Le dimissioni di Andrea Delmastro – avvocato penalista e sottosegretario alla Giustizia, costretto a lasciare il governo dopo la bufera sui possibili rapporti col clan Senese – sono risuonate forti negli ambienti di Fratelli d’Italia, anche in provincia di Frosinone. Il motivo è legato al fatto che nel 2012, quando Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto scelsero la scissione dal Popolo della Libertà, potevano contare su un manipolo ristretto di seguaci e l’Italia vista da quel partito appariva una mappa a macchie di leopardo, in cui i punti neri indicavano i gruppi di militanti sparsi da Nord a Sud ma tutti accomunati da una forte coesione comunitaria. In Ciociaria, come noto, il gruppo storico è quello di Ceccano: da lì provengono gli esponenti – come l’onorevole Massimo Ruspandini o il consigliere regionale Daniele Maura (di Giuliano di Roma) -, che appartengono alla famosa “Generazione Atreju”.
Una classe dirigente arrivata dalla “generazione Atreju”
Delmastro è stato tra i primi ad emergere con le sembianze della classe dirigente della nuova destra: una schiera di “giovani militanti” venuti su col tempo nell’orbita della fedeltà a Giorgia Meloni e nell’attivismo per Fratelli d’Italia sin dalla fondazione del partito con la fiamma tricolore nel simbolo. Classe dirigente formatasi politicamente – appunto – durante la kermesse “Atreju”. Ma certe frequentazioni e condivisioni di obiettivi venivano in molti casi addirittura dalla stagione del Fronte della Gioventù: momento storico al quale, ad esempio, è possibile far risalire i contatti stretti di amicizia con due esponenti ciociari della destra storica, l’onorevole Paolo Pulciani ed il capogruppo consiliare del capoluogo Franco Carfagna.

All’inizio ci fu il Fronte della Gioventù, laboratorio dei ragazzi di destra
Insomma il contesto politico dell’attuale dirigenza del partito di maggioranza relativa nel Paese ha radici nei movimenti giovanili di destra: dapprima, ed a partire dal 1971, il Fronte della Gioventù che fu un laboratorio politico autonomo con un dibattito interno molto acceso, seppur correlato comunque al Movimento Sociale Italiano. Gli esponenti di cui parliamo, per motivi anagrafici, lo frequentarono solo nella seconda metà degli anni ’80. Successivamente finirono tutti in Azione Giovani e Gioventù Nazionale, movimenti che si fondavano su un conservatorismo sovranista. In questi ambiti i vari militanti storici si sono conosciuti ed hanno intessuto relazioni molto strette nel tempo e cementate dal progetto politico meloniano.
Lo scoop di Nerazzini sulla srl partecipata dal sottosegretario
Ma Andrea Delmastro – al di là dei rapporti derivanti dalla comune militanza politica e dalle citate amicizie personali – non è mai stato impegnato politicamente nelle campagne e nelle iniziative di Fratelli d’Italia della provincia di Frosinone. L’ormai ex sottosegretario alla Giustizia è stato in visita al carcere del capoluogo nel settembre del 2024. Arrivò per un sopralluogo nel pieno di una stagione di proteste e disordini, con la polizia penitenziaria perennemente sott’organico. La sua azione politica è stata sempre improntata ad una linea dura nella lotta alla mafia, è stato sostenitore dell’ergastolo ostativo e del carcere duro. Eppure è finito con lo scivolare su una vicenda che ha attinenza col mondo della criminalità organizzata. Sarebbe stato attratto dalla partecipazione in una srl che gestisce un ristorante intestato alla figlia di un condannato a quattro anni per intestazione fittizia di beni, nell’ambito di attività riconducibili al clan del boss Michele Senese.
Eppure ha professato la linea dura contro malaffare e criminalità
Un servizio giornalistico su Il Fatto Quotidiano di Alberto Nerazzini ha consentito all’opinione pubblica ed alla stessa premier di conoscere una ipotetica implicazione d’affari (e anche di frequentazioni) che non era stata segnalata dal diretto interessato nelle comunicazioni sui propri interessi finanziari alla Camera dei deputati ed al Governo. Ora il punto è come si possa mai riuscire a coniugare una linea di dura e irrinunciabile battaglia alle illegalità con la decisione di mettere soldi in un’operazione imprenditoriale senza curarsi più di tanto delle caratteristiche personali dei soci e, soprattutto, dei certificati penali di quanti direttamente o indirettamente vengono coinvolti dal progetto. “Ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità”, ha dichiarato Delmastro all’atto delle dimissioni.
Il punto vero è la selezione di una classe dirigente ad elevata coerenza
Ma dallo scandalo ceccanese del tutore dell’ordine che finisce col fare l’opposto di quel che ci si aspetta da lui, a questo peccato di disattenzione sui confini tra affare e malaffare, dagli accordi trasversali per la gestione degli enti intermedi, favorendo le opacità nella gestione del denaro di tutti, fino alla pratica della raccomandazioni ed alla “esaltazione del sistema clientelare come metodo per il successo elettorale”, il punto non è tanto quello di pretendere l’applicazione di norme del codice penale (magari inventando nuove fattispecie, perché così va di moda tra via Arenula e Palazzo Chigi). Ma di selezionare – tra gli esponenti politici di tutti i partiti e gli schieramenti – quanti riescono a dimostrare nella pratica quotidiana il livello di coerenza più elevato.
Il peccato più grande punibile solo con l’insuccesso nelle urne
Perché il peccato più grave, per il quale dovrebbe scattare la punizione delle urne, riguarda il tradimento dell’etica, del rispetto degli impegni assunti con gli elettori, dell’abdicazione al dovere dell’assunzione di responsabilità di fronte alle scelte decisive per i territori e il Paese. Il voto dei giovani al referendum è stato, in fin dei conti, un avvertimento a quanti si illudono che possono ricorrere alla narrazione propagandistica per nascondere il doloroso flop politico legato anche ai propri personali fallimenti, ai cortocircuiti tra i propositi scanditi nei comizi e le scelte delle proprie vite, alla messa a nudo di un “satanello” (nomignolo di Delmastro) pronto a scuotere e provocare gli avversari, salvo assolvere se stesso declassando un presunto malaffare in una frivolezza.