Castro dei Volsci, la tragedia dimenticata del 1968 rivive oggi nella catena umana della memoria

Da una bomba nel cimitero alla manifestazione “A mano a mano”: il paese si stringe per ricordare le vittime e rilanciare un messaggio di pace

Una tremenda esplosione sconvolse l’intero Paese. Era il 1º novembre del 1968 e durante le celebrazioni di Ognissanti, a Castro dei Volsci, l’esplosione di una bomba, residuato bellico collocato all’interno del monumento ai Caduti nel cimitero comunale, provocò la morte di cinque persone e il ferimento di trenta.

Una ferita profonda, rimasta per anni ai margini della memoria collettiva, quasi inghiottita dal tempo. Eppure quella tragedia non è mai davvero scomparsa: è rimasta silenziosa, custodita nei ricordi di una comunità che ora ha deciso di riportarla alla luce, trasformandola in un gesto condiviso, visibile, potente.

Nasce così “A mano a mano”, una manifestazione tanto semplice quanto carica di significato: una gigantesca catena umana che unirà migliaia di cittadini, uno accanto all’altro. Un filo umano lungo circa due chilometri che collegherà simbolicamente il cimitero – luogo della tragica esplosione – al Monumento della Mamma Ciociara, emblema delle sofferenze patite dalla popolazione durante la Seconda guerra mondiale.

L’appuntamento è per oggi, sabato 25 aprile. Dalle 10, proprio dal cimitero, inizierà a formarsi questa lunga catena che punta a coinvolgere almeno duemila persone. Un’immagine che si preannuncia forte, capace di trasformare il ricordo in presenza concreta, in partecipazione viva.

“Uniremo il ricordo della tragedia del 1° novembre 1968 ai valori di libertà e rinascita di questa giornata, per testimoniare che la pace si costruisce ogni giorno stringendosi la mano – spiega l’organizzatore, Mario Pisa –. È una manifestazione nata spontaneamente tra i cittadini, senza alcun colore politico, ma da questa memoria nasce una riflessione più ampia sul significato dei conflitti e sul confine tra guerra e pace. L’obiettivo è quello di unire, simbolicamente, i due luoghi in un unico tricolore, trasformando il gesto collettivo in un forte messaggio di Pace”.

Un messaggio che affonda le sue radici proprio nella storia che si vuole ricordare. Alla fine della Seconda guerra mondiale, nel cimitero di Castro dei Volsci venne realizzata una tomba-monumento contenente diversi residuati bellici – granate, bossoli e altri ordigni – ritenuti erroneamente disinnescati. Materiale mai verificato né bonificato, rimasto per anni in un luogo frequentato quotidianamente da cittadini e famiglie.

Fu una tragica sottovalutazione. Il 1º novembre del 1968, durante la commemorazione dei defunti, un lumino acceso venne appoggiato proprio su quella tomba. Bastò quel gesto, semplice e inconsapevole, per innescare una violenta esplosione. Morirono cinque persone – Maria Melidi, Anna Polidori, Elvira Mirabella, Santa Penna e Natalizio Perfili – e trenta rimasero ferite, tra cui diversi bambini. L’onda d’urto provocò danni ingenti anche alla struttura del cimitero e fu avvertita in tutto il paese.

La Procura aprì un’indagine, ma nel 1970 il caso venne archiviato come una “fatalità”. Nessuno fu mai ritenuto responsabile per la presenza di materiale esplosivo in un luogo pubblico.

Oggi, a distanza di decenni, quella parola – fatalità – lascia ancora interrogativi aperti. E proprio da lì riparte la comunità: non per cercare colpe tardive, ma per dare finalmente voce a una memoria rimasta troppo a lungo in silenzio. Con una mano stretta all’altra, lungo due chilometri di strada, Castro dei Volsci prova a ricucire una ferita e a trasformarla in un messaggio che guarda al futuro.

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