Per giorni, in tutta la provincia di Frosinone, si è respirata una sensazione difficile da spiegare. Non era solo rabbia. Né semplice indignazione. Era qualcosa di più profondo: un turbamento collettivo, quasi una ferita silenziosa che attraversava comunità, parrocchie, famiglie.
Le statue mutilate, i simboli sacri violati, i luoghi di culto colpiti nel cuore della loro sacralità. Episodi ravvicinati, inquietanti, accomunati – con molta probabilità – da una stessa mano invisibile. Un enigma che ha tenuto con il fiato sospeso l’intero territorio. Poi, la svolta.
All’alba di un’indagine serrata, costruita pazientemente tra immagini di videosorveglianza e riscontri incrociati, i Carabinieri delle Compagnie di Frosinone e Alatri, insieme alla Polizia di Stato – Digos della Questura di Frosinone, hanno bussato alla porta di un’abitazione nel capoluogo. Dentro, una donna di 59 anni. È lì che il cerchio, almeno in parte, ha iniziato a chiudersi.
La perquisizione, disposta dalla Procura della Repubblica di Frosinone, ha portato al sequestro di abiti – felpe, pantaloni, scarpe, una borsa – ritenuti identici a quelli immortalati nei filmati durante i raid. Elementi che, secondo gli investigatori, si intrecciano con una sequenza di episodi che ora assumono contorni più definiti.








Il racconto ricostruito dagli inquirenti è fatto di date, luoghi e gesti che, riletti insieme, restituiscono una trama precisa.
Il 10 aprile, ad Alatri, nella chiesa di Santo Stefano, spariscono un crocifisso in ottone, un rosario e la corona della Madonna. Nello stesso giorno, a Frosinone, nella chiesa di San Benedetto, la statua di Padre Pio viene danneggiata. Non solo: nella chiesa della Madonna della Neve vengono sottratti anche dispositivi di amplificazione.
Quattro giorni dopo, il 14 aprile, un altro colpo. Questa volta in via Madonna delle Rose, dove la statua della Madonna di Lourdes, custodita in una nicchia votiva pubblica, viene danneggiata. Episodi che, inizialmente, potevano sembrare isolati. Ma che, con il passare dei giorni, hanno iniziato a comporre un disegno inquietante.
Un filo rosso che oggi conduce a un’unica persona, ritenuta dagli investigatori la presunta autrice di almeno due danneggiamenti e due furti.
Ma la storia potrebbe non essere finita. Gli inquirenti stanno infatti passando al setaccio almeno altri quattro episodi avvenuti in diversi comuni della provincia a partire da gennaio. Una scia più lunga, forse ancora incompleta, che lascia aperti interrogativi e scenari. C’è anche il sospetto che alcuni degli episodi possano esser stati compiuti da emulatori, ma l’ipotesi appare più remota. La donna – in attesa di occupazione, come il marito e con 2 figli, di cui solo 1 convivente – avrebbe anche consegnato l’attrezzo utilizzato per le decapitazioni.
Resta il dato umano. Quello che più ha colpito le comunità: la violazione di simboli che non sono solo oggetti, ma punti di riferimento identitari, spirituali, affettivi. Statue davanti alle quali si prega, si piange, si chiede aiuto.
La risposta dello Stato è stata rapida, coordinata, decisa. Ma il segno lasciato da questi giorni resta profondo.
È doveroso ricordare che la donna è, allo stato, soltanto indiziata di delitto. La sua posizione sarà definita solo nel corso del procedimento giudiziario, nel pieno rispetto del principio costituzionale di presunzione di innocenza.
Intanto, però, una comunità prova a ritrovare la propria serenità. E a ricucire, pezzo dopo pezzo, quella ferita invisibile aperta nel silenzio delle chiese.
Il commento del sindaco Riccardo Mastrangeli
“Con soddisfazione apprendiamo che, grazie a un’operazione congiunta di Carabinieri e Polizia di Stato, è stata identificata la presunta responsabile dei furti e dei danneggiamenti ai danni di statue sacre e luoghi di culto che nelle ultime settimane hanno ferito profondamente la nostra comunità. Si tratta di un risultato importante, che restituisce fiducia ai cittadini e conferma la presenza concreta dello Stato davanti a fatti gravi, offensivi non solo del patrimonio religioso, ma anche dei sentimenti più profondi della nostra comunità.
Desidero esprimere un sentito ringraziamento alla Procura della Repubblica di Frosinone, all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato, per il lavoro tempestivo, accurato e coordinato che ha consentito di arrivare rapidamente a questo primo importante esito investigativo.
Ancora una volta, il lavoro delle Forze dell’Ordine, insieme all’azione di controllo del territorio e ai sistemi di videosorveglianza, si dimostra decisivo per tutelare la sicurezza, la serenità dei cittadini e i simboli più cari alla nostra identità. Chi colpisce i beni della comunità, chi offende i simboli della fede, chi aggredisce ciò che appartiene a tutti, deve sapere che Frosinone non abbassa la testa e non lascia nulla impunito. Resta naturalmente fermo il pieno rispetto del principio costituzionale della presunzione di innocenza, fino a eventuale sentenza definitiva”.