Lo scempio continua. E questa volta la denuncia è ancora più amara perché arriva a distanza di pochi giorni dall’ultima segnalazione. Il fiume Sacco, nel tratto di Castro dei Volsci, è tornato a riempirsi di schiuma bianca, accompagnata da un odore acre e nauseabondo. Una scena già vista. Troppo spesso.
A raccontarlo è una residente che vive proprio sulla sponda del fiume e che ieri, 16 aprile, ha deciso di scrivere nuovamente alla nostra Redazione per chiedere attenzione su una situazione ormai fuori controllo: “Vi scrivo nuovamente perché la situazione del fiume è tornata critica. Sono passati solo pochi giorni dalla segnalazione del 10 aprile, ma oggi la schiuma è tornata prepotentemente accompagnata da un odore nauseabondo. Dall’ultima volta non è cambiato nulla: gli sversamenti continuano senza sosta e, vivendo proprio sulla sponda del fiume, la situazione per noi è ormai insostenibile. Vi chiedo di pubblicare di nuovo le immagini per dare risalto a questo scempio; è inaccettabile che dopo neanche una settimana siamo punto e a capo”.
Parole che pesano come un atto d’accusa. Perché raccontano una quotidianità fatta di degrado, paura e rassegnazione. E soprattutto descrivono un fenomeno che non è episodico, ma strutturale.


Una scia di inquinamento che non si interrompe
L’episodio di ieri si inserisce in una sequenza inquietante. Solo pochi giorni fa, tra Castro dei Volsci e Falvaterra, erano scattati nuovi controlli da parte del Nucleo Forestale con il coinvolgimento dell’Arpa, proprio per la presenza anomala di schiuma nelle acque.
E ancora prima, nella notte di Pasquetta, tra Anagni e Sgurgola, era stato accertato uno sversamento di liquami che aveva contaminato un lungo tratto del fiume. A seguire, il ritrovamento di pesci morti in corsi d’acqua affluenti del Sacco, tra Patrica e Ceccano, segnalato anche dai volontari ambientalisti.
Un quadro che, giorno dopo giorno, si aggrava. E che rafforza un sospetto ormai radicato: dietro questi episodi ci sarebbero scarichi illeciti riconducibili ad attività produttive presenti lungo il bacino.
Indagini in corso: “Possibili sversamenti a monte”
Al momento, almeno per quest’ultimo episodio, non risultano segnalazioni formali giunte ai Carabinieri Forestali. Tuttavia, gli accertamenti sono in corso e si concentrano soprattutto a monte del territorio di Castro dei Volsci.
Secondo quanto trapela dal Nucleo Forestale, le cause sarebbero verosimilmente riconducibili ad attività illecite nei tratti del fiume dove insistono insediamenti industriali. La formazione della schiuma, visibile soprattutto nei comuni a valle, sarebbe poi amplificata dalla presenza di piccole cascate o dighe che “riattivano” le sostanze presenti nell’acqua.
Un meccanismo che spiega il fenomeno, ma non lo giustifica. E soprattutto non individua ancora i responsabili. Determinanti saranno ora gli esiti delle analisi dell’Arpa Lazio, già attivata nei giorni scorsi per i campionamenti.
La richiesta di controlli continui: “Basta interventi a campione”
Intanto, dal Comune di Castro dei Volsci è arrivato un segnale forte. Il sindaco Leonardo Ambrosi e l’assessore all’Ambiente Pietro Polidori hanno firmato una diffida formale agli enti competenti chiedendo l’installazione urgente di una centralina fissa per il monitoraggio della qualità delle acque.
L’obiettivo è chiaro: superare i limiti degli attuali controlli a campione, che spesso arrivano quando il danno è già fatto, e dotarsi di strumenti in grado di vigilare in tempo reale.
Una richiesta che fotografa perfettamente il problema: senza monitoraggio continuo, individuare i responsabili diventa quasi impossibile.
Un disastro annunciato
E mentre si attendono risposte, il fiume continua a morire. Lentamente, sotto gli occhi di tutti.
A rendere ancora più drammatico il quadro è l’allarme lanciato nei giorni scorsi dagli esperti: nel bacino del Sacco persiste la presenza di sostanze altamente nocive come il beta-esaclorocicloesano, insieme a pesticidi e metalli pesanti. Un mix pericoloso che, secondo gli ambientalisti, non solo inquina ma incide direttamente sulla salute umana, arrivando a compromettere anche l’efficacia di alcune terapie oncologiche. Eppure, nonostante tutto, manca ancora uno studio complessivo dell’intero bacino.
Quella di ieri non è solo una segnalazione. È un grido. L’ennesimo. Perché qui non si tratta più di emergenze isolate, ma di un sistema che non riesce – o non riesce abbastanza – a proteggere un fiume e le comunità che vivono lungo le sue sponde. Non è più il tempo delle attese. Non è più il tempo delle promesse.
Ogni nuova macchia di schiuma, ogni odore irrespirabile, ogni pesce morto racconta la stessa storia: quella di un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo. E di un fiume che, giorno dopo giorno, viene lasciato morire.