Federica Aceto alla guida dell’Asp: e adesso chi dobbiamo ringraziare?

Quando una donna arriva a un ruolo di vertice, ancora si cerca chi l’avrebbe portata fin lì. Ma la storia della Aceto cambia la narrazione

Federica Aceto all’ASP. E adesso chi dobbiamo ringraziare? La nomina di una giovane e preparata amministratrice riapre una domanda antica quanto la politica di questo Paese; che sia di destra o di sinistra non vi è distinzione: quando una donna arriva a un ruolo di vertice, perché si cerca ancora qualcuno che l’avrebbe portata fin lì?

La firma di Francesco Rocca ha chiuso una partita che, per settimane, ha alimentato indiscrezioni, ricostruzioni e retroscena. C’è stato chi – ai vertici regionali – ha storto il naso. I ben informati narrano di un lungo braccio di ferro tra chi voleva che al posto della Aceto sedesse un’altra presidente che i più definiscono meno preparata ma più “sponsorizzata”. C’è stato chi questa nomina proprio non la mandava giù perché il posto era già stato promesso. Ma alla fine, rarità in un sistema politico da anni incardinato sui poltronifici, la competenza ha vinto.

Federica Aceto è la nuova presidente del Consiglio di amministrazione dell’ASP di Frosinone, l’Azienda pubblica di Servizi alla Persona che gestisce strutture, patrimoni e servizi destinati anche alle fasce più fragili della popolazione. La formalizzazione regionale ha trasformato il nome circolato per settimane, tra sgambetti e contrari, in una nomina ufficiale.

E fin qui, la notizia. Poi c’è tutto quello che viene dopo. Perché da qualche settimana, attorno al nome di Federica Aceto, sembra essersi sviluppata una narrazione nella quale la domanda principale non è: che cosa ha fatto Federica Aceto per arrivare fin qui? Ma: chi ce l’ha portata? È una domanda legittima quando si parla di politica e di nomine pubbliche. Anzi, è doverosa. Le nomine politiche devono essere trasparenti, verificabili e sottoposte al giudizio dell’opinione pubblica. Ma c’è una differenza sostanziale tra valutare i criteri di una scelta e trasformare automaticamente una donna in colei che deve la propria carriera a qualcuno.

Federica Aceto non arriva all’ASP dal nulla. Ha una storia politica e amministrativa alle spalle. È stata consigliere comunale, ha raccolto 535 preferenze alle amministrative del 2020, risultando la più votata della lista che sosteneva Roberto Caligiore, ed è stata vicesindaco e assessore a Ceccano. Nel 2021 è entrata anche nella Consulta delle Donne Amministratrici di ANCI Lazio, come vicepresidente vicaria.

Ha fatto, insomma, quella cosa che in politica viene chiamata con una parola ormai quasi fuori moda: gavetta. E soprattutto ha fatto una scelta che, politicamente, non è passata inosservata. Nel marzo del 2025, quando il centrodestra si preparava alla nuova sfida amministrativa di Ceccano, Aceto decise di non ricandidarsi. In una lettera pubblica parlò di una ferita ancora profonda e dolorosa legata a quanto accaduto in città con il terremoto giudiziario dell’inchiesta The Good Lobby (da cui non è minimamente stata toccata in termini giudiziari, ndr) e spiegò di non sentirsi nelle condizioni di affrontare serenamente una nuova campagna elettorale.

Non è necessario trasformare questa scelta in un atto di eroismo. Ma nemmeno cancellarla dal curriculum politico della persona che oggi viene nominata alla guida dell’ASP. Perché una cosa è dire che Federica Aceto appartiene politicamente a Fratelli d’Italia, un’altra cosa è sostenere che, per questo, ogni incarico che riceverà sarà necessariamente il risultato dell’intervento di qualche padre putativo.

E allora eccola, la domanda di partenza. Federica Aceto deve ringraziare qualcuno? Se qualcuno vuole intestarsi la sua nomina, faccia pure. In politica è una pratica antica: quando arriva una poltrona, compaiono sempre molti padri. Quando invece arriva una sconfitta, improvvisamente il bambino è orfano. Il caso della “Lobby” insegna. E qui, potremmo persino domandarci se sia già partita la gara per stabilire chi abbia accompagnato la Aceto fino alla porta dell’ASP. Sarà stato merito del trionfante Massimo Ruspandini, del potente assessore regionale Giancarlo Righini, della collega Alessia Savo o di qualche “innominato”? Ma la questione vera è un’altra.

Una cosa è la storia politica condivisa, altra cosa è sostenere che una donna, dopo anni di amministrazione, debba necessariamente essere considerata il prodotto politico di qualcuno. E forse è proprio questa distinzione che dovremmo imparare a fare. Perché c’è un curioso doppio standard nel racconto della politica. Quando un uomo arriva a occupare un incarico importante, si parla di esperienza, relazioni, militanza, capacità di costruire consenso, conoscenza del territorio. Anche quando la sua nomina nasce chiaramente dentro un equilibrio politico, raramente si sente dire che dovrà per tutta la vita ringraziare il suo “sponsor”.

Quando invece arriva una donna, soprattutto giovane, la prima domanda diventa spesso: “di chi è?”. Di quale corrente. Di quale gioco politico. Di quale parlamentare. Di quale assessore. Di quale gruppo. Come se una donna, per arrivare in cima, dovesse necessariamente avere qualcuno dietro.

E invece può anche succedere — semplicemente — che abbia studiato, lavorato, amministrato, sbagliato, imparato, costruito relazioni, accumulato esperienza e che, a un certo punto, sia arrivato il momento di mettere quella esperienza a disposizione di un incarico più grande. Perché l’ASP non è un premio alla carriera politica. È un ente che si occupa di persone fragili, anziani, minori, disabilità, servizi e strutture che hanno un impatto concreto sulla vita di migliaia di cittadini. La sua governance ha quindi un peso amministrativo prima ancora che politico. Ed è lì che Federica Aceto dovrà mostrare le sue competenze ed essere giudicata.

E forse sarebbe finalmente ora di raccontarle così le donne che fanno politica: come persone che possono essere scelte, contestate, promosse o bocciate sulla base di ciò che fanno. Perché se davvero vogliamo parlare di meritocrazia nelle istituzioni, il primo passo è smettere di presumere che una donna, quando arriva in alto, debba necessariamente dire grazie a qualcuno. Senza contare che tra i suoi ex colleghi della “Contea” i veri miracolati sono stati altri.

Federica Aceto, adesso, ha una poltrona importante. Non le serve un padrino narrativo. Le serve la possibilità — e la responsabilità — di dimostrare sul campo se quella poltrona se la saprà meritare. Questo, alla fine, è l’unico metro che dovrebbe contare. E ad oggi non dobbiamo ringraziare nessuno. I “poltronifici”, per una volta, possono restare ai “padrini” delle poltrone. Le donne valide preferiscono restare “orfane”.

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Roberta Di Pucchio
Roberta Di Pucchio
Giornalista pubblicista

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