Verso l’apertura della nuova REMS di Ceccano, tra sconfitte passate e sguardo al futuro

La nuova REMS aprirà presto. Quaranta posti, la struttura più grande del Centro Italia nel suo genere, ma ci sono ancora ostacoli

Una struttura imponente guarda in silenzio il cuore di Ceccano. Si trova a pochi passi dal Liceo, cuore pulsante di future menti e coscienze attive, e si chiama REMS: Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. È pronta ad aprire, nella sua versione definitiva, entro questa estate. Eppure se ne parla poco, quasi mai nel modo giusto. E quando lo si chiede in giro, talvolta qualcuno ancora dice che “lì, ci vadano i pazzi”.

Eppure, l’argomento richiede cura e attenzione, lentezza e tempo, tempo di imparare a conoscere queste realtà, innanzitutto basandosi su fonti istituzionali e dati certi. Le REMS sono strutture sanitarie che accolgono persone con disturbi mentali autrici di reato, alle quali l’autorità giudiziaria ha applicato una misura di sicurezza detentiva.

Sostitute dei vecchi manicomi e poi degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, vennero ‘inaugurate’ con la Legge 81 del 2014, nata dalla denuncia di migliaia di situazioni disumane in cui versavano gli internati. La gestione è di esclusiva competenza sanitaria, non penitenziaria. I principi che le guidano sono ambiziosi, forse utopici: progetti terapeutico-riabilitativi individualizzati, apertura al territorio, natura transitoria della permanenza. Tutto è volto più alla cura che alla pena.

Ma chi abita davvero queste strutture? Non i mostri che l’immaginario collettivo tende a collocarvi. Le stanze sono abitate da uomini e donne con un bagaglio socio-culturale complesso, doloroso, frammentato: giovani con storie di dipendenza da sostanze, persone straniere intrappolate da tempo nelle reti della marginalità, individui cresciuti in contesti in cui il disagio mentale non ha mai trovato ascolto prima che diventasse emergenza. Presso l’attuale REMS di Ceccano (che verrà sostituita dalla nuova), stando alle ultime rilevazioni del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà per la Regione Lazio, Stefano Anastasìa, dodici uomini sono attualmente ospiti della struttura provvisoria di via Marano. Otto di loro sono stranieri, molti arrivati senza documenti.

La visita del Garante, effettuata il 29 aprile 2026, restituisce un quadro articolato. Da un lato alcune attività riabilitative esistono e funzionano: alcuni pazienti frequentano un maneggio nelle vicinanze, la scuola occupa gran parte della giornata; dall’altro, il campo di calcetto è inutilizzabile per l’erba alta, le aree verdi sono abbandonate, il personale specializzato è carente.

È qui che si fa sentire la voce del sindaco Andrea Querqui, con cui abbiamo parlato in occasione dell’annuncio dell’apertura. Ciò che ha più colpito del colloquio con lui è stata una franchezza insolita per un amministratore pubblico: “La REMS è stata una risposta immediata a un’emergenza che sicuramente poteva essere risolta diversamente, con più tempo e largo anticipo. Qui c’è la sconfitta dello Stato, il non aver saputo supportare le persone prima che insorgesse la necessità di costruire le REMS“.

Le prospettive

Una sconfitta collettiva che si specchia in una crisi della salute mentale sempre più diffusa sul territorio, in servizi sociali al collasso, in una sanità pubblica che fatica a rispondere dove non c’è margine di guadagno. Il sindaco ha dichiarato di voler affrontare queste criticità anche con il Prefetto, cercando strumenti per gestire situazioni di crisi che oggi ricadono troppo spesso sulle spalle di chi ha poche risorse e molta responsabilità.

Il messaggio finale che lancia è semplice, disarmante: “Di base c’è bisogno di ascolto e di sentire vicino lo Stato”.

La nuova REMS aprirà presto. Quaranta posti, la struttura più grande del Centro Italia nel suo genere. Eppure, per chi ha avuto modo di respirare l’aria di queste strutture, così chiuse anche all’informazione, è chiaro che ci sia poco da festeggiare. Non stiamo parlando di un parco giochi, né tantomeno dovremmo assistere a nuove strutture isolanti e demonizzate. Ciò che è necessario, oggi più che mai, è un dialogo costante tra chi vive dentro queste strutture e il mondo esterno, non del tutto consapevole. Ce lo dobbiamo come comunità e come collettività. E soprattutto ce lo dobbiamo come esseri umani. (…Continua)

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Lucia Cicciarelli
Lucia Cicciarelli
Nasco mediatrice interculturale, cresciuta tra i margini del mondo e le storie che li abitano. Durante la mia tesi magistrale "Il giornalismo racconta il carcere: nuove strade per un'informazione inclusiva e consapevole" ho capito che il racconto può essere uno strumento di giustizia, o di danno: dipende da chi lo impugna e come. Il teatro mi ha insegnato che il dolore degli altri risuona dentro di noi, se gli lasciamo spazio. La mediazione interculturale mi ha insegnato che esistono mondi invisibili a pochi centimetri dai nostri occhi. L'educativa di strada mi ha insegnato che la realtà, per quanto difficile da guardare, non perde mai la sua bellezza, se la si racconta con onestà. Oggi sono una professionista che lavora in progetti sociali, docente di mediazione interculturale e mediatrice. Sono aspirante giornalista per Frosinone News con la rubrica "Risalire". Scendo dove la luce non arriva, e risalgo portando con me quello che ho trovato, nella speranza di fare da ponte per le vite degli altri, restituendo loro bellezza e verità qualora le avessero perse.

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