“Questore mer**, carabinieri corrotti e giornaliste putt**e”: dopo mesi di video e minacce shock Roberto Scarpetta finisce in carcere

È arrivata la misura cautelare in carcere. Tra i destinatari delle minacce anche rappresentanti delle Forze dell’Ordine e le loro famiglie

Lo scorso 7 agosto è arrivata la svolta in una vicenda che da tempo aveva fatto registrare un’escalation di minacce, insulti, accuse e pesanti attacchi veicolati attraverso i social network. I Carabinieri della Compagnia di Sora e della Stazione Carabinieri di Arpino, coordinati dal Maggiore Domenico Cavallo, in collaborazione con il personale della Squadra Mobile di Frosinone, diretto dal Dirigente Angelo Longo, hanno dato esecuzione a un’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Cassino, su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cassino, nei confronti di Roberto Scarpetta, 37enne residente ad Arpino.

L’uomo, già gravato da precedenti e sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale, è gravemente indiziato dei reati di atti persecutori, stalking e diffamazione aggravata a mezzo web, commessi ai danni di rappresentanti provinciali e locali delle Forze dell’Ordine e dei loro familiari, nonché ai danni di due giornaliste della nostra redazione, compresa la scrivente, Condirettore di questo quotidiano.

L’operazione rappresenta l’epilogo di una complessa e silenziosa attività d’indagine, avviata a seguito di quella che viene descritta come un’inarrestabile e ingiustificata campagna d’odio, minacce e denigrazione condotta dall’indagato attraverso i social network, in particolare YouTube e Instagram.

Una vicenda sulla quale avevamo acceso i riflettori nei giorni scorsi, chiedendo che venissero adottate misure immediate per porre fine a una situazione che aveva superato ogni limite. Minacce di morte, insulti pesantissimi, attacchi personali e una sistematica esposizione della sfera privata delle persone coinvolte erano diventati parte di una comunicazione quotidiana e aggressiva. – LEGGI QUI

Tra le frasi pubblicate e attribuite all’uomo comparivano espressioni di estrema gravità rivolte a rappresentanti delle istituzioni e alle giornaliste coinvolte. In alcuni contenuti il Questore veniva persino raffigurato con il volto alterato in modo denigratorio con la faccia di un maiale, mentre venivano pronunciate frasi come “li dovete bruciare se mi succede qualcosa, loro e i loro familiari”, “questore mer**”, “tenente coglio**”, “giornaliste putt**e” e, ancora, “siete tutti corrotti”.

Parole che, al di là del loro contenuto offensivo e diffamatorio, avevano assunto una dimensione particolarmente preoccupante per la reiterazione e per il coinvolgimento non soltanto dei diretti interessati, ma anche delle rispettive famiglie e di minori.

I bersagli di questa escalation di violenza verbale e psicologica sono stati il Questore di Frosinone, Stanislao Caruso, il Comandante del Nucleo Operativo e Radiomobile dei Carabinieri di Sora, Giovanni Simeone, e il Comandante della Stazione Carabinieri di Arpino, Tiziano Sbarella.

A questi si sono aggiunte, come detto, due giornaliste della nostra redazione, la scrivente e la collega Sara Pacitto, finite al centro di una serie di attacchi, insulti, minacce e pesanti contenuti denigratori anche a sfondo sessuale diffusi attraverso il web.

Le indagini

Le indagini hanno fatto emergere, secondo l’impostazione accusatoria, un quadro di estrema gravità. L’uomo, mosso da un sentimento di vendetta riconducibile ai pregressi controlli e ai provvedimenti adottati nei suoi confronti, avrebbe pubblicato con frequenza quasi quotidiana video e messaggi contenenti accuse infamanti, insinuazioni relative a presunte condotte illecite sul piano professionale e morale, arrivando a coinvolgere senza alcuno scrupolo anche la sfera personale e familiare dei Pubblici Ufficiali e delle giornaliste.

Familiari che, loro malgrado, sarebbero diventati a loro volta destinatari di minacce e attacchi, in una escalation che aveva progressivamente allargato il proprio raggio ben oltre il rapporto tra l’indagato e i singoli rappresentanti delle Forze dell’Ordine.

Di fronte a un simile attacco, rivolto non soltanto a uomini e donne in divisa, ma alle Istituzioni stesse e al quieto vivere civile, la risposta dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Procura della Repubblica di Cassino è stata improntata alla massima professionalità e lucidità.

Un’attività investigativa portata avanti senza cedere alle provocazioni e mantenendo fermo il rigore necessario in un’indagine tanto delicata. Gli inquirenti hanno raccolto e documentato le fonti di prova, tracciato i contenuti digitali e acquisito le testimonianze necessarie a ricostruire la portata e la reiterazione delle condotte contestate. Fondamentale, anche in questa delicata inchiesta, è stata la collaborazione e la fiducia dimostrata dai cittadini, che hanno segnalato atteggiamenti e presunte violazioni alle Forze dell’Ordine, contattando il Numero Unico di Emergenza 112. Un elemento che ancora una volta dimostra quanto sia importante non voltarsi dall’altra parte davanti a comportamenti che possono trasformarsi in vere e proprie forme di persecuzione e intimidazione.

Lo Stato c’è

L’arresto del 37enne e la sua traduzione in carcere, disposta nell’ambito del procedimento, rappresentano dunque l’esito di un’attività investigativa che ha richiesto tempo, pazienza e un lavoro costante sul fronte sia tradizionale sia digitale.

E proprio il fattore tempo è uno degli aspetti che inevitabilmente fa riflettere. Ce n’è voluto tanto, forse troppo. Ma non certo per una mancanza di attenzione o di impegno da parte dei Carabinieri, il cui lavoro investigativo è stato incessante, così come quello degli altri organi coinvolti nell’indagine. La risposta, alla fine, è arrivata.

E quella risposta ha un significato che va oltre il singolo procedimento. Lo Stato è presente. Vigila sul territorio, sia quello fisico sia quello virtuale, e interviene con gli strumenti previsti dal Diritto contro chi pensa di poter agire al di sopra della Legge o considera il web una sorta di zona franca nella quale tutto è consentito.

I social network non sono uno spazio privo di regole. Dietro uno schermo, dietro un profilo e dietro un video restano persone, responsabilità e conseguenze giuridiche. Minacce, stalking, diffamazione e persecuzioni non cessano di essere tali soltanto perché vengono commessi attraverso una tastiera o pubblicati su una piattaforma digitale, anzi.

L’operazione del 7 agosto rappresenta quindi un segnale importante di attenzione da parte delle Forze dell’Ordine e della Magistratura nei confronti dell’intera comunità, soprattutto a tutela delle fasce più deboli, dei cittadini onesti e di coloro che, indossando una divisa, dedicano la propria vita alla tutela della collettività e sono, proprio per questo, quotidianamente esposti e facilmente trasformabili in bersagli. Stessa sorte che, in questo e in tanti altri casi, è toccata a chi fa informazione.

La vicenda dimostra anche quanto sia importante continuare a denunciare e a segnalare, affidandosi alle istituzioni e lasciando che siano gli organi competenti a raccogliere gli elementi, svolgere gli accertamenti e adottare i provvedimenti previsti dalla legge.

Dopo settimane di tensione e di attacchi, è dunque arrivata una risposta concreta. Una risposta che non cancella quanto accaduto, né le conseguenze che quelle condotte hanno prodotto sulle persone coinvolte, ma che riafferma un principio fondamentale: anche sul web esistono limiti, regole e responsabilità. E quando quei limiti vengono superati, lo Stato può e deve intervenire.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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