Un silenzio teso ha accompagnato la proiezione delle immagini del cranio di Serena Mollicone e del calco di una porta in legno. La professoressa Cristina Cattaneo, pilastro della medicina legale italiana, ha ripercorso gli ultimi istanti di vita della studentessa scomparsa da Arce 25 anni fa, smontando pezzo dopo pezzo le incertezze che avevano portato all’assoluzione dei Mottola in primo grado.
Il corpo di Serena parla. Le lesioni riscontrate raccontano di una ragazza che ha reagito, che ha subito una colluttazione prima di essere uccisa, forse proprio scagliata contro quella porta. «Le variabili sono tantissime, non possiamo guardare al millimetro», ha risposto la Cattaneo in merito ai dubbi sull’altezza della vittima, spiegando che Serena potrebbe essere stata sollevata durante l’urto.
L’aspetto più atroce emerso dalla testimonianza è la possibilità di salvezza. Serena non è morta sul colpo. È rimasta in vita, incosciente, dopo il trauma cranico. «Non potremo mai dire per quanto tempo sia rimasta viva», ha ammesso la scienziata, ma è certo che il decesso sia avvenuto successivamente, per soffocamento. Un particolare che trasforma l’omicidio in un crimine ancora più efferato: dopo l’impatto, invece di chiamare i soccorsi, chi l’ha colpita ha scelto di sigillarne il respiro con nastro adesivo e fil di ferro, abbandonandola poi tra i rifiuti del boschetto dell’Anitrella.