Discarica di Roccasecca, al di là di Tar e Consiglio di Stato il vulnus della provincia-distretto degli rsu

I giudici amministrativi tornano a facilitare la riapertura del sito ma il braccio di ferro è essenzialmente politico più che giuridico

“Anni di battaglie, promesse elettorali e passerelle politiche si scontrano ancora una volta con la dura realtà dei fatti. Il Tar ha respinto il ricorso del Comune contro la Regione Lazio: il via libera all’ampliamento della discarica è ufficiale. Per i magistrati i provvedimenti VIA e AIA sono legittimi e ormai inoppugnabili”, annota l’attivista Silvio Tedeschi. “L’ennesima e penalizzante sentenza del TAR, respingendo il ricorso del Comune di Roccasecca avverso la riapertura della discarica di Cerreto, ha, praticamente, spalancato di nuovo le porte alle lobby dello smaltimento”, scrive sui social Fabrizio Di Cioccio di Pensiero Verde. L’amministrazione del sindaco Giuseppe Sacco ha annunciato l’impugnativa al Consiglio di Stato, ma se e quando i cancelli di Cerreto dovessero riaprirsi, è realistico attendersi il ritorno delle piazze che hanno segnato gli ultimi vent’anni.

La vera domanda, allora, non è soltanto giudiziaria o tecnica. È politica: la provincia di Frosinone sarà parte della soluzione del ciclo dei rifiuti laziale, o ne sarà ancora una volta il territorio chiamato a sostenerne il peso? Roccasecca conosce bene la pratica della mobilitazione. Negli anni il “no” alla discarica si è tradotto in manifestazioni pubbliche, sit-in davanti al sito e ricorsi a ogni livello di giudizio, fino a Palazzo Chigi. Nell’agosto 2025, di fronte al riacutizzarsi dell’ipotesi di riapertura, la Consulta dei sindaci del Lazio meridionale si è riunita a Cassino per coordinare le iniziative di contrasto. Sul piano politico, persino una parte del centrodestra ha messo paletti: il deputato Nicola Ottaviani (Lega) ha ribadito il “no” al ritorno dei rifiuti di Roma a Cerreto.

La domanda sul caso è politica più che tecnica o giudiziaria

Oggi le condizioni sembrano diverse con una Saf che azzera la discarica, lo studio del Politecnico, i 45 siti potenzialmente idonei altrove ad ospitare gli scarti urbani. Ma c’è anche un Piano di gestione regionale che, senza dire “apriamo”, dice qualcosa di più efficace: “questo impianto è utilizzabile”. A questo hanno probabilmente guardato i giudici del Tar e questo spesso è sufficiente per dar seguito ai fatti. Il nodo vero, allora, è che magari i tasselli del Piano regionale hanno ciascuno una propria logica. Osservati nell’insieme, raccontano una provincia che assume un ruolo sempre più centrale nello smaltimento regionale: Colfelice operativo, San Vittore come nodo finale del recupero energetico, Cerreto pronta a tornare, con sullo sfondo i progetti di Anagni (c’era il bio-digestore) e Sora.

È la distanza tra la teoria di un sistema “autosufficiente” e la realtà di un territorio che gli impianti li ospita davvero a preoccupare chi conosce già l’impatto di emissioni nauseabonde e pericolose per la salute pubblica e di strade intasate dai tir stracolmi di rsu provenienti dal resto del Lazio. Così, mentre i documenti regionali parlano di equilibrio tra territori e di fine delle concentrazioni, non si occupano minimamente di riscrivere la “geografia”, di rendere omogeneo sul territorio regionale il peso dei siti di trattamento e smaltimento. Via Colombo, al di là dei giri di parole, va al sodo e si limita a utilizzare quella “geografia” frequentata da sempre e già esistente.

Il rebus su quanto reggerà il territorio-cerniera dei rifiuti

Frosinone resta una provincia-cerniera. E quando un sistema si regge su un territorio, quel territorio difficilmente resta neutrale: a colmare la distanza tra le conferenze stampa e i camion in strada, quasi sempre, è chi vive accanto a quelle strutture. “Siamo di fronte ad una sorta di applicazione del concetto della discutibile ‘ragion di Stato’, nel nostro caso della ‘ragion di Regione'” – sostiene Di Cioccio -.

“Quando la ‘ragion di Stato’ non viene utilizzata per adottare misure orientate a proteggere gli interessi superiori della Nazione, ma viene invocata ed affermata dalle diverse autorità pubbliche e giudiziarie per giustificare, con provvedimenti e sentenze, azioni per fronteggiare ipotetiche, controverse e fantomatiche emergenze igienico sanitarie, come avviene da oltre trent’anni a queste latitudini, allora vuol dire che le istanze e le legittime aspettative dei cittadini per ottenere il rispetto della legalità sono calpestate, i diritti umani e i principi democratici violati”.

Passando d’emergenza in emergenza si calpestano diritti

Di emergenza in emergenza, il Bacino V è diventato il cuore tecnico ed economico della partita. Tanto da valere 42 milioni di euro nella trattativa di vendita del sito dalla Mad ad Acea Ambiente. Parliamo della quinta grande vasca destinata ad accogliere rifiuti, autorizzata dalla Regione già a gennaio 2021 e degli altri 4 invasi da sorvegliare nelle procedure previste dopo la dismissione. Il Piano regionale quantifica in 450.000 m³ la capienza disponibile e la classifica come “ampliamento in corso”.

Mentre il dibattito pubblico si cullava nell’idea di un capitolo archiviato, i lavori di realizzazione dell’invaso sono andati avanti: i residenti venivano tenuti buoni specialmente sull’eco dei clamorosi risvolti giudiziari relativi agli intrecci tra società e Regione. “Figurarsi se si sblocca adesso quel groviglio di cause”, si rassicurava. Ebbene, al di là delle condanne a sei anni di imprenditore e dirigente e della stessa Mad, con sanzioni pecuniarie, covava il business della riapertura. E i soldi, si sa, hanno sempre la meglio. Specialmente nelle emergenze.

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Stefano Di Scanno
Stefano Di Scanno
Giornalista Professionista

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