Valle del Sacco, il coordinamento di comitati e associazioni: “Lo studio Arpa dà un quadro parziale”

"L'area del Sin non ha bisogno di altre dichiarazioni rassicuranti. Ha bisogno che gli impegni già assunti vengano finalmente onorati"

“Lo studio appena pubblicato da ARPA Lazio sulla presenza di metalli e metalloidi nei suoli interni ed esterni al SIN “Bacino del fiume Sacco” sta circolando in questi giorni come se fosse una rivelazione. Non lo è ed è necessario fare chiarezza”. Lo sostengono in una nota a firma congiunta il Comitato No Biodigestore a Frosinone – Valle del Sacco, il Comitato residenti Colleferro, i Cittadini della Valle del Sacco Sgurgola – Anagni, il gruppo LabrioLab, il blog Frosinone Bella e Brutta riuniti in Coordinamento. “È vero che certi metalli e metalloidi, come arsenico, berillio, cobalto, tallio e vanadio, possono avere origine geogenica, cioè naturale, legata all’assetto geologico del territorio”.

“Il fenomeno è noto e documentato – avvertono i comitati -: basti pensare all’arsenico di origine vulcanica nei Castelli Romani, che contamina le falde per via endogena, indipendentemente da qualsiasi attività industriale. Dunque affermare che i valori di questi metalli siano comparabili dentro e fuori il perimetro del SIN non è in sé una bugia. È però una verità selezionata, e quindi fuorviante, perché risponde ad una domanda che non è quella giusta. Lo studio ARPA si è concentrato esclusivamente sui metalli e metalloidi, cercando valori di fondo naturale. È un obiettivo legittimo, utile ai fini amministrativi per semplificare certi procedimenti di bonifica”.

Cinque realtà associative contro la riperimetrazione del Sin

“Ma – sostengono le 5 realtà associative – non è la fotografia dell’inquinamento del SIN. Uno studio che confronta la presenza di cobalto dentro e fuori il perimetro e conclude che non ci sono differenze sostanziali non dice nulla sulla presenza di beta-HCH, di solventi clorurati, di IPA o delle altre sostanze che caratterizzano la contaminazione industriale storica di questa Valle. Il SIN Valle del Sacco è stato istituito a seguito di una crisi sanitaria e ambientale che aveva al centro tutt’altro: gli organoclorurati persistenti, e in particolare il beta-esaclorocicloesano (beta-HCH), sottoprodotto della lavorazione del lindano, prodotto per decenni nell’area di Colleferro dalla BPD/Caffaro”.

“Nel 2005 – si ricorda nel documento degli ambientalisti – vennero rilevati livelli di beta-HCH nel latte crudo di aziende bovine locali fino a 20 volte superiori ai limiti di legge. Successive campagne di biomonitoraggio umano documentarono la contaminazione in oltre il 50% dei residenti campionati. La IARC ha classificato il lindano come cancerogeno per l’uomo (gruppo 1), con evidenza sufficiente per il linfoma non-Hodgkin. E il beta-HCH non è nemmeno l’unico problema. Il punto cruciale è la pluritropicità degli inquinanti della Valle del Sacco. Non si tratta di un singolo agente, come a Seveso con la diossina o a Casale Monferrato con l’amianto. Qui convivono organoclorurati persistenti (HCH, DDT e relativi metaboliti), metalli pesanti di origine industriale, amianto, fitofarmaci e inquinanti atmosferici da traffico e impianti”.

“E’ la stratificazione a rendere l’area un caso ambientale fuori scala”

“Ogni matrice ambientale, suolo, acque superficiali, acque sotterranee, aria, porta tracce di contaminazioni diverse e sovrapposte, accumulate in tempi diversi, da fonti diverse. È questa stratificazione, non la singola sostanza, a rendere la Valle del Sacco un caso ambientale fuori scala rispetto ai modelli più noti di disastro industriale italiano – sostengono le realtà associative -. Una contaminazione così complessa non può essere ridotta alla sola misurazione dei metalli nel suolo, come se bastasse quel dato a fotografare l’intero fenomeno”. Nel 2019 Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente hanno sottoscritto un Accordo di Programma, che ha definito un cronoprogramma di 11 interventi urgenti nel SIN, riguardanti la bonifica delle aree contaminate, la messa in sicurezza dei siti industriali dismessi e il monitoraggio delle acque.

Per questo i comitati ora chiedono: “Quel cronoprogramma è stato attuato? In quale percentuale? Con quali risultati verificabili? Domande a cui dovrebbe rispondere la Regione, individuata quale Responsabile unico dell’attuazione (RUA). Lo stesso Accordo, all’art. 7, attribuisce al Comitato di indirizzo e controllo il compito di ‘presiedere e coordinare l’intero processo di attuazione di tutti gli interventi previsti’. Prevede, inoltre che per assicurare la massima partecipazione delle amministrazioni locali e degli stakeholder, il Comitato convochi un’apposita seduta per comunicare gli esiti delle valutazioni effettuate”.

“Il senso dell’incontro a Frosinone fuori dalla sede istituzionale”

“La convocazione di un incontro separato a Frosinone, al di fuori di questa sede istituzionale, costituisce un grave atto politico e un evidente vulnus istituzionale: esautora il Comitato dalle funzioni che gli sono attribuite, ne svilisce il ruolo e riduce gli spazi di partecipazione del territorio – tirano le somme Comitato No Biodigestore a Frosinone – Valle del Sacco, Comitato residenti Colleferro, Cittadini della Valle del Sacco Sgurgola – Anagni, gruppo LabrioLab e Blog Frosinone Bella e Brutta -. Le analisi richieste dalla Regione e condotte da ARPA, con il contributo dei vari enti coinvolti, sulla determinazione dei valori di fondo naturale di metalli e metalloidi nei suoli vengono oggi richiamate a sostegno dell’ipotesi di riperimetrazione del SIN, che interessa circa 72 km² di territorio, con la prospettiva di sottrarre alcune di quelle aree alle tutele previste”.

“Il dibattito sulla riperimetrazione del SIN – agitato ciclicamente sia dal centrodestra che dal centrosinistra come leva politica – non può ridursi a questa sola evidenza, né attribuirle un valore determinante in assenza di una valutazione complessiva della contaminazione della Valle del Sacco. Una decisione di tale portata non può fondarsi su un quadro conoscitivo parziale, né essere assunta senza il pieno coinvolgimento delle comunità che da oltre vent’anni pagano il prezzo della contaminazione: la malattia, in molti casi la morte, e la distruzione di una parte significativa dell’economia agricola e degli allevamenti della Valle del Sacco. Temiamo la Regione anche quando porta doni. La Valle del Sacco non ha bisogno di altre dichiarazioni rassicuranti. Ha bisogno che gli impegni già assunti vengano finalmente onorati”, conclude il coordinamento dei comitati e associazioni.

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