Frosinone – Marzi senza filtri: il voto clientelare, il consiglio a Mastrangeli e i personaggi da “commedia frivola”

Il due volte ex sindaco e capogruppo consiliare non risparmia critiche alla maggioranza di centrodestra né al campo largo nazionale e locale

Domenico Marzi, avvocato, due volte sindaco di Frosinone e oggi capogruppo consiliare, affronta in questa lunga intervista un ventaglio di temi che parte da lontano — il voto in Sassonia, la corsa al riarmo, la guerra a Gaza — per approdare al cuore delle sue battaglie: la denuncia del voto clientelare a Frosinone, la paralisi di una maggioranza incapace persino di eleggere il presidente del consiglio comunale, e le prospettive incerte in vista delle amministrative del 2027.

Sul piano internazionale, Marzi si dice contrario all’aumento delle spese militari, scettico verso l’idea di una minaccia russa all’Europa occidentale e favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina, pur riconoscendo la necessità di svuotare Hamas del suo potenziale militare. Sul fronte nazionale, prende le distanze tanto dal governo Meloni quanto dal ‘campo largo’, di cui non condivide la linea sulla spesa militare né quella sulla giustizia. Ma è sulla dimensione locale che il suo giudizio si fa più tagliente: la gestione Mastrangeli, l’ascensore inclinato, il BRT, l’elisoccorso mai realizzato e il rapporto — mai di scambio, precisa — con l’attuale amministrazione.

Un capoluogo al bivio tra frammentazione amministrativa e sfide globali

  • Avvocato, vorrei partire dal voto in Sassonia, perché sta avendo ripercussioni importanti a livello nazionale, sia nel centrodestra — dove abbiamo visto una differenza di vedute tra Lega e Forza Italia — sia nel centrosinistra, che alla festa di Alleanza Verdi e Sinistra si è confrontato per la prima volta su un programma ancora poco definito. Ma questo voto sposta davvero le prospettive della democrazia europea?

“A mio avviso no. Innanzitutto bisogna comprendere le ragioni di quel voto, che attengono esclusivamente alle scelte politiche e programmatiche compiute in Germania e, purtroppo, anche in Europa: penso alla crisi dell’industria automobilistica, che in Germania è sempre stata una priorità, e soprattutto alla questione degli armamenti. Su questo tema non sono affatto in linea con chi ritiene ci sia una reale preoccupazione di un’invasione o di un atteggiamento belligerante della Russia nei confronti dell’Europa tradizionale. Non parlo della Lituania, dell’Estonia, della Lettonia, dei problemi vicini alla Polonia o alla Romania. Ma non credo esistano queste preoccupazioni per l’Europa occidentale. Certo, Putin non mi piace affatto, e comunque anche lui prima o poi se ne andrà. Il punto è che non andare d’accordo con Putin ci sta portando a spendere migliaia di miliardi per armarci, sottraendo denaro a esigenze prioritarie: il clima, che va affrontato seriamente, il problema sociale, il lavoro. Sono considerazioni che, secondo me, hanno determinato un voto di conflitto verso la Germania che governa. Ma è un voto di due milioni di abitanti, non dell’intero Paese. Non lo considero un campanello d’allarme, ma un campanello di riflessione”.

  • C’è il timore che questo risultato possa fare da traino alle forze di ultradestra negli altri Paesi: Le Penne in Francia, Vox in Spagna, l’effetto Vannacci in Italia. Lo condivide?

“Devo sottolineare un mio pensiero: se si creano forze di destra estreme con risultati elettorali così preoccupanti, bisogna anzitutto chiedersi cosa sia mancato alla sinistra che dovrebbe essere alternativa. Credo ci sia stato un problema di mancanza di dialogo e di riflessione: le proposte della sinistra non sono evidentemente più convincenti. Quando in Italia si condividono le spese militari in maniera così significativa — e mi pare che questa non sia mai stata la politica del Pd — o quando, in materia di giustizia, si dimentica il tema della separazione delle carriere dei magistrati, che è sempre stato un nostro argomento poi risultato vincente nel referendum, è evidente che nel centrosinistra qualcosa è cambiato radicalmente. C’è una politica di contrapposizione che non convince l’elettore. Quanto a Vannacci, a me non preoccupa affatto: preoccupa chi non è abituato alla dialettica democratica. Prendo atto che è una persona intelligente, preparata, abile nella dialettica, che non apre mai al conflitto, anzi porta avanti un confronto pacato. Questo può far lievitare il consenso. Ma dalla forma alla capacità di governo il passo è lungo: sui temi concreti si scende nel populismo più becero, e lì non mi convince affatto. Attenzione però: un conto è non convincere con un programma, altro è la capacità di ammaliare l’elettore che guarda soprattutto all’immagine e al consenso immediato”.

“La Sassonia? Sicuramente campanello di riflessione, non d’allarme”

  • Proprio dopo il voto sassone Angela Merkel ha detto che è sbagliato il “muro anti-incendio”, cioè le norme che escludono a priori partiti considerati fuori dalla Costituzione. Condivide?

“Condivido. I muri, alzati nei confronti di chiunque, non sono condivisibili. Francamente non riesco a cogliere — come invece ha fatto Monti a Cernobbio — una posizione di fascismo nei confronti di Vannacci. Vannacci parteciperà alle elezioni, sottrarrà voti alla Lega e presumo anche a Fratelli d’Italia, ma il patrimonio elettorale del centrodestra rimane lo stesso. Il problema è di chi dirige il centrodestra: capire in che modo e con quali alchimie evitare che i voti di Vannacci facciano vincere gli altri. A me piace vincere con la capacità di convincere dello schieramento, non per gli errori altrui”.

  • Questa partita riguarda anche Frosinone: l’ingresso organico di Vannacci nella coalizione di centrodestra.

“È probabile, ma francamente non attribuisco grande valore alla circostanza che Vannacci entri, attraverso suoi esponenti locali, nella coalizione di governo. Se Mastrangeli non riesce a gestire la sua maggioranza — se è riuscito, purtroppo per lui, a perdere dieci consiglieri su venti — questo è un problema suo. Deve chiedersi perché è accaduto e, a monte, come sono state formate le liste, con quali criteri selettivi sono stati scelti i candidati. Credo che gli elettori di Frosinone abbiano capito che non si deve votare il parente, l’amico, colui che si ferma al bar e chiede all’elettore di cosa ha bisogno. È la città che ha bisogno di un cambiamento, non il singolo cittadino. Questo voto clientelare, di cui Frosinone purtroppo è permeata, deve essere stroncato alla prossima consultazione. Mastrangeli oggi paga il prezzo di avere intorno a sé una classe politica che definisco mediocre: non riuscire a eleggere il presidente del consiglio comunale è la migliore rappresentazione dell’inefficienza di un consiglio inadeguato alle esigenze di una città”.

La mozione sulla Palestina, il voto in Israele e il problema di Hamas

  • Lei ha cercato più volte di portare in consiglio comunale anche la situazione in Medio Oriente. Non è andata bene quella mozione.

“No. La mozione fu contrastata su superficiali contrapposizioni, con il centrodestra che cercava di stigmatizzare l’uso di alcuni termini. Parlo del termine ‘genocidio’, che evidentemente non piaceva agli amici — perché io non ho nemici, chiamo amici anche quelli di Fratelli d’Italia. Lo modificammo. Ma si discusse del nulla: che in Palestina Netanyahu — che mi auguro non rivinca le elezioni in Israele — abbia commesso atti di violenza e prevaricazione, uccidendo decine di migliaia di persone, e che ci siano bambini alla fame che muoiono quotidianamente, è un fatto. Tanto che invito tutti a dare un contributo, come personalmente ho fatto e continuerò a fare. Non posso non sottolineare l’insipienza di chi non comprende che quella è una realtà che deve essere caratterizzata da due Stati distinti. Devo però riconoscere che recentemente quell’antagonismo verso il riconoscimento si è affievolito, anche grazie alle parole del Sommo Pontefice. Bene che l’Italia riconosca, almeno formalmente, il diritto all’esistenza di uno Stato di Palestina. Da parte di Israele vedo una contrapposizione segnata da una violenza ingiustificata verso un popolo inerme che ha diritto alla propria terra”.

  • La porto su tre questioni d’attualità: le sanzioni al commercio dei coloni della Cisgiordania decise da molti Paesi europei — con l’Italia assente; l’inchiesta di Haaretz secondo cui gli Emirati avrebbero avvertito Netanyahu prima del 7 ottobre; e il disegno di legge italiano sull’antisemitismo, che secondo i critici rischia di censurare le critiche a Israele. Cosa ne pensa?

“Temo che in Italia ci sia il timore di censurare la politica di Israele. Ma quella politica non può non essere censurata, perché è una politica di prevaricazione nei confronti di un popolo inerme. I coloni sono obiettivamente un’emanazione del governo israeliano, e si trovano tutti i modi per non arrivare alla pacificazione. Un Paese come l’Italia dovrebbe assumere una posizione ferma. Attenzione al distinguo: non ho alcun pregiudizio verso gli ebrei, sarebbe indecoroso parlare ancora in contrapposizione a ciò che hanno rappresentato e subito nella storia del Novecento. C’è un movimento ebraico, quello di Netanyahu, che definisco antidemocratico, ma non tutto Israele la pensa come lui. Mi auguro che le prossime elezioni facciano emergere un modo diverso di pensare, per arrivare alla pace. Ciò detto, bisogna tenere presente che in Palestina c’è anche Hamas, che va svuotata del suo potere militare: è l’unico profilo sul quale posso condividere Netanyahu”.

Il “campo largo” nazionale e i dubbi dell’ex sindaco sulla spesa militare

  • Passiamo al piano nazionale. C’è stato un primo confronto tra Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni sul “campo largo”. Lei, a lungo punto di riferimento del centrosinistra, si sente ancora tale?

“Devo essere chiaro: rispetto al campo largo ho diverse difficoltà di immedesimazione. Non condivido queste spese militari e questo impegno del Paese, con un indebitamento enorme nei prossimi anni; non condivido ciò che è stato fatto in materia di giustizia. Nel campo largo vi sono forze in contrasto tra loro: Conte la pensa diversamente da Fratoianni e Bonelli, e anche dalla segretaria del Pd, che peraltro non trovo molto convincente. Mi auguro trovino un punto di coesione per una proposta programmatica capace di convincere gli italiani ad andare a votare, perché restiamo sempre intorno al 50%. Forse si dovrebbe tornare al proporzionale, tanto osteggiato, per far sentire rappresentate più persone anche da partiti come Azione di Calenda — sicuramente convincente, ma che parla un linguaggio troppo complesso per essere capito. Il problema è proprio questo: in politica non è facile essere compresi se si parla seriamente di prospettive economiche, di reindustrializzazione, di energia”.

  • Quindi non si ritrova nel centrosinistra, ma nemmeno nel governo.

“Assolutamente no. Ho una posizione di lettore attento: se oggi dovessi votare, avrei difficoltà. Non esprimerei consenso verso una coalizione che si chiama ‘campo largo’ — una definizione in cui è già difficile trovare i recinti entro cui lanciare la palla. E ancor meno mi convince un centrodestra dove c’è Salvini, che a un certo punto ha raggiunto il 30% facendo comizi in spiaggia, esattamente come Grillo lo raggiunse mandando la gente a quel paese. Bisogna stare attenti a capire in che direzione votare: il voto è espressione della qualità dell’elettore, che non deve votare irrazionalmente solo perché gli piace ascoltare un tema ben rappresentato da chi ha l’eloquio più nitido. Si parla del futuro del Paese. Cosa ha fatto la Meloni in questi anni? Ha governato perché il risultato glielo ha consentito, ma quali cambiamenti? Abbiamo visto migliorare la sanità? Le condizioni economiche dei cittadini? Un operaio ha visto aumentare il suo trattamento? Io queste cose non le ho viste. Ma non ho visto neanche una sinistra capace di prospettare una soluzione”.

Al di là di Vannacci e Salvini, Scaccia e Ottaviani troveranno la sintesi

  • A proposito del legame tra nazionale e locale: Vannacci ha un suo dirigente regionale nel vicesindaco di Frosinone Antonio Scaccia; e c’è il futuro incerto della Lega, con un uomo di primo piano come l’ex sindaco e deputato Nicola Ottaviani. Lo scenario non è chiarissimo.

“Trattandosi di persone con le stesse radici, cui riconosco una certa abilità nel farsi capire anche quando non dicono nulla di concreto, penso troveranno il modo di andare d’accordo. Tra elezioni alla Camera ed elezioni al Comune, Vannacci e la Lega troveranno un momento di sintesi utile a entrambi”.

  • A livello locale i problemi aumentano per entrambi gli schieramenti. Nel centrosinistra c’è già un candidato dei socialisti, Iacovissi; il PD è fermo. Bisogna guardare al civismo?

“Non mi esprimo sui candidati, non è compito mio non essendo elettore del Partito Socialista. Apprezzo la candidatura di Iacovissi perché è una brava persona, ma non lo voterò, per la stessa ragione per cui Schietroma ritenne di non votare me nel 2022, impedendo di fatto il raggiungimento del risultato. Sono antagonismi che non so a cosa ascrivere e che producono effetti negativi su chi li agita. Non sarà una campagna facile, a Frosinone. Non credo si possa essere soddisfatti dell’amministrazione Mastrangeli: sull’ascensore inclinato, lui e chi lo ha preceduto non sono stati capaci, in quindici anni, di rimettere in moto quel meccanismo — cosa di cui sarebbero stati capaci persino degli sprovveduti. Invece, per distinguersi dalle scelte precedenti, hanno pensato al doppio impianto. Non ho trovato nulla che giustifichi il raddoppio, che presupporrebbe un flusso pedonale enormemente superiore al numero degli abitanti e al traffico verso la città alta. Uno studio del genere non è stato fatto: si è preso il PNRR solo ed esclusivamente per impegnare fondi, come per il BRT, che tra qualche anno mostrerà tutta la sua inefficienza, malgrado le segnalazioni e i correttivi che abbiamo proposto”.

Mastrangeli imponga un presidente d’aula assegnandolo all’opposizione


  • Un giudizio netto sulle amministrazioni di centrodestra degli ultimi anni.

“Inefficienza assoluta. Badiamo bene: l’inefficienza c’è anche quando governa il centrosinistra, non è che io mi ritenga il migliore per aver governato. Credo di aver governato discretamente, ma altri dopo di me non hanno fatto nulla di straordinario — o forse hanno sventolato molto il proprio personaggio e la voglia di affermarsi. A Frosinone, ripeto, non c’è maggioranza in consiglio comunale, altrimenti eleggerebbero il presidente del consiglio. Il ritorno su Forza Italia è la peggiore rappresentazione di certi personaggi: se da una parte sottoscrivi un documento e lo mandi in prefettura per sostenere che il consiglio va sciolto perché non si elegge il presidente, e poi ipotizzi che il presidente possa essere proprio uno dei firmatari di quel documento, allora ti giudico sulla base della tua condotta, ed estremamente negativamente”.

  • Cosa dovrebbe fare Mastrangeli?

“Se fossi in lui, senza fare il giro delle sette chiese — le chiacchiere, “ci vediamo, telefoniamo, aspetta, prendiamo un aperitivo” — andrei in consiglio comunale a dimostrare di avere gli attributi, chiedendo di eleggere un presidente del consiglio, anche assegnandolo all’opposizione, come avveniva molti anni fa: è un segnale di garanzia. Le elezioni non si vincono o si perdono per un presidente del consiglio. Approfitti di questi otto mesi rimasti per dimostrare che sa governare Frosinone. Questo è l’errore clamoroso degli ultimi tempi: non riesce a rappresentare, prima a se stesso e poi alla città, che per governare occorre anche il polso. Non si può sempre spalmare il burro sulla fetta di pane: a volte bisogna saper masticare l’osso e rischiare di rompersi i denti”.

La fiducia data al primo cittadino ed i temi dimenticati, come l’elisoccorso

  • Lei a un certo punto ha deciso di dare fiducia a Mastrangeli.

“Ne ho data più di una. Rendendomi conto della debolezza della sua maggioranza, ho detto: su alcuni argomenti, se li realizzi, io li voto, e non ti faccio mancare la maggioranza. Lo dico ancora oggi, pur insoddisfatto di quanto ha fatto rispetto alle nostre istanze — che non sono solo le mie, ma anche di Mandarelli e Gagliardi. Se Mastrangeli darà un’accelerazione positiva all’amministrazione, avrà attenzione. Ma attenzione non significa entrare in maggioranza. Coloro che stupidamente ritengono che Domenico Marzi possa aver venduto — cose che io non vendo, ma che altri forse vendono anche per piacere — non capiscono nulla di politica. Un conto è l’amministrazione, altro è dare senso politico a una scelta. Io do valore ai risultati. Un esempio: nel 2016 la Regione Lazio erogò circa 400.000 euro per l’elisoccorso presso l’ospedale di Frosinone. Come mai di quell’elisoccorso — e della possibilità di raggiungere centri specializzati in mezz’ora — non si è più parlato? Quali sono le priorità, se non queste? Come è stato pensato il BRT?”

  • Ecco, il BRT.

“Chi è questo cervello raffinato che ha ritenuto il BRT una soluzione? Un BRT che fa su e giù tra via Marittima e via Aldo Moro è una non-soluzione: si deve intersecare con altri collegamenti. Avrebbe avuto valore se avessero prima sistemato l’impianto di risalita e poi collegato le altre zone basse della città: cimitero, Palazzo di Giustizia, aeroporto, Asl. Con collegamenti di questo tipo, in tre o quattro anni forse avremmo avuto una mobilità alternativa. Il parcheggio sotto piazza VI Dicembre è morto, perché invece di raddoppiare l’impianto non hanno pensato di collegare quel parcheggio a piazza. È stato un fanatismo delle amministrazioni degli ultimi anni: non ragionare su ciò che serviva davvero a Frosinone, ma solo apparire. Il loro limite è proprio questo: a loro piace apparire. Apparizioni per le quali non ho alcuna passione”.

Voto 2027, mi impegnerò perché si affermi un governo diverso dall’attuale

  • Un’ultima riflessione sul 2027. In consiglio ha fatto capire che ci sarà una lista Marzi, ma che in prima persona probabilmente lei non ci sarà.

“Già non intendevo candidarmi nel 2022, e la mia candidatura di allora è la più evidente rappresentazione dell’incapacità del centrosinistra di far crescere altre persone: a un certo punto sono andati a pescare nel serbatoio non dico un cadavere putrefatto, perché mi sento ancora vivo, ma… Era una candidatura di servizio, ne ero consapevole. L’ho detto subito, dopo il risultato negativo: non si vince in due mesi, dopo quattordici anni, contro chi governava e aveva consolidato il consenso. Fu venduta allo stadio come una vittoria dell’amministrazione, ma quello stadio l’ha fatto Stirpe. Ringrazio Maurizio Stirpe sempre, non solo come caro amico, ma per quanto ha fatto e continua a fare per Frosinone e per la squadra da oltre vent’anni: un imprenditore di primo livello, che non ha mai avuto con la politica rapporti preferenziali. Quanto a una lista “Marzi”, non glielo so dire. Certamente mi impegnerò perché ci sia un governo diverso da quello attuale: diverso non nella figura del sindaco — perché se Mastrangeli cambiasse rotta, assumendo un atteggiamento propositivo e meno alla ricerca delle clientele, non mi dispiacerebbe — ma finora non ha dimostrato di essere un uomo libero da condizionamenti. Gli altri cerchino qualcosa di nuovo. Si discute tra socialisti e PD, e mi dispiace per Iacovissi, buttato nell’arena con disinvoltura: se la sua candidatura fosse arrivata già a novembre-dicembre 2026, le cose sarebbero andate diversamente. Non si impone un candidato a una città con quelle modalità. Mi auguro che il centrosinistra trovi soluzioni per una dialettica costruttiva, non di scambio. Nel centrodestra, invece, vedo personaggi da commedia frivola, inconsistenti, inadeguati al governo della città. Lo dico con forza, usando termini forti: ma si criticassero da soli, raccontandosi ciò che hanno fatto, e avrebbero ben poco da raccogliere”.

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Stefano Di Scanno
Stefano Di Scanno
Giornalista Professionista

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