pagata da lavoratori e famiglie. Sull’altare della svendita del settore automotive italiano ad un operatore estero interessato solo a togliere di mezzo i marchi concorrenti tricolori, con l’aggravio del disinteresse e dell’incompetenza delle politica e delle istituzioni a tutti i livelli. Inqualificabile l’atteggiamento del ministro Urso e del Mimit ma – a scendere – stucchevole l’inerzia dei territori. Perché se non si salva l’auto, l’Italia perde la prima manifattura ed aree come quella del Cassinate e del Sud Lazio si desertificano, lasciando ai giovani l’unica via di scampo possibile: fare le valigie.

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Stefano Di Scanno
Stefano Di Scanno
Giornalista Professionista

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